giorgio petrosyan
giorgio petrosyan

La paura di non farcela, di non essere all’altezza. La paura che ti blocca, la paura che ti attornia, come l’avversario più duro da sconfiggere. «La testa è fondamentale: se non ci sei, non ti alleni bene, combatti male: è la cosa principale per un fighter».

Parola di Giorgio Petrosyan, il pluricampione mondiale di kickboxing, che dal 2015 vive a Milano dove ha aperto la sua palestra in via Sibari, insieme al fratello Armen: «Quando combatti non conta solo il fisico, ma soprattutto la testa.

Anche per me c’è stato un momento buio, ma sono riuscito a uscirne anche grazie all’aiuto di Giovanni Tavaglione, un mental coach». Tra i due è nata un’amicizia che li ha portati ad una collaborazione duratura e all’uscita del libro Un viaggio straordinario.

Petrosyan, com’e nata l’idea del libro?
«È stato Giovanni Tavaglione a propormi il progetto. Ogni tappa del viaggio è legata alla preparazione mentale dei miei match, dove ogni particolare è curato con dedizione millimetrica. Ad alti livelli di combattimento, come quelli che ho raggiunto, ogni particolare è importantissimo e per questo la testa conta parecchio».

Quanto, in percentuale?
«È soggettivo perché dipende da ogni combattente, ma per me è fondamentale. Ad un certo punto, quando sono arrivato a Milano alla fine del 2014, ho sentito l’esigenza di lavorare su questo aspetto e per questo ho contattato Giovanni. Ci siamo conosciuti a Gorizia nel 2000 ad un incontro, ma quando abitavo lì non abbiamo mai collaborato».

Cos’era successo?
«Il 23 novembre 2013, al Madison Square Garden di New York, ho combattuto con una mano rotta e sono finito ko contro Andy Ristie. Ero imbattuto da 7 anni. All’epoca, qualsiasi incontro, anche il più banale, per me era come la finale di un mondiale perché non volevo perdere l’imbattibilità. Dopo l’infortunio alla mano, quando ho dovuto riprendere sul ring, le paure erano mentali e non fisiche. Non riuscivo a fare le cose anche più semplici. Un po’ com’è successo il 1º giugno scorso quando Andy Ruiz junior ha battuto Anthony Joshua contro ogni pronostico. Si vedeva che Joshua era bloccato, non c’era con la testa. Se rifacessero il match, secondo me questa volta vincerebbe lui».

Come avete fatto a lavorare visto che Tavaglione abita a Gorizia?
«Per esempio nel 2018, per l’incontro contro Allazov, abbiamo fatto un lavoro a distanza molto specifico. Giovanni registrava il lavoro di mental coaching sulla base del momento che stavo vivendo, io riascoltavo la registrazione, scrivevo le mie visualizzazioni, gliele rimandavo per un feedback e poi ripartivamo con la registrazione. Tutto questo e molto altro è scritto nel libro: certo, se non ci fosse stata una causa benefica, non so se avrei dato l’assenso».

A chi sarà devoluto il ricavato?
«Noi non prenderemo un euro perché tutto il rincavato della vendita del libro andrà al Cro di Aviano per l’ambito oncologico. Abbiamo fatto loro un bonifico già prima di iniziare a commercializzare il libro».

Quando sarà il suo prossimo match?
«Combatterò il 12 luglio contro Petchmorakot a Kuala Lumpur, in Malesia, per i quarti di finale del torneo di One Championship. Non si tratta di un rematch perché l’incontro precedente è stato annullato. Partiamo dallo 0-0: mi sto focalizzando su questo e sono pronto ancora una volta a combattere».


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