mauro berruto
mauro berruto

Per chi lo ricorda come un volto della pallavolo, c’è da fare un piccolo aggiornamento: Mauro Berruto, che al volley è e sarà sempre legato, ha cambiato disciplina per amore dei cinque cerchi.

Fa parte ora della Federazione Italiana Tiro con l’Arco, di cui è direttore tecnico e col quale spera di centrare la qualificazione olimpica e prendersi così quel palcoscenico che non è riuscito a calcare a Rio. Per ora si è “accontentato” delle Olimpiadi degli Oratori, che l’ha visto protagonista a Milano.

Anche Mauro Berruto è partito dagli oratori?
«Assolutamente, è lì che ho imparato come si costruisce una squadra. Quell’esperienza mi ha profondamente aiutato per lavorare in un mondo come quello della pallavolo. Io non ero un ex atleta, quando ho cominciato a fare l’allenatore: la porta d’ingresso è stata l’oratorio».

Il percorso ha portato fino all’esperienza nel Tiro con l’arco.
«Grazie alla Federazione. Hanno saputo toccare una corda giusta, quella olimpica. Dopo la fine dell’esperienza azzurra nel volley e il progetto verso Rio interrotto a undici mesi dalla destinazione era come se volessi una sorta di risarcimento olimpico, per me stesso».

Col senno di poi, una scelta giusta?
«Sì perché mi sono appassionato molto a questo progetto, mi tiene a contatto con gli atleti. Non alleno il gesto tecnico perché non ne ho alcuna competenza. Mi prendo cura di tutte le aree della prestazione, dalla preparazione ai materiali».

Qual è il prossimo obiettivo?
«Il Mondiale è dal 9 al 16 giugno. È importante per la competizione in sé e perché è la prima opportunità di qualificarsi ai Giochi. L’obiettivo è puntato sulla gara a squadre perché arrivando nelle prime otto andremmo in Giappone non solo con la squadra, ma anche con i tre arcieri».

Milano-Cortina può essere un risarcimento, allo stesso modo, dopo Roma 2024?
«Apri una ferita perché da torinese credevo tanto nella mia città e in un bellissimo progetto a tre. È mancato forse un po’ di coraggio e da parte di Torino la capacità di dimostrare nei fatti che si possono fare le cose in maniera diversa. Per fortuna è arrivata l’assegnazione dei masters Atp. Faccio comunque il tifo per Milano, una città di grande riferimento a livello sportivo e non. Spero che da qui nasca un rinascimento per un Paese che si sta imbruttendo».

Come vede Milano, oggi?
«Non ha avuto paura di trasformarsi, devo dire che lo ha fatto anche Torino, riconosciuta da sempre come prettamente industriale ha invece cambiato pelle. Milano ha una grande dimensione di orgoglio individuale e oggi ha un ruolo ancora più alto di apripista per un Paese che ha bisogno di politica e sport fatte in una certa maniera».


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