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02. 12. 2020 17:10

Dimitar Harizanov, uno Spiderman a Milano: «Io fotografo la città, lei mi sa ascoltare»

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Tecnicamente è un “operatore su corda”. Per tutti è lo “Spiderman della Madonnina”.

Dimitar Harizanov è nato nel 1985 a Sofia, ma vive qui dal 2014. Adora la città e ha davvero un ottimo motivo per amare ogni singolo vicolo: scala grattacieli e con la sua Nikon ritrae dall’alto il dedalo di vie e vita che chiamiamo Milano.

Dimitar vola appeso sulle corde per fare test di controllo, manutenzione, lavaggio vetri sui giganti della città: la Torre Unicredit, il Bosco Verticale, la Torre Solaria, la Torre Diamante, la Torre Allianz e la Torre Hadid sono il suo “ufficio” a cielo aperto. E quando è lassù non perde occasione per scattare e regalarci albe, tramonti, giornate di sole e nebbia che condivide sui suoi canali social.

Spericolato? Quel tanto che basta per restare sospeso per ore a 250 metri d’altezza. Ma alla base c’è soprattutto una preparazione solida e una professionalità conquistata da sedici anni di esperienza sul campo. «A volte, per un intervento di un’ora, occorrono anche due giorni di organizzazione con team di ingegneri ed esperti». Spiderman, però, non è solo coraggio e corde: si dedica alla scrittura di poesie, compone musica e sta imparando varie tecniche di montaggio per creare video con le sue immagini dall’alto.

Dimitar, qual è il tuo primo ricordo di Milano?
«Quando sono arrivato, ormai sei anni fa, ho aspettato due settimane per ottenere tutti i documenti necessari e ne ho approfittato per conoscere la città dove avrei iniziato una nuova vita. Un giorno sono capitato per caso al Parco Sempione e mi sono seduto su una panchina per riposare un po’: un signore sulla settantina, vestito di tutto punto, si è avvicinato per chiacchierare. Io non capivo una parola, perché non conoscevo l’italiano e lui non parlava inglese».

Come comunicavate?
«A gesti: gli italiani sono maestri in questo! Ma dopo dieci minuti la comunicazione era diventata difficoltosa e, soprattutto, non capivo cosa volesse chiedermi».

E quindi?
«All’improvviso, quest’uomo così elegante ha estratto dalla giacca un quaderno e ha iniziato a disegnare un fumetto, in cui i due protagonisti eravamo io e lui, seduti su quella panchina al Parco Sempione. Mi ha veramente stupito».

Sei riuscito a capire cosa volesse comunicarti?
«Voleva sapere se conoscessi una galleria d’arte nei dintorni, di cui aveva sentito parlare. Con pazienza, ha impiegato quaranta minuti solo per farmi una domanda di cui non conoscevo assolutamente la risposta. Mi ha ringraziato e se n’è andato. In quel momento, ho conosciuto lo spirito di Milano e me ne sono innamorato».

Qual è questo spirito?
«È una città ipermoderna e veloce ma, allo stesso tempo, creativa e accogliente. Ha una forza comunicativa tutta sua: a Milano piace ascoltare e imparare sempre cose nuove dal via vai di persone che approdano qui. Ho molti amici milanesi e ho notato una cosa…».

Cosa?
«Ogni tanto spariscono per un periodo, perché sono impegnati con il lavoro o la famiglia. Insomma, devono essere rapidi per restare al passo con i ritmi. Ma quando ci si rivede, riprendono esattamente dal punto in cui avevano lasciato il discorso settimane prima. Lo ripeto: i milanesi sanno ascoltare. È una città italiana, ma è un microcosmo a sé».

In che senso?
«Milano non assomiglia a nessuna metropoli italiana. È molto particolare e io mi sento a casa: se ogni giorno dimostri serietà e rispetto, le persone ricambieranno con gratitudine senza giudizi o pregiudizi. In sei anni non c’è mai stata un’offesa, uno screzio o una parola in più nei miei confronti. Non mi sento straniero: questa è la mia città. Non scegliamo il luogo in cui nasciamo, ma il percorso di crescita per diventare le persone che vogliamo essere».

Un milanese che apprezzi particolarmente?
«L’architetto Stefano Boeri: un uomo che ha saputo guardare negli occhi il futuro. A lui piacciono i miei scatti e mi ha dato una mano per allestire alcune mostre. Ne vado molto fiero».

Spesso si dice che questa città sia troppo competitiva, scontrosa e poco “democratica”. Dalle tue parole sembra l’esatto opposto.
«È così. Qui c’è spazio per tutti: se dimostri che ti piace lavorare sodo e ami la città, ti rispetteranno. Se per poco “democratica” si intende snob, avrei due aneddoti a proposito».

Partiamo col primo.
«Un giorno ero al top floor di Unicredit Tower, per alcuni lavori di manutenzione. Io e i miei colleghi siamo usciti sul terrazzo e abbiamo incontrato un impiegato che fumava proprio sul punto più alto della torre. Gli abbiamo detto che era molto pericoloso e che era vietato sostare in quel posto. Lui si è scusato in tutti i modi ed è rientrato. Tempo dopo, l’abbiamo incontrato nuovamente nello stesso punto e appena ci ha visti, un po’ imbarazzato, si è speso in mille scuse ed è tornato velocemente in ufficio. Una settimana più tardi l’ho rivisto in edicola, sulla prima pagina di un giornale: era il boss di Unicredit».

Temo per il secondo aneddoto…
«Quella volta non ero presente. I colleghi della mia squadra stavano sistemando la facciata del Bosco Verticale: improvvisamente da una finestra è sbucato Luciano Spalletti che, divertitissimo per quella “visita” speciale, ha voluto a tutti i costi un selfie con loro. Cioè: Spalletti ha chiesto una foto con loro e non viceversa!».

Adesso è il momento giusto per?
«Valutare le questioni veramente importanti della vita. Soprattutto in questo periodo post Covid, non sprechiamo le lezioni che abbiamo imparato durante la fase più pesante della pandemia. Dimostriamoci aperti a conoscere persone nuove e ricordiamo ogni giorno ai nostri cari quanto li amiamo».

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