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24. 06. 2021 04:47

Milano, aprile 2020: fotoracconto della speranza

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L’esplosione della pandemia è coincisa con l’approssimarsi della Quaresima, tempo di penitenza e riflessione che tutti i milanesi hanno attraversato come poche volte è accaduto nella storia recente. Dopo quaranta giorni la Pasqua è attesa come la Resurrezione dopo un periodo segnato dai decessi di coronavirus e dalla morte della città stessa colpita senza pietà in ogni suo ganglio vitale. La messa in Duomo celebrata da Delpini con due soli fedeli, l’agente Alessandro Raucci della Polizia di Stato e il maresciallo Rocchetta Minnone dei Carabinieri, che hanno partecipato come lettori, è l’immagine di come è diventata la vita: tre sole presenze, compreso l’officiante, fanno apparire ancora più gigantesca la cattedrale. Nell’omelia il vescovo lancia un messaggio di speranza: «Ecco che cosa devono fare i ragazzi in questi cinquanta giorni che sono il tempo di Pasqua: dopo aver disegnato il paese della paure, immerso nelle tenebre e nell’ombra di morte, adesso devono disegnare il paese abitato dai figli della luce».

La voglia di ripartire c’è ma come in un film dell’orrore in cui scomparso un mostro ne compare subito dopo un altro ancora più terribile, Milano si trova per la prima a volta a fare i conti con i morti che sinora sembravano appartenere solo alle zone rosse o al bergamasco. Tutto nasce da un’inchiesta di Gad Lerner su Repubblica in cui fa emergere una tragica contabilità dei defunti al Trivulzio che contrasta con quella ufficiale. È successo che pazienti di Coronavirus sono stati ricoverati alla Baggina contagiando medici, infermieri e anziani. Da gennaio ad aprile si contano 300 morti ma la casa di cura più grande e famosa d’Italia non è l’unica Rsa cittadina investita dal virus e dagli scandali: anche al Don Gnocchi, al Redaelli e all’Auxologico la cronaca si ripete con accuse ai vertici aziendali di avere mentito sui morti e di avere obbligato i medici e gli infermieri a non indossare le mascherine e disattendere le norme di sicurezza. Partono le inchieste, il Pio Albergo Trivulzio ritorna di nuovo agli onori della cronaca dopo avere dato l’avvio a tangentopoli nel ’92 con l’arresto di Mario Chiesa. È una brutta mazzata per i milanesi che si trovano a dovere dubitare di quei bastioni che dovrebbero arginare l’avanzata della pandemia e invece sembrano minati da cattiva organizzazione, malafede e un colpevole scaricabarile. Lo scandalo è l’occasione per una nuova lite tra Fontana e Sala che dall’inizio dell’epidemia avevano già abbandonato quel rapporto d’intesa che aveva portato all’assegnazione delle Olimpiadi invernali e che tanto era stato apprezzato: ora quegli abbracci e quel parlare con una voce solo sono un lontano ricordo, i due si beccano un giorno sì e l’altro pure dando vita ad uno spettacolo che contribuisce a disorientare in un momento in cui c’è assoluto bisogno di una guida e di un minimo di certezze.

Per una sorta di legge Murphy che non rispetta neppure le tragedie, anche quando sembra che si sia finalmente trovato il “guizzo azzeccato” dopo un po’ viene fuori che non tutto è andato per il verso giusto. È il caso dell’ospedale in Fiera, realizzato a tempo di record, in una decina di giorni, per fare fronte alla carenza di letti che nell’area lombarda sconvolta dal virus è diventata una della cause di mortalità. Sotto la regia di Guido Bertolaso si allestisce un centro con 400 posti grazie alla generosità di gente comune e altri più noti, come Silvio Berlusconi, che mettono a disposizione una ventina di milioni. Sembra l’affermazione della laboriosità meneghina coniugata con la generosità che ha reso celebre e invidiata la città. Col passare dei giorni ci si accorge che i pazienti ricoverati sono pochi, una ventina, crescono i dubbi sulla necessità di questa operazione e sull’utilizzo di risorse che sarebbero potute servire per altre iniziative. C’è persino il ricovero di Bertolaso, l’ex guida della Protezione Civile accorsa per dirigere le operazioni, che ha contratto il virus dando a questa vicenda un sapore malinconico.

Ormai è chiaro anche ai più ottimisti. Questo è uno di quei momenti che periodicamente mettono Milano in stato di prostrazione, è accaduto con la repressione austriaca dopo le Cinque Giornate, con quella di Bava Beccaris nel 1898, con l’ultima guerra e, per venire ai tempi più recenti, con gli anni di piombo e tangentopoli. Vicende molto diverse tra loro che sono riuscite a segnare nel profondo la cittadinanza, ogni volta scuotendola al punto da mettere in discussione i valori su cui si regge la comunità. Di fronte alla cattiva sorte che sembra non perdonare nulla, neanche gli slanci più encomiabili, tocca ad un vecchio di 91 anni suonare la campanella del risveglio. Piero Bassetti spiega al Corriere che, nonostante il mondo intero sia in ginocchio, è arrivato per Milano il tempo di ripartire. E lo dovrà fare puntando su se stessa e sulla rete europea e mediterranea in cui occupa un ruolo da protagonista. Il primo segnale che si può tornare a sperare arriva dai cantieri, che in tempi normali sono considerati come una scocciatura che intasa il traffico e infastidisce le orecchie ma ora vengono riabilitati come combustibile in grado di riaccendere un motore reso fiacco dal troppo stare fermo. È il paradosso di questo periodo in cui anche il frastuono di una trivella che perfora l’asfalto può diventare una compagna che spezza la monotonia della giornate. L’annuncio che gli operai tornano nei cantieri arriva dal Comune, dopo Pasqua sono operativi 70 dei 300 pre Covid. Palazzo Marino, consapevole delle difficoltà in cui si dibattono le imprese, concede anche facilitazioni nei pagamenti. Tornano al lavoro anche le tute blu di M4, l’opera pubblica di maggiori dimensioni.

Un altro segnale dice che il fuoco arde sotto la cenere. È il 25 aprile, per la prima volta dal dopoguerra non si può svolgere all’aperto la festa della Liberazione. Niente corteo nel centro, niente ritrovo in piazza perché il contagio non fa sconti neppure per le feste civili più sentite. Stavolta c’è voglia di reagire, di dare forma ad una celebrazione laica molto sentita perché nonostante siano passati 75 anni Milano è pur sempre medaglia d’oro della Resistenza: l’occasione è offerta dall’Anpi che invita a cantare Bella Ciao dai balconi delle case. In tutti i quartieri, in tantissime vie ci si affaccia alla finestra, a volte si imbraccia una chitarra o qualche altro strumento e si intonano le note del celebre canto: non si tratta solo di rendere omaggio a chi durante l’ultima guerra si è speso per la libertà ma di proclamare una voglia di riscatto troppo a lungo repressa. Finalmente il sindaco Sala è in sintonia con la città, anche lui canta dal balcone un po’ per lanciare la carica un po’ per liberarsi di due mesi da incubo.

L’altra grande festa del Primo Maggio non sfugge alle dure regole del lockdown, niente cortei e nessun comizio finale in piazza Duomo, come da tradizione. I sindacati chiedono di dedicare la giornata ai lavoratori che rischiano di perdere il lavoro o che lo hanno conservato ma a condizioni molto pesanti come nel caso dei rider. Quattro giorni dopo arriva il primo traguardo importante: è l’avvio della Fase 2, ovvero una attenuazione della Fase 1 che prevedeva la chiusura totale della vita pubblica. Questa seconda fase, attesa con grande trepidazione, è emblematica perché indica come il Covid-19 abbia rinominato perfino il calendario: non si parla più di mesi o di stagioni, il tempo è definito in base alle necessità dettate dell’epidemia.

Tanta attesa non mantiene le premesse, l’impatto è piuttosto blando sulla città. Le pensiline sono pressoché deserte, tram e autobus quasi vuoti, la metro è silenziosa, le serrande di negozi, bar, ristoranti e, più in generale, degli esercizi di vendita al dettaglio restano abbassate. Per non parlare delle scuole e delle università. Qualcosa, però, si muove. Gli uffici sono riaperti e qualcuno riprende il proprio posto sebbene la stragrande maggioranza dei suoi colleghi continui a lavorare da casa. È consentita la ristorazione da asporto per bar, ristoranti, soprattutto si possono incontrare i congiunti: su cosa significhi questo termine ci si interroga non senza un pizzico d’ironia finché il governo non chiarisce che si tratta di tutti coloro con cui esiste una relazione parentale o affettiva consentendo un respiro di sollievo ai milanesi che in buona parte hanno relazioni di fatto e non registrate dal comune. Qualche novità si avverte per le strade, si notano più auto forse perché chi decide di uscire da casa preferisce evitare i mezzi pubblici e il contatto con le persone. Ci sono, poi, coloro che non si trattengono e decidono di festeggiare: così un gruppo di ragazzi in zona Porta Venezia, domenica 3 maggio, inscena un flashmob guidato da un 35enne. È l’avvisaglia di quanto accadrà qualche settimana dopo ai Navigli.

I dati sulla salute confortano questo primo allentamento delle misure. Il 4 maggio si registrano 186 casi, con un incremento di 48, il 12 maggio i nuovi contagiati sono 51. Restiamo sempre il centro simbolo del virus, l’ex macchina da guerra che un tempo macinava record ma che ormai fa solo cilecca, la capitale umiliata e offesa anche da chi sino a pochi mesi era considerato una periferia nazionale, ma è nata la consapevolezza che le cose possono cambiare, che forse la sorte non continuerà ad irridere ogni sforzo, a rendere inutile il sudore e i progetti. Si diffonde l’idea che si può svoltare, sarà un cammino lento e durissimo. Ma si può ricominciare.

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