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12. 05. 2021 19:22

“OK” è il nuovo album di Gazzelle: «Scrivo per affrontare me stesso»

Unico, sregolato, spudoratamente schietto e sincero»: è Ok, il nuovo disco di Gazzelle raccontato da lui stesso

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Tempo di nuova musica per Flavio Pardini, alias Gazzelle, cantautore romano classe ’89 che, nel giro di breve tempo, ha fatto incetta di consensi e gratificazioni, arrivando dritto al cuore del pubblico senza troppi preamboli e cerimonie. Ok è il titolo del suo terzo album, disponibile per Maciste Dischi.

Qual è stata la genesi di questo lavoro?
«Ok è nato un po’ come gli altri miei lavori, ovvero dall’urgenza creativa di scrivere. È il modo che ho per affrontare me stesso, esorcizzando i miei stati d’animo. Un album composto subito dopo il primo lockdown, in maniera molto rapida e istintiva».

Oggi ti senti più cantautore o rockstar?
«Non saprei, in realtà non mi sento un cantautore classico, sono orientato verso uno stile rockeggiante, più che nelle sonorità intendo nell’attitudine, nell’approccio. Tra De Gregori e Vasco Rossi, mi sento più vicino a Vasco».

In tanti si ritrovano nei tuoi brani, l’hai scoperto poi il segreto?
«Anche se lo avessi scoperto, di certo non lo direi a nessuno, tantomeno in un’intervista (ride, ndr). Diciamo che non ho mai analizzato bene la cosa e non mi va nemmeno di farlo perché trovare una formula renderebbe le mie canzoni scontate e prevedibili».

Bruno Lauzi diceva: «Scrivo canzoni tristi perché quando sono allegro esco». Appartieni anche tu a questa scuola di pensiero?
«Io scrivo canzoni tristi perché non so fare altro in realtà, spesso non esco neanche quando sono felice. I dolori, le frustrazioni e i dispiaceri mi ispirano di più rispetto alle gioie che la vita ci offre, penso sia una cosa inconscia. L’umanità in generale tende ad avere più momenti negativi, proprio per questo consideriamo preziosi quelli positivi, che non andrebbero mai ostentati. Detesto chi ti sputa in faccia la propria felicità, i propri traguardi e la propria ricchezza. Tirare fuori le proprie debolezze è difficile, ma lo trovo più interessante ai fini della narrazione, per creare empatia con chi ti ascolta».

Esiste ancora differenza tra indie e pop, oggi?
«Penso ci sia stato un ricambio generazionale, ma alla fine è sempre pop. Non considero la mia musica alternativa. Sicuramente viviamo in un’altra epoca e la stiamo cantando noi, con i nostri suoni e il nostro linguaggio. All’indie si può attribuire un valore di indipendenza discografica, in questo penso di essere uno degli ultimi rimasti perché non ho firmato con una major, sono rimasto con l’etichetta con cui sono nato. Questa cosa mi qualifica come un “artista indie” nel vero senso della parola, ma a livello di genere faccio decisamente pop».

Sei anche uno dei pochi a non aver mai partecipato a Sanremo.
«Per quanto mi riguarda, non amo molto le gare in campo artistico. Essendo per natura competitivo, finirei per voler vincere altrimenti ci rimarrei male, di conseguenza entrerei in un circolo vizioso di turbe negative. Preferirei andarci come ospite, quello sì che sarebbe un bel gol. Riguardo quest’anno, finalmente nel cast ci sono nomi nuovi, un segnale importante di ringiovanimento del Festival. Farò il tifo per il mio amico Fulminacci, ma pure per Orietta Berti ecco».

Quanto ti sta pesando l’astinenza dai live?
«Mi mancano da morire, comincia a darmi fastidio questa noncuranza da parte delle istituzioni. Non solo per l’aspetto emotivo e romantico della questione, ma anche per un fatto di umanità, per tutte le persone che lavorano dietro ai concerti. Spero trovino presto delle soluzioni».

Quali sono gli elementi e le caratteristiche che ti rendono orgoglioso di Ok?
«Penso sia un disco unico, sregolato, spudoratamente schietto e sincero, che non è sceso a compromessi con il mercato discografico. Un album libero, come gli altri che ho fatto, ma con un focus più preciso sul il mio estro artistico».

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