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Le difficoltà in cui si dibatte da anni il welfare pubblico e l’evoluzione degli stili di vita sono i fattori alla base del nuovo welfare aziendale e occupazionale: è quanto emerge da “Welfare for people”, il secondo rapporto su questo fenomeno che riguarda l’insieme delle iniziative di natura contrattuale o unilaterali da parte del datore di lavoro volte a incrementare il benessere del lavoratore e della sua famiglia attraverso una diversa ripartizione della retribuzione che può consistere sia in benefit rimborsuali sia nella fornitura diretta di servizi o in un mix delle due soluzioni.

Il rapporto, promosso da Adapt e dall’Osservatorio Ubi Welfare di Ubi Banca, parla di un ritardo non solo da parte dell’Italia: «Il gap di offerta tra domanda e servizi di welfare – ha affermato Letizia Moratti, presidente del Consiglio di Gestione di Ubi Banca – è un dato acquisito in tutte le economie sviluppate, nella sola Italia si prevede che raggiunga i 70 miliardi di euro entro il 2025: ad essere insufficiente, rispetto al fabbisogno, è in particolare il servizio dell’assistenza sanitaria offerto dal pubblico».

L’attuale situazione induce a un cauto ottimismo: «I dati Eurostat – ha aggiunto – dicono che il 12% dei lavoratori è a rischio povertà, è raddoppiato il numero dei lavoratori part time ma il mercato del lavoro sta tornando al pre 2008, ovvero al periodo prima della crisi».

Che il welfare pubblico sia in crisi lo ha sostenuto anche Michele Tiraboschi: «E’ dovuto alla crisi del lavoro che stiamo vivendo – ha spiegato il coordinatore scientifico di Adapt -. Il rapporto dimostra come i cambiamenti demografici quali l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche, il calo delle nascite possano essere affrontati con strumenti di welfare attraverso le imprese».

I lavoratori sembrano su questa linea se si considera che, su 400 contratti aziendali, nel 2016 solo il 3% aveva deciso di convertire il premio di produzione in welfare: un anno dopo è diventato il 15 e lo scorso anno il 30. Un ruolo propulsivo in questo settore è svolto da Ubi Banca che, attraverso la divisione specializzata Ubi Welfare, ha stretto un accordo quadro con Confindustria Nazionale e diciotto accordi con associazioni locali per promuovere la cultura e l’adozione delle pratiche del welfare.


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