Da Lotto a Trenno, da Bicocca all’America. Con un filo in comune: la passione per la scrittura. Annalisa è un’ingegnera milanese di 34 anni a New York. Con un lavoro come impiegata per una società farmaceutica, «per pagare le bollette, come dico io». Ma anche con un romanzo, il suo terzo, appena pubblicato: Nine (tradotto: Nove) verrà presentato martedì a Manhattan. E racconta cosa significhi essere donna ed incinta, oggi.

RICORDI • «Quando da piccola andavo al lago di Como con i miei, papà si inventava sempre storie, prendendo spunto dai Promessi Sposi: lo ascoltavo rapita». Annalisa ha sempre amato scrivere. Anche se quando parla di lei, dice innanzitutto di essere una «pragmatica di natura». Due anime, la creativa e la pratica, che si intrecciano continuamente. I ricordi di Annalisa vanno subito agli anni milanesi. Prima l’esperienza, complicata ma bella, al liceo Vittorio Veneto: «Mi definisco una secchiona gentile, non facevo copiare ma aiutavo», dice con un sorriso. Poi le lauree, in ingegneria aerospaziale e spaziale, in triennale e in magistrale, al Politecnico. «Un ambiente maschile, data la materia, che però a me è sempre piaciuta tantissimo: da bambina volevo fare l’astronauta». Infine il lavoro, a ZS Associate: un’azienda di consulenza a Milano, in cui inizia a lavorare nel 2008.

LA SVOLTA • New York arriva quasi per caso. «Quando cresci come figlia unica e studi a Milano, non provi le esperienze da fuorisede dei tuoi colleghi: appena finii l’università, cercai quindi di partire il prima possibile». Nel 2010, «ZS mi diede la possibilità di fare un MBA, ma rifiutai. Chiesi piuttosto di spostarmi in America, e fui scelta dall’ufficio newyorkese». A Manhattan, Annalisa si trasferisce nel 2011, poco dopo aver conosciuto il suo attuale marito: «Ci incontrammo a Londra, nella stessa azienda. Ci conoscemmo in un meeting prima della mia partenza per gli USA, che posticipai un po’ dopo averlo conosciuto. Oggi siamo sposati con il nostro splendido bimbo, Charles, a New York, dove mi raggiunse nel 2012».

IL LIBRO • Manhattan è una giungla urbana complicata per tutti. Ma per una donna, quando incinta, può esserlo ancora di più. «Le persone ti guardano diversamente, appena vedono l’accenno di pancia – ammetta Annalisa –. Era un continuo “Vedrai come cambia tutto”, “Chissà come ti senti realizzata ora”, “Come fai col lavoro?”». Per lei, però, non era così: «Mi iniziai a chiedere perché quella pancia non mi provocasse le reazioni che gli altri si aspettavano: ero felicissima eh, ma avevo una vita vera già prima». Durante il tempo libero, Annalisa inizia a scrivere un diario personale con queste riflessioni. Giorno per giorno. Un diario che, riadattato con un personaggio di finzione («una mia versione, estrema in tutto») diventa romanzo. «In Nine provo a spiegare le difficoltà di lavorare col pancione fino all’ottavo, nono mese, di farlo in una città tra le più costose del mondo e in cui l’assistenza sanitaria è un servizio, non un diritto. E di dimostrare che donne lo ci si possa sentire già ben prima di quella pancia, senza sensi di colpa».

MILANO, DOMANI • E il piccolo Charles, quando la vedrà Milano? «L’ha già vista! Siamo stati in vacanza di recente dai miei». Ma di tornarci in pianta stabile non se ne parla: «Mi manca Milano, mi ricorda Manhattan per il suo spirito intraprendente e in due ore di macchina ti sposti ovunque. Ma economicamente, dovessimo rientrare in Europa, saremmo costretti a scegliere altrove».