La riapertura e una sconosciuta timidezza

In questi primi timidi giorni di riapertura, Milano sembra soffrire più di altre realtà in giro per l’Italia. Si percepisce negli sguardi delle persone, negli atteggiamenti, in una timidezza che alla città sembrava quasi sconosciuta.

 

Il colpo è stato durissimo, sebbene dal punto di vista sanitario la città abbia retto meglio (magra consolazione nel dramma) delle paure che si avevano all’inizio della pandemia. Un freno a mano tirato, un andamento da prima-seconda che poco ha a che fare con la lentezza del traffico.

Ci parla di uno stato d’animo collettivo irrisolto. Come se non riuscissimo ad assolverci, o quantomeno andare oltre, il “Milano non si ferma”, gli aperitivi e le cene a Chinatown, come se non fossimo in grado di dire: abbiamo capito la lezione.

Dall’altro lato, come se una paura, uno stato di ansia si fosse impossessato di noi, come se ci sentissimo incapaci di riprendere le abitudini, la nostra normalità, seppure necessariamente modificata dai fatti (non siamo pirla, ma neanche scemi).

Qualcuno sta correndo il rischio di rifugiarsi nel fortino della “Milano che conta”, quel mondo di “piace alla gente che piace”, gente alla moda, di “fighettismo” e finto intellettualismo che ha imperato senza contraddittorio per lunghi anni (possiamo un po’ dirlo?).

Ora serve recuperare quello spirito, sano e costruttivo, di una città che sa mettere le mani nella “melma”, come ha dimostrato in passato con sindaci come Caldara, Greppi, Aniasi.

Abbiamo vissuto un’epoca d’oro interrotta forse sul più bello, ma anche, diciamocelo, sul più potenzialmente brutto. Ma a differenza di altri, qualche base per ripartire, magari riflettendo su cosa mancava anche prima, su cosa rischia di mancare dopo, su cosa invece non c’è mai stato, ce l’abbiamo.

Una fra tutte è l’Olimpiade. Sarà nel 2026, una manna sapere che abbiamo più di 5 anni. Un obiettivo che può tenere in piedi un buon pezzo di economia della città, in prospettiva. Ecco, ripensando a quanto si può fare meglio rispetto al passato.

Mettendo al centro la persona, le persone. Scrollandoci di dosso un po’ della retorica post-expo della città infinita, invincibile. Non siamo invincibili, ma siamo milanesi. Bisogna distinguere tra il sano orgoglio e il tracotante trionfalismo.

Usando tutta la fantasia a disposizione ma soprattutto recuperando un sano spirito dialettico: abbiamo bisogno di confrontarci sul futuro, di discutere, divederci, litigare, di mettere in discussione certezze antiche e dubbi nuovi.

Le città sono sempre sopravvissute alle pandemie, il punto è come. Milano non ha bisogno di paternalismi, di invocazioni alla Madonnina, di cazziatoni del prof di turno. Né tantomeno di neomillenarismi catartici, di slogan tipo “prima era il problema”.

No, il problema è oggi, la questione è come sarà domani, come far tornare la normalità che la stragrande maggioranza sogna (ve lo voglio dire, cari millenaristi, ricordandovi la scena di Troisi: «Ricordati che devi morire! Mo’ me lo segno»).