Giancarlo Morelli si racconta dopo l’incidente di gennaio e l’emergenza coronavirus

«Non apro per forza. Noi ristoratori abbiamo bisogno di poter volere bene alla gente, chi apre oggi è un eroe»

Giancarlo Morelli
Giancarlo Morelli

Prima un grave incidente sugli sci. Poi l’emergenza coronavirus. Il 2020 è stato un anno poco fortunato, fin qui, per Giancarlo Morelli, chef del celebre Pomiroeu di Seregno, ma anche de “Il Morelli” e “Bulk” di Milano.

 

 

Giancarlo Morelli si racconta dopo l’incidente di gennaio e l’emergenza coronavirus

Eppure, per Giancarlo Morelli, che si è raccontato in una livestory Instagram su Mi-Tomorrow, la Fase 2 sembra iniziata alla grande, almeno dal punto di vista del morale: «Sono stato fortunato», ha raccontato lo chef.

Quanto vorrebbe lasciarsi alle spalle questo 2020?
«Sono abbastanza fatalista, non so se perché è il 2020. Per me è iniziato in un modo non positivo, poi si è trasformato: sarebbe potuto andare peggio. A febbraio, per me erano già cambiate tante cose, soprattutto nella mia testa».

Poi è arrivato il Covid-19…
«Oltre a coinvolgere me, ha preso tutto il mondo. Allora, ho pensato: dovevo vedere il mondo dopo questo virus. Non sappiamo cosa succederà domani, questo momento ci ha cambiato e ora non siamo sicuri del futuro».

Ci ha messi tutti sullo stesso piano.
«Dobbiamo cercare di mettere tutte le nostre capacità su un grande piatto per costruire il nostro futuro. Solo rimanendo uniti, continuando a parlare e capire, possiamo costruire un domani. Proviamo a prendere in mano la nostra vita».

Come si fa?
«Il mondo della leggerezza è indispensabile per guardare in là. Abbiamo bisogno anche di essere ottimisti, stiamo vivendo qualcosa di impensato e di molto grave. La vita è legata a niente, siamo qua di passaggio: se esiste la fortuna, resti qui. Altrimenti si rischia grosso, soprattutto in questo momento».

Provando a parlare al Morelli imprenditore, è preoccupato per la ristorazione?
«Condivido questa preoccupazione, io sono molto confuso. Questo succede anche a molti miei colleghi, non riesco a capire effettivamente cosa ci aspetterà domani. Chi aprirà, lo farà per una passione sfrenata, perché vuole dire che c’è».

Lei cosa farà?
«Non faccio parte di questa schiera, non voglio aprire per forza. È una decisione mia che ho condiviso con tutti i collaboratori: abbiamo bisogno di poter volere bene alla gente. Mi piacerebbe vedere un sorriso tra la gente, noi ristoratori non siamo indispensabili».

In che senso?
«Siamo fondamentali per avere momenti di gioia, aiutiamo a superare momenti difficili. Andiamo al ristorante per fare qualcosa di diverso e raccontare qualcosa, in questo momento possiamo solo sfamare le persone. Ma non sarebbe lo stesso, non abbiamo modo di amare la gente. Per me è un aspetto fondamentale».

E chi aprirà come farà?
«Per me sono degli eroi, ma vorrei chiedere: con quale certezza aprite? Sono dei visionari, credono nelle istituzioni che ci stanno mandando alla disperazione. Oggi non sono ciò che vorrei essere, ho bisogno di amare i miei ospiti. Non ci hanno detto cosa dobbiamo fare, tutte queste regole non sono sufficienti. Sono confuso».

Nel frattempo, lei andrebbe a mangiare in qualche ristorante?
«Sì, andrei per essere un cliente e dare forza e coraggio a questi eroi che vogliono prendersi la responsabilità e la gioia di far ripartire i nostri ristoranti. Vogliono esserci, quindi vorrei abbracciarli virtualmente e dire loro che sono un esempio per tutti noi».

Manca una linea chiara?
«E’ qualcosa di incredibile. Banalmente, cosa significa “sanificare”? L’ordine e la pulizia sono sempre stati dei punti fissi del nostro lavoro. Vuol dire che prima eravamo tutti non a norma con l’aspetto dell’igiene?».

C’è anche troppa cautela in questo momento?
«Io non lo so, vorrei solo tornare a fare il cuoco. Desidero tornare ed essere felice, ma felice nel fare il mio lavoro. Non mi posso accontentare, non lo voglio fare. Voglio essere protagonista, desidero vivere di racconti dei miei clienti. Io sono stato 122 giorni in ospedale, in aggiunta 10 giorni in rianimazione da vivo. È una cosa di una durezza incredibile».

Anche per chi ci lavora dentro…
«Altro che angeli, garantisco io. Sono molto di più, eroi veri. Viverlo da dentro, cosciente, si vede proprio la vocazione di tutti gli angeli che salvano vite ogni giorno».

Ispirerà una canzone al suo amico Tommaso Paradiso…
«Mi è stato vicinissimo, è una persona fantastica. Non ho mai ricambiato tutto il bene che ho ricevuto, devo lavorare ancora molto per questo. Devo ricambiare tutto il bene che ho sentito in questi giorni, ero solo ma non sono mai stato solo».

Ha mai pensato di fare il delivery?
«Sono sempre stato un visionario, ho iniziato nel 1988 a fare questo lavoro. Il delivery mi ha riportato a quando ero un garzone di gastronomia. Il garzone partiva con la bicicletta e andava a consegnare, lo faceva ad una cuoca nelle case delle persone più ricche. La cuoca doveva solo rigenerare o riscaldare quello che il gastronomo mandava a casa. Questo era fare delivery all’inizio degli anni ‘80».

E ora?
«Già allora, capivo che il cibo che arrivava non era come volevamo arrivasse. Pensavo che questo sistema avrebbe portato alla fine delle gastronomie, proprio perché il cibo cambiava. C’è stata poi una grande discesa. Non sono mai stato attratto da questa modalità, anche ora che sono imprenditore».

Quando riaprirà come farà?
«Faremo anche qualcosa con il delivery, ma penso a qualcosa di molto fruibile. Non possiamo pensare che la fantasia del cuoco sia trasferibile e da poter portare a casa. C’è una filosofia di pensiero che riesce a rendere ottimi i piatti. Dobbiamo perdere meno opportunità possibili».

Cosa le fa più paura?
«Mantenere tutti i ragazzi che lavorano per noi, lotterò fino alla fine. Salteremo tutti insieme, eventualmente. Vorrei far capire a tutti che siamo molto legati ai nostri ragazzi, lo dico con convinzione. Chi lavora con noi, in qualche modo mi assomiglia. Sento tutti i ragazzi un po’ miei».

Le crisi portano opportunità: una che ha intravisto e che le piacerebbe portare avanti?
«L’opportunità che abbiamo ricevuto tutti ci ha fatto capire una cosa: essere solisti, nella vita, non porta da nessuna parte. Sono convinto che ognuno troverà la propria strada, magari nuova. Questo dev’essere condiviso più di prima».