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29. 06. 2022 12:39

Ad Orticola torna protagonista l’arte fotografica di Settimio Benedusi: «Provate a fare una foto brutta»

Fotografia ancora una volta protagonista ad Orticola. A tu per tu con Settimio Benedusi: «La qualità di uno scatto non è quella di essere bello. Deve essere funzionale, avere un senso»

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Mi chiede subito di dargli del tu Settimio Benedusi, che del rapporto umano e popolare ha fatto un mantra attraverso la fotografia d’autore. In questi giorni è protagonista ad Orticola ai Giardini “Indro Montanelli”, dove cura proprio oggi alle 16.00 il laboratorio Come realizzare brutte fotografie e dove fa tappa con il suo progetto Ricordi? Ritratti fotografici stampati, un profondo omaggio alla fotografia nella sua accezione primordiale.

È così che Benedusi, una carriera trentennale alle spalle e un bisogno – enorme – di uscire da un circuito patinato e in parte svuotato, ha deciso di avvicinarsi di più a chi fotografa. Con zero filtri e tanta verità.

Benedusi: «Meglio fotografare un motorino che un tramonto»

Quindi tieni un corso per fare foto brutte?
«È una battuta, ma è anche la verità. Ogni tanto ai ragazzi a cui insegno faccio questo piccolo esperimento».

Cioè?
«Chiedo di aprire il telefono, usare la macchina fotografica e fare una cosa molto difficile: chiedo di usare la fotocamera del telefonino e fare una foto tecnicamente sbagliata».

Come dev’essere?
«Mossa e brutta. Non ci riescono: è impossibile».

Come mai?
«Le foto dei telefoni sono tutte belle. Non ci sono più le foto brutte di una volta. Un ragazzo di vent’anni non sa cosa sia una foto sfocata».

benedusi

Ed è un problema?
«Sì. Perché la qualità di una fotografia non è quella di essere bella. Deve essere funzionale, avere un senso. La perfezione non vuol dire avere un senso, voglio insegnare quello».

La fotografia, come hai dichiarato, è «un mezzo per indagare il mondo».
«Esatto. Meglio una foto fatta al proprio motorino dopo un incidente piuttosto che una foto del tramonto che non serve a niente. Quella del motorino serve all’assicurazione».

E il tramonto?
«Inquina gli occhi. La maniera peggiore di guardare una cosa è fotografarla».

Come i turisti…
«Un giorno lo dirò anche ai turisti che vanno a Venezia, la città più bella del mondo. Dal 3D si passa al 2D: hanno perso il loro tempo».

Come mai siamo arrivati a questo?
«Qui dobbiamo partire da lontano, siamo ovviamente nel trionfo della necessità di esibire. Non fotografiamo per documentare, ma per condividere. Non vogliamo raccontare ma dire dove siamo, per far vedere la nostra fortuna».

I fotografi che ti hanno ispirato?
«La notizia, intanto è che anche di questi tempi ho dei maestri: siamo nell’era dell’incompetenza, tutti fanno tutto senza sapere niente. È difficile avere punti fissi. Ugo Mulas è uno dei miei maestri, ho grande ammirazione anche per JR e Weston».

Colpisce la tua necessità di tornare all’origine della professione: è così che nasce Ricordi?
«Per trent’anni ho fatto il fotografo per il giornalismo e l’utilizzo editoriale delle mie foto. Ma contemporaneamente sono successe delle cose: il mondo dell’editoria è scomparso, c’è stato un crollo generale. La crisi commerciale ha portato anche alla crisi ideologica della carta».

benedusi

Ovvero?
«Oggi i giornali sono solo autoreferenziali. I più giovani non sono mai entrati in un’edicola, non sanno proprio cosa sia. Alcune riviste sono fatte per quelli che le fanno. E portano alla morte del comparto… Mi sono stufato anch’io di tutta questa messa in scena teatrale. Dopo un po’ ti stanca».

Cosa ti ha stancato?
«Le ragazze che vengono truccate per ore e poi dicono che con quella crema diventano in un certo modo. Che non è vero. Per questo motivo ho sentito il bisogno di tornare alle origini della mia fotografia».

Un viaggio a ritroso che ti ha portato fino a dove?
«Alla fotografia appena inventata, almeno 200 anni fa: l’umanità ha capito che la foto poteva essere – ed è stata – una grandissima alternativa alla pittura per regalare il privilegio agli osservatori attraverso un’immagine. Ora non abbiamo più quadri, ma abbiamo a casa dei ritratti dei nonni. Questo privilegio regalato dalla fotografia è stato usato per anni, ora è di nuovo scomparso».

Come mai?
«Perché non esistono più fotografi artigiani. E io vorrei far tornare di moda la possibilità di questo privilegio: uno va da un fotografo e si fa fare un ritratto».

E i tuoi ritratti sono solo stampati, senza copia digitale.
«Esatto. La gente lo chiede, ma l’oggetto è la stampa. Uno si porta a casa qualcosa, è fondamentale ed importantissimo. Quella foto di bambini o anziani avrà un valore un domani, tutte le altre foto digitali saranno scomparse».

Riscontri?
«Pazzeschi, c’è sempre qualcuno che piange e si commuove. Un giorno una signora è venuta a farsi fare un ritratto su suggerimento della propria psicoanalista. Non è da sottovalutare questo scopo terapeutico».

E in questi giorni sei protagonista ad Orticola.
«Quando ho cominciato e ho avuto l’idea per questo progetto, ho pensato che avrei voluto lavorarci in un contesto che fosse l’opposto di quelli che avevo frequentato. Volevo essere nel luogo più inclusivo e democratico che conosca: il mercato».

Com’è stato?
«Il primo anno sono andato a Modena. Ho messo il mio tendone da circo e facevo ritratti. Cosa che penso non sia mai successa. Io a Milano ho uno studio grandissimo, ma non ho mai fatto ritratti lì perché dà troppo l’idea di fotografo. Volevo e voglio stare tra la gente».

Cosa vuoi trasmettere?
«La gente deve vedere un posto accessibile come il mercato, con un anima diversa e un approccio umano diametralmente opposto a quello dello studio. Ho l’ambizione di portare tranquillità a tutti. Sono sempre io che faccio questo mestiere, nella stessa maniera. Ma con Ricordi lo faccio con il linguaggio delle persone».

 

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