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17. 09. 2021 15:03

La lettere dei docenti di “Priorità alla scuola”: «Ci vediamo il 7 gennaio davanti ai cancelli»

Una lunga lettera in cui docenti esprimono l'importanza di non demandare oltre il rientro a scuola

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I docenti del movimento “Priorità alla Scuola” hanno scritto una lunga lettera rivolta ai propri colleghi dubbiosi nel far tornare i ragazzi in aula nei prossimi giorni. Qui di seguito il testo integrale.

La lettera. Noi docenti di Priorità alla scuola ci rivolgiamo alle nostre colleghe e ai colleghi a oggi dubbiosi o contrari alla riapertura delle scuole in presenza per condividere le ragioni della nostra ferma convinzione circa l’inderogabile necessità di ritornare a scuola il 7 gennaio, per restarci in sicurezza. Il motivo per cui siamo convinti che la scuola debba rimanere aperta (a meno che non chiuda prima il resto del paese) è che la formazione in presenza è vitale come la sanità e come l’alimentazione. È l’importanza che attribuiamo al nostro ruolo ad averci convinto, mentre altri lavoratori e lavoratrici stanno mettendo in gioco i propri corpi per garantirci l’utilizzo abituale di servizi e trasporti in questa emergenza. E non accettiamo che il diritto allo studio dei nostri ragazzi sia trattato come quello degli sciatori allo svago, e che la nostra preparazione sia sacrificata per la salvaguardia delle attività produttive. Ci addolora che proprio i lavoratori della scuola sembrino i meno motivati a combattere il deserto sociale che sta avanzando.

Lottare per tornare in presenza e in continuità significa, secondo noi, riprenderci quel ruolo di educatori, che la DaD (o DDI) come «opportunità» ci ha ormai quasi completamente negato. Hanno rinchiuso la curiosità e la vitalità degli studenti in un rettangolino, lo stesso in cui hanno stipato la nostra professionalità, privandola della nostra personalità, della nostra formazione e preparazione, della nostra possibilità di costruire lezioni a partire dai loro dubbi, dalle loro domande, dal nostro essere insieme, perché gli studenti imparano gli uni dagli altri, dalle domande che emergono e dalle risposte, sempre provvisorie, che ci diamo. «Il rapporto tra maestro e scolaro è un rapporto attivo, di relazioni reciproche e pertanto ogni maestro è sempre scolaro e ogni scolaro maestro» ci insegna Gramsci, scelto infatti come mentore di PAS. Gli studenti imparano gli uni dagli altri. I danni didattici, psicologici, sociali (Centro Europeo per il controllo delle malattie, ECDC), non sono indennizzabili da alcun «ristoro» (Miozzo, Cts). Altrettanto preoccupante è poi l’aumento prodotto dalla DaD della dispersione e dell’abbondono scolastico, in una nazione in cui il secondo era già al 14% prima del lockdown, con conseguenze occupazionali pesanti. Non c’è Dpcm che possa togliere quello che la Costituzione garantisce: la scuola (aperta) a tutti.

Tutti abbiamo visto gli studenti accovacciati davanti alle loro scuole chiuse, avvolti da coperte, connettersi per seguire le lezioni che molti di noi svolgevano da classi vuote a dimostrazione del loro prendere coscienza che quanto fino a un anno fa consideravano poco più di un obbligo è diventato un diritto per cui battersi. E così noi abbiamo abbandonato quelle aule vuote e siamo andati a fare lezione in strada, convinti che la scuola è dove si incontrano studenti e docenti.

Le esperienze delle scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, ove non chiuse, sono state confortanti. I dati epidemiologici non hanno rilevato maggiori indici di contagio rispetto alla popolazione generale, e questo dovrebbe essere sufficiente ad affermare che la battaglia per una scuola nuova, rispettosa dei diritti di studenti e lavoratori docenti e ata, sicura, si combatte a scuole aperte.

La salute, come ricorda l’Oms è psicofisica e la relazione è vitale. Non possiamo convincerci che gli adolescenti elaborino la drammatica realtà che stanno vivendo nel chiuso delle loro stanze, in un paese in cui, tra l’altro, il 25% dei minori vive in condizioni di sovraffollamento domestico. Sicurezza non sono solo i banchi distanziati, gli ingressi scaglionati, le mascherine. Chiediamo che i docenti vengano al più presto inclusi, su base volontaria, tra i destinatari del vaccino, dopo il personale sanitario. In particolare chiediamo che sia data priorità ai docenti in condizioni di fragilità, i più anziani o con patologie.

Chiediamo inoltre che tutte le regioni si adoperino a seguire l’esempio virtuoso della Toscana e del Lazio con screening generali nelle scuole. A oggi, a Firenze la campagna per studenti, docenti e ATA tra primarie e medie, ha eseguito circa 9mila test rapidi che hanno segnalato 12 casi di positività, confermando che la scuola non è luogo di diffusione del contagio. Chiediamo (da aprile) presìdi sanitari che assicurino alla popolazione scolastica un tracciamento capillare e tempestivo nei risultati.

La scuola si cura non si chiude. Sono molti gli apprendimenti che abbiamo rafforzato in presenza per combattere questa fase: dall’igienizzazione al distanziamento, dall’uso delle mascherine alla temperatura all’ingresso per chi l’ha adottata. In pochi altri luoghi sono state adottate misure simili. Opporsi alla chiusura generalizzata, utile scorciatoia politica, non significa «volere scuole aperte comunque» significa adoperarsi per scuole più sicure, accettare chiusure mirate là dove ci fossero focolai e valorizzare gli istituti anche come luoghi di monitoraggio territoriale del contagio, unica rete in grado di raggiungere oltre 20 mln di cittadini. Lottiamo assieme per incentivare la comunicazione celere tra scuola, referenti covid, famiglie e ASL dei casi positivi tra docenti, studenti e personale.

Nessuno si salva da solo. Non ci salveremo noi docenti se accettiamo lo svilimento del nostro ruolo educativo, che è anche quello di insegnare buone pratiche di convivenza e di reciproca responsabilità, trasmettendole ai giovani che saprebbero adottarle negli altri contesti in cui vivono. Non si salvano gli studenti: sarebbe questa generazione prigioniera, la «next generation» cui il governo dice di voler dedicare il Recovery Fund? Non si salva la società perché è la scuola a produrre i suoi cittadini. Non si salverà da questa tremenda pandemia chi resterà ancorato a se stesso: chi non accetterà di cambiare, chi resterà ancorato a tempi, progettazioni, modus operandi tradizionali, noi insegnanti di PAS vogliamo provare a cambiare, abbiamo saputo far lezione per strada, sapremo capire insieme ai nostri studenti come superare, stando in classe, questa difficilissimo periodo.

È la chiusura, non la scuola, a togliere dignità al nostro lavoro rendendolo meno essenziale di tutti gli altri e a compromettere le opportunità di cambiamento e miglioramento della scuola. Purtroppo chi, lasciandosi bloccare dalla paura, vorrebbe continuare con la DaD non si rende conto che così facendo contribuisce a svalutare la nostra professione: lottare per tornare in presenza significa anche ridare all’insegnamento quella dignità e libertà che ha perso e quel valore sociale che gli spetta, rafforzandola anche come luogo di educazione ad affrontare la fase pandemica.

L’esperienza delle scuole che sono rimaste aperte è migliorata dall’apertura a settembre fino al 22 dicembre (infanzia, primaria, secondaria di primo grado). Non si sono registrati cluster né maggiori contagi e le quarantene effettuate sono da considerare strumento di tutela e non indice di maggiore pericolo. È a scuole aperte che possiamo lottare contro le classi pollaio e per turnazioni idonee all’utilizzo dei trasporti pubblici che non penalizzino il nostro lavoro. È solo a scuole aperte che potremo contrastare le decisioni di governo, CTS, enti locali e prefetti fino a oggi prese sulle nostre teste.

Ripartiamo da qui per pensare la presenza dei nostri ragazze/i e scongiurare la distopia immaginata da Asimov nel ’51 che la DaD sembra stia realizzando: la scuola in una stanza con insegnanti elettronici. A tutto questo troppi docenti e studenti si stanno abituando, nella fasulla illusione che non ci siano alternative. Si sta inducendo una generazione a credere di non avere diritti né opportunità, costringendola a rinunciare al nutrimento culturale e all’istruzione. È la stessa ostinata logica con cui sono stati chiusi teatri, cinema e musei e pesantemente penalizzate biblioteche e archivi, ritenendoli attività improduttive. Noi docenti di PAS non accettiamo che la fantasia, la cultura, la nostra preparazione sia sacrificata sull’altare delle attività produttive. Perché la scuola è la prima tra le attività: forma cittadini, salvaguarda il presente e produce futuro.

Ci vediamo il 7 gennaio 2021 davanti ai cancelli delle nostre scuole.

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