Un cantante italiano dell’opera, due volte immigrato, nato in Grecia e che vive di musica in America.

 

La storia di Stefanos Koroneos è una storia itinerante, distribuita per tre Paesi, arricchita da decine di esibizioni e che oggi lo vede protagonista come direttore artistico e generale del Teatro Grattacielo di New York. «Ma è a Milano dove ho fatto il passaggio da ragazzo a uomo».

Atene-Milano

Immaginatevi un piccolo paesino del Peloponneso e un ragazzino troppo aperto al mondo per rimanerci. Stefanos inizia il suo percorso qui. «Vengo da una famiglia molto modesta e dopo i primi anni ad Atene, ci spostammo per motivi lavorativi». Appena maggiorenne, però, lascia la Grecia.

E arriva a Milano, in una casetta sul Naviglio Pavese. Sono i primi anni ’90: «All’epoca facevo lavoretti di ogni tipo, mentre studiavo per diventare cantante dell’opera: imparai l’italiano in otto mesi». La prima immigrazione è semplice. «Ma solo perché mi sono sentito italiano fin dalla nascita, ero affascinato dai racconti, dalla lingua. Volevo esserne parte». Lo dice parlando un italiano perfetto.

La Milano in cui cresce è una città che non vive i suoi anni migliori. «Mi ricordo lo stato delle stazioni: Centrale, Lambrate, Garibaldi cadevano a pezzi». Stefanos viaggia molto, per formarsi ed esibirsi. Toscana ed Emilia Romagna sono veri riferimenti. «Ma ogni volta ero innamorato dall’idea che tornare a casa significasse tornare a Milano».

Natale.

Il passaggio americano arriva tramite Mosca. È il 2004: «Ero in Russia per la produzione de La Traviata e un agente mi vide. Mi propose un’esperienza a New York e mi dissi, “Perché no?”». Nel giro di una manciata di mesi cambia tutto.

Vende casa a Cinisello Balsamo, dove si era trasferito. E va in America:«Sono arrivato a New York la notte di Natale, all’aeroporto di La Guardia». L’arrivo, di sera e senza passare dallo skyline, non è dei migliori ma dal mattino dopo, Stefanos viene rapito da New York: «Mi si aprì il cuore, ero in estasi. Appena l’ho vista, la città non mi ha più lasciato».

Manhattan.

Stefanos inizia la sua seconda vita qui, come baritono. E a coinvolgerlo ancora di più è la sua passione per l’architettura contemporanea: «Manhattan ne è la patria». L’integrazione è più complicata questa volta: «Ho sentito lo sbalzo culturale rispetto alla prima esperienza». Ma nella New York «dove molti di noi sono immigrati», Stefanos trova il supporto della comunità italiana: «Ho incontrato persone che mi hanno fatto sentire a casa». New York è una città di sfide.

E l’ultima è rilanciare il Teatro Grattacielo, la cui compagnia ha la missione di divulgare le opere verista della grande tradizione lirica italiana negli Stati Uniti. «La fondatrice, Duane Pritz, mi chiese di aiutarla e accettai subito».

Il lavoro da fare è molto e la nuova impostazione è duplice: non solo il progetto della compagnia, «ma anche una scuola di formazione per le nuove voci dell’opera», la Camerata Bardi Vocal Academy in collaborazione con Bel Canto International Club, dell’italo-americano Enzo Pizzimenti. «Stiamo preparando tutto, è come vedere qualcosa che nasce da zero».

Domani.

Oggi Stefanos è concentrato sul 2020 e sul Teatro Grattacielo. Continua a sentirsi vivo grazie alla musica, «da sempre nel mio DNA: è la mia sanità mentale, ho bisogno di lei per essere felice». Ma domani ci tornerebbe nella Milano dove l’ha studiata? «Sì, il mio sogno un giorno è di finire la mia carriera nella città grazie alla quale sono diventato adulto».

«Ma ogni volta ero innamorato dall’idea che tornare a casa significasse tornare a Milano»

La musica, il centro di tutto
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