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14. 06. 2021 09:57

Uno sguardo sulla Grande Mela: racconto di una milanese emigrata a New York durante la pandemia

Stefania, con il marito Gian Giacomo, si è trasferita da Milano in piena pandemia: «La città sta ripartendo, ma senza la riapertura dei confini non è la vera NYC»

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Quando Stefania e il marito Gian Giacomo sono arrivati a New York, a Novembre, hanno trovato una città silenziosa. Il rumore, solo sporadico, di taxi e pullman. Una Manhattan vestita a festa per turisti che non c’erano. Le luci natalizie allestite lungo strade orfane di visitatori e residenti.

«È stato il periodo di Natale più strano di sempre» dice Stefania, nata in Sardegna, adottata da Milano per dodici anni, neonata newyorkese da qualche mese. Lo dice al telefono dalla sua casa a Manhattan, seduta alla finestra a osservare la città: «È stato come vedere New York leccarsi le ferite della pandemia dopo il lungo inverno», dice. Una città che sembra di nuovo pronta ad accogliere persone come Stefania: «Ma per tornare alla New York di prima devono riaprire i confini con l’Europa».

New York, tra chi parte e chi arriva

Con l’arrivo dello tsunami coronavirus, lo scorso anno, la città che non dorme mai è stata costretta a un riposo forzato. I numeri dell’esodo fanno riflettere: secondo il database dei servizi postali americani, in 333,386 l’hanno lasciata per sempre.

Secondo una ricerca Unacast, 3,57 milioni di persone hanno abbandonato la Grande Mela nel 2020, tra il 1º gennaio e il 7 dicembre. Sono state sostituite da 3,49 milioni di nuovi arrivi, la maggior parte dei quali traferitisi a New York dopo l’estate dello scorso anno. Stefania e Gian Giacomo sono stati due di questi. «Il rumore che è mancato a novembre lo stiamo ricominciando a sentire da qualche settimana, ma quella sensazione di vuoto rimane».

È tempo di riaperture anche oltreoceano

Anche perché New York sta vivendo una fase strana. I locali e i ristoranti sopravvissuti alla crisi sono pieni e i parchi sono stracolmi, ma l’assenza di visitatori occasionali si fa sentire. È come se le persone rimaste dovessero coprire uno spazio troppo vasto da riempire.

«A distanza di qualche mese posso dire che l’impatto è stato forte, ma sono, siamo contenti di esserci arrivati», spiega Stefania, che nel 2008 approdò a Milano da Cagliari senza conoscere nessuno, esattamente come adesso a New York. All’ombra della Madonnina ha lavorato a Famagosta, San Donato e Assago, come HR payroll.

«Milano mi ha cambiata in molti sensi, l’ho amata tanto – ammette –. E vorrei sfatare il mito dei milanesi freddi: ho sempre trovato persone che anzi mi hanno coinvolta». A New York, causa pandemia, quel contatto umano iniziale è invece mancato, «ma spero che la situazione possa cambiare con l’arrivo dell’estate».

Vaccini per tutti

Il sindaco Bill de Blasio ha annunciato che la città è pronta a vaccinare anche i turisti e a Times Square è stata allestita per questo una clinica mobile con scorte sempre abbondanti di vaccino Johnson & Johnson. Il problema è che mancano i turisti. Secondo i dati del 2018, i primi 5 Paesi di provenienza a New York sono stati Regno Unito, Cina, Canada, Brasile, Francia. I confini con questi cinque Paesi sono rimasti chiusi per più di un anno, con la parziale eccezione del Canada.

«Dovessimo tornare in Italia avremmo problemi a rientrare a New York, nonostante il visto: dovremmo passare 15 giorni in centro America o a Dubai per raggirare il travel ban, cosa che non consiglio», dice Stefania. Lei e il marito il vaccino lo hanno fatto, merito di una campagna vaccinale mastodontica. Ma ora lo sguardo è rivolto al futuro, anche per i neo-newyorkesi come lei: «Dalla finestra di casa ho visto la città sbocciare a poco a poco. Ora anche per neo arrivati come noi è giunto il momento di iniziare a viverla».

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