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19. 05. 2024 22:05

Benvenuti al “Milano Fight Club”: viaggio tra le notti della movida violenta

C’è una movida che urla e schiamazza. E pure una movida violenta. Il nostro viaggio nelle notti post Covid

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Nel 1999 il regista David Fincher, basandosi sul best seller di Chuck Palahniuk, realizzò uno dei film più iconici del cinema contemporaneo: Fight Club. Il protagonista Edward Norton ed il suo alter ego Brad Pitt, entrambi vittime dell’alienazione dell’uomo moderno dettata da un sistema in cui “le cose che possiedi alla fine ti posseggono”, trovavano una via di fuga allo status quo organizzando scazzottate senza esclusione di colpi in uno scantinato.

La violenza, condita da una buona dose di odio, diventava lo strumento ideale per riaffermare una propria identità. Un processo non dissimile sembra materializzarsi anche per le strade di Milano e di moltissime altre grandi città italiane. Quella che viene chiamata “movida violenta”, o “movida selvaggia” in base ai gusti dei titolisti, riempie quotidianamente le pagine delle cronache locali. È come se improvvisamente la rissa sia diventata lo “sport” preferito da giovani e giovanissimi.

Movida violenta, il tam tam passa dai social

Trattare il fenomeno osservandolo solo attraverso la lente della criminalità sarebbe però riduttivo. È pur vero che situazioni di degrado accompagnano da sempre le zone della movida, ma ciò che osserviamo ultimamente sembra sempre più costituirsi come un fenomeno sociale dettato da un disagio più profondo.

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Sul banco degli imputati finisce ovviamente la pandemia ed il suo contesto fatto di regole e restrizioni. Il lockdown ed i successivi mesi “a colori” hanno obbligato le generazioni più giovani ad autosospendersi e a rimandare la propria vitalità a data da destinarsi. Ed è proprio qui che è scattato un cortocircuito: come tanti piccoli protagonisti del Fight Club, i millenials e la generazione Z hanno trovato il modo di tornare ad aggregarsi e a dire la propria attraverso la violenza.

A loro disposizione anche uno dei megafoni più grandi che si possano avere: i social. La violenza corre veloce tra chat, Instagram, Facebook e quant’altro: diventa trend topic e sfuma nel grottesco, nel goliardico e nel trash. Una metamorfosi per renderla accettabile e sentirsi parte di una community che possa sostituire la realtà pre-Covid perduta.

Santarelli (Milano bella da Dio):«Racconto il bello e il brutto della città»

Nel mondo dei social c’è chi ha costruito il proprio successo aprendo canali narranti il degrado e la movida violenta delle metropoli. Uno dei più famosi è indubbiamente “Welcome to Favelas” con oltre un milione di followers. Ne esiste anche una versione completamente made in Milan che giorno dopo giorno cresce a suon di views: si tratta di “Milano bella da Dio”. A Mi-Tomorrow, il fondatore, Giovanni Santarelli, ha spiegato il senso della sua attività cercando di sfatare stereotipi e pregiudizi.

Come è nato “Milano bella da Dio”?
«Il profilo è nato nel 2019. Pubblicavo ciò che vedevo in giro e che poteva in qualche modo raccontare Milano. Non semplicemente video di risse e degrado, ma anche foto panoramiche e scorci della città. Non a caso lo slogan che contraddistingue la bio del mio canale è “Il bello e il brutto di Milano”».

Ci sono dei luoghi che ti hanno particolarmente ispirato per iniziare?
«Ho vissuto per 16 anni a Calvairate per poi trasferirmi in centro città. L’episodio che ha fatto scattare la scintilla è stato assistere un giorno alla scena di alcune persone che gridavano per strada in Porta Vittoria».

Il riferimento del tuo canale a Welcome To Favelas sembra palese.
«Certamente. Milano Bella da Dio è in qualche modo nata ispirandosi a Welcome To Favelas. All’epoca mi chiesi se ci fosse qualcosa di simile anche a Milano e dato che effettivamente non c’era, decisi di aprire il canale».

C’è chi ti accusa di diffondere una cultura della violenza.
«Milano Bella da Dio nasce con l’obiettivo di fare informazione: documenta ciò che succede in città nella maniera più neutrale possibile. I nostri moderatori poi controllano costantemente i commenti e quant’altro per evitare proprio certe derive e spiriti di emulazione».

I tuoi video raccontano spesso la movida violenta. Secondo te da dove sfocia?
«Il canale interagisce frequentemente con gli utenti e da ciò che ho raccolto in questi mesi potrei dirti che il motivo principale è indubbiamente il disagio creato dalla pandemia e dalle sue restrizioni nella vita quotidiana. Altro elemento, senza però generalizzare, è la diffusione della trap: ho ricevuto diversi video di giovani “trapper” che cercavano di promuoversi giocando proprio sull’elogio della violenza».

L’informazione del tuo canale pensi possa far pressione sull’opinione pubblica e le istituzioni?
«Sì e credo che il seguente esempio lo possa dimostrare. Milano Bella da Dio ha pubblicato i video di piazza Mercanti, del ragazzo col machete alle Colonne. A tutti coloro che mi scrivevano lamentandosi della situazione ho chiesto di scrivere direttamente al sindaco Sala e alla vice Scavuzzo. Le numerose mail inviate al loro indirizzo hanno provocato nei giorni successivi una presa di posizione pubblica del primo cittadino».

Lo psicoterapeuta Pellai: «La violenza è un modo per esserci»

Alberto Pellai è un medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva. Svolge anche il ruolo di ricercatore presso il dipartimento di Scienze Bio-Mediche dell’Università degli studi di Milano, dove si occupa di prevenzione in età evolutiva. Autore di numerosi bestseller per genitori, educatori e ragazzi, ha spiegato a Mi-Tomorrow qual è la scintilla alla base del culto della violenza delle generazioni più giovani.

La diffusione del fenomeno delle risse tra giovani fa pensare ad un legame con la pandemia.
«Certamente. I giovanissimi, in particolar modo, hanno moltissima energia vitale che deve essere in qualche modo incanalata e lasciata sfogare. Con la pandemia sono stati disattivati ed è stato chiesto loro di stare “zitti e buoni”».

Che cosa è mancato di più in questo periodo?
«La possibilità di vivere fuori ed aggregarsi, di dare appunto sfogo a quell’energia vitale di cui parlavo. Prima del Covid i giovani sono stati sempre inglobati in attività di ogni genere. Penso ad esempio all’importanza dell’attività sportiva, non solo pratica, ma anche assistita, nel senso di poter partecipare come tifosi a partite negli stadi o ad altri eventi sportivi».

Come si tramuta il disagio in violenza?
«Il contesto dello sviluppo è al momento tossico. La rabbia e la frustrazione vengono proiettate su altre attività come ad esempio i videogames. Tantissimi genitori mi scrivono preoccupati dalla violenza verbale che esprimono i propri figli davanti a Fortnite. Attraverso la violenza virtuale il ragazzo si sente nuovamente potente e allo stesso tempo crollano i freni inibitori rendendo il passaggio dal pensiero all’azione, dal virtuale alla realtà, non così difficile. La violenza è il modo per riaffermare la propria identità e dire “ci sono anche io”».

Ed i media hanno un ruolo in questa deriva?
«Sì, ampliano il contesto tossico. Nei talk show e nei social i giovani vedono sempre più gli adulti gridare e mettere in pratica il concetto del far fuori l’altro. Soprattutto nell’età dello sviluppo si tentano di emulare i modelli che si apprendono».

Ed in questo quadro l’incertezza sul futuro non aiuta.
«Esattamente. La mente dà il meglio di sé quando vengono stabiliti dei confini. Prendiamo come esempio quello del maratoneta: anche quando è stanco continua a correre perché sa che manca poco al raggiungimento della meta. I giovani in questo periodo segnato dalle restrizioni vedono spostare in avanti l’asticella e perdono la speranza. Non è un caso che la loro adesione alla campagna vaccinale sia avvenuta in massa, in quanto vista come la strada per riprendere il controllo della propria esistenza».

Movida violenta, la parola ai milanesi
a cura di Giovanni Seu

«Frastuono fino alle 4.00 del mattino»
Daniele Villa, 49 anni, docente universitario

La situazione in piazza Arcobaleno è molto pesante, non si dorme, c’è musica ad alto volume, per 3-4 giorni c’è molta gente in giro fino alle 4 del mattino. Mancano i controlli, non si vede a polizia tranne quando viene chiamata ma devo dire che qualcosa si sta muovendo, il Comune ha mostrato più attenzione verso la nostra situazione e anche i commercianti del quartiere sono disponibili a fare la loro parte per fare migliorare la situazione.

«Schiamazzi fino a notte fonda»
Valentina Sonnino, 42 anni, impiegata

Da qualche settimana la situazione è precipitata in piazza Morbegno, gli schiamazzi durano sino al cuore della notte, c’è gente che urla e impedisce il sonno a tante persone. C’è anche un problema di pulizia, la mattina dopo si vedono bicchieri e bottiglie abbandonate, questo perché alcuni commercianti tengono pulita la strada altri no. Stiamo diventando come il quartiere Isola, forse se ci fossero alternative ai locali di tipo culturale e ricreativo, come un teatro, le cose potrebbero migliorare.

«Chiudere i locali alla stessa ora»
Massimo Mogiani, 48 anni, manutentore

A parte il brutto episodio dei rifiuti buttati dento il cortile della scuola elementare di via Venini non mi sembra che si stiano verificando cose gravi. So bene che c’è gente che si lamenta, soprattutto coloro che più a contatto con la movida, credo che qualcosa vada fatto per tutelarli: si potrebbe concordare con tutti i locali un orario di fine distribuzione delle bevande ed evitare di fornire bottiglie e bicchieri di vetro, cosa che alcuni fanno già.

«Conciliare movida e riposo si può»
Giusi Lattanza, 49 anni, avvocato

Ci sono difficoltà, ci sono persone che avvertono con fastidio il movimento di gente che va avanti fino a tardi. Cosa fare? Non credo nei divieti, anche perchè sarebbe difficile da farli rispettare, credo di più nell’autocontrollo, nel buonsenso, nella capacità delle persone di regolare i propri comportamenti. E’ una cosa fattibile, ritengo possibile conciliare la vivacità del quartiere con il rispetto per chi vuole riposare e non vuole essere disturbato.

«Lamentele sì, ma il quartiere è vivo»
Monica Garini, 38 anni, sarta

Credo che al momento la situazione sia accettabile, bisogna considerare che Nolo è un quartiere molto attivo e ci può stare che ci sia una movida frizzante. Inoltre preferisco la vie piene di gente, che danno sicurezza, rispetto a quelle vuote dove ci può essere qualche rischio quando rientri a casa la sera. Capisco che chi ha il sonno leggero viva male questa situazione, esiste anche il problema dei parcheggi che, di sera, è sempre più difficile trovare, si può cercare una soluzione.

«Disagi per i più anziani»
Katia Merchan, 46 anni, casalinga

C’è molto movimento, molti giovani che iniziano ad affollare i marciapiedi e i locali: bevono, fanno chiasso anche se io, in virtù della posizione della mia casa, li sento poco. Chi si lamenta di più sono gli anziani che, oltre ai rumori, devono sopportare si situazioni fastidiose come l’attraversamento di piazza Morbegno che diventa difficile perché tutti gli spazi vengono occupati. Sarebbe auspicabile un maggiore ordine, capisco che non è facile dopo un lungo periodo di pandemia che ha tenuto tutti a casa.

 

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