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17. 05. 2022 00:11

Dimenticati o falliti: i negozi chiudono a Milano

Negozi costretti alla chiusura, progetti saltati o rinviati: il commercio milanese paga dazio al Covid

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Le saracinesche abbassate sono diventate una costante. Si insinuano negli anfratti del centro, lungo i grandi corsi cittadini ed immancabilmente nei quartieri periferici. Un morbo che colpisce tutti indistintamente: dalle piccole botteghe a conduzione familiare alle multinazionali, a Milano i negozi chiudono.

Negozi chiudono a Milano, gli effetti della pandemia e non solo

Nonostante siano passate quattro ondate pandemiche il quadro non è particolarmente mutato negli ultimi due anni. Decine e decine di attività continuano a chiudere i battenti e le insegne senza luce dei negozi si trasformano in lapidi dimenticate di un “cimitero commerciale”. Il tessuto produttivo si sgretola: attività un tempo fiorenti improvvisamente si perdono nell’oblio della memoria senza che nessuno faccia nulla per fermare questo processo di decomposizione. Tuttavia, la crisi di Milano è semplicemente frutto della pandemia?

Attribuire al Covid la causa di tutti i mali sarebbe riduttivo. Scavando più a fondo è possibile notare come le stesse dinamiche della città stiano cambiando. Uno dei simboli più iconici del mutamento potrebbe essere il grattacielo Scheggia di Coima mai entrato completamente in funzione. Le grandi multinazionali ripensano ai modelli di lavoro lasciando sempre più spazio allo smart working piuttosto che al lavoro in presenza. Non solo: i cittadini stessi cambiano le loro abitudini. La chiusura di Starbucks è uno degli esempi più lampanti di come siano mutate anche le modalità di consumo con l’ascesa irrefrenabile del delivery.

In tutto ciò Milano va perdendo quella essenza di città di passaggio, dove ogni giorno migliaia di pendolari arrivavano per lavorare alimentando un indotto di bar, ristoranti e altri servizi. La fine della pandemia porterà al vecchio status quo? Potrebbe essere già tempo di riflettere su una Milano alternativa per il futuro.

Negozi a Milano, i casi di chiusura

Libreria dello sport

«Il triplice fischio dell’arbitro ha sancito la fine del match», scrivevano poche settimane fa in un post ironico (e malinconico) i titolari della Libreria dello Sport. L’attività di via Carducci aveva aperto nel lontano 1982 ed era l’unica libreria in Italia specializzata esclusivamente in pubblicazioni sportive.

Spazio Ligera

Il locale sociale per eccellenza. Lo spazio Ligera era un presidio di inclusione all’interno di un quartiere multietnico e problematico come quello di via Padova. Nel 2018 aveva resistito anche al “pizzo” richiesto della criminalità organizzata. Niente ha potuto invece contro Covid e restrizioni.

Disney Store

Lo storico locale di corso Vittorio Emanuele è rimasto vittima delle nuove politiche aziendali. La catena Disney Store ha attuato una strategia di chiusure generalizzate per dedicarsi all’online. Una strategia che ha lasciato senza lavoro oltre 200 persone a Milano.

Starbucks

Lo scorso novembre avrebbero dovuto riaprire le sedi di via Turati e Porta Romana, ma le saracinesche si sono abbassate definitivamente. Il colosso americano ha visto in appena un anno dimezzarsi i suoi introiti a Milano. Le code in occasione dell’apertura sono ormai un lontano ricordo.

Trussardi alla Scala

Nonostante ad inizio pandemia avesse provato la via del delivery con il patron Tommaso Trussardi in veste di rider per promuovere l’iniziativa, lo storico ristorante milanese non ha più riaperto dal primo lockdown. Il suo futuro è più che mai incerto.

Negozi a Milano, Zini (Club Imprese Storiche): «Imponente turnover nella ristorazione»

Piermaurizio Di Rienzo

Il turnover è in atto. Ed è piuttosto pesanti, soprattutto per le imprese familiari. Quelle storiche. Come lo era il ristorante “Al Tronco” di Alfredo Zini, Presidente Club Imprese Storiche di Confcommercio Milano, che ha da poco venduto il suo locale in via Thaon di Revel, all’Isola.

Siamo di fronte ad una nuova rivoluzione nel mondo della ristorazione milanese?

«E’ in atto un massiccio turnover. Le piccole imprese, soprattutto le realtà familiari, sono quelle che innegabilmente hanno pagato il prezzo più alto alla pandemia. Intanto, si sono registrati tanti lutti che magari hanno impedito la continuità aziendale. Poi c’è il grande problema dell’accesso al credito che ha penalizzato i piccoli».

Quanti hanno chiuso?

«Almeno un centinaio di imprese nella ristorazione hanno chiesto il fallimento nell’ultimo anno».

Chi arriva?

«Ci sono sempre più fondi d’investimento attivi nel comparto. E’ una ristorazione diversa dal punto di vista gestionale».

In che senso?

«Arrivano società più grandi con tanti punti vendita o tante attività diversificate all’interno del gruppo o delle holding. Sono realtà con le spalle larghe e che possono anche eventualmente favorire il ricambio occupazionale se chiudono qualche asset».

Però ci sono i casi come Starbucks…

«Va detto che ci sarà stato un motivo se per cinquant’anni non avevano mai aperto in Italia».

A che cosa si riferisce?

«Quello di Starbucks è un caso particolare. Per il milanese passare a costi più anglosassoni per il caffè non è proprio una formalità. Ci sono in giro bar che vendono il caffè a 1,20 euro e spesso sono oggetto di critiche feroci. Penso che nel loro caso il duplice problema del prezzo e del posizionamento è stato sottovalutato».

Eppure erano partiti forte…

«Accade spesso così, anche in altri settori. Hanno attratto tanto per la curiosità e per la novità. Poi anche loro immagino che senza turisti, con il ricorso massiccio allo smart working e a tutte le conseguenze della pandemia, abbiano dovuto prendere decisioni».

Oggi un “piccolo” o una famiglia dove potrebbe investire nella ristorazione?

«Sul prodotto di qualità, offrendo pochi piatti per contenere prezzi e costi, valorizzando una cucina della tradizione. O c’è un ritorno alle origini oppure rischiamo di mettere tutto in mano a pochi players. Sono quasi spariti i ristoranti milanesi o le trattorie toscane: l’investimento potrebbe in quella direzione».

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