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22. 04. 2021 12:38

Locali notturni e alta finanza: i golden boy di Chinatown

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A Chinatown i golden boy sono eredi al trono per diritto di nascita. Alcuni di loro non hanno ancora compiuto 30 anni, ma sulle spalle hanno già il peso di un impero. Al contrario dei loro padri e nonni non conducono la vita ritirata, quasi mistica, che si conviene a un uomo d’onore, ma scalpitano e consumano ketamina. Niente mediazioni o strategie raffinate, ma accordi sbrigativi e pugno di ferro. Frequentano discoteche e locali alla moda, amano i piercing e i tatuaggi: la loro condotta stride con le “sacre regole della Triade”. Sono i nuovi golden boy della criminalità organizzata cinese. La “peggio gioventù” della malavita asiatica, che ricalca sempre il modello più primitivo della ‘Ndrangheta italiana: dalle bische clandestine – proprio come le ‘ndrine calabresi – sono arrivati ai palazzi della finanza.

PARENTELE SACRE • A Milano, le associazioni criminali cinesi si costituiscono su base familiare o pluri-familiare, fondandosi sul concetto di “guanxi”, cioè sul senso di appartenenza a un gruppo che esprime l’idea della famiglia economica allargata che ha come fulcro interessi comuni: la gestione di ristoranti, locali notturni, magazzini di stoccaggio, smaltimento rifiuti o società di trasporti, vero business in ascesa diventato negli ultimi anni monopolio della criminalità cinese, come testimonia la recente operazione “China Truck”, portata a segno dalla Polizia di Stato in diverse città italiane fra cui Milano. Tessendo trame fitte in un connubio fra relazioni personali e affari, riescono a costruire un muro invalicabile impossibile da abbattere per gli inquirenti: basti sapere che i pentiti di mafia, nel mondo della criminalità cinese, praticamente non esistono.

TRAFFICO DI UOMINI • Per autofinanziarsi, però, i gruppi criminali tornano sempre al più classico dei proventi: il traffico di essere umani dalla Cina all’Italia. Per arrivare in una metropoli come Milano, i clandestini cinesi pagano cifre che arrivano fino ai 20mila euro. Una volta arrivati qui, affidano completamente le loro esistenze ai capi mafia, che conservano i loro documenti per averli in perenne ostaggio. Chi infatti non può pagare in contanti il viaggio, lo sconta attraverso anni di lavoro sottopagato. Se ci si ribella, il rischio è di subire il sequestro di un parente. Rapimenti-lampo, che quasi mai vengono denunciati.

FRATELLI CAMORRISTI • Ma se a livello organizzativo il modello a cui ispirarsi, per i criminali cinesi, sono i boss calabresi della ‘Ndrangheta, i criminali italiani con cui i capibastone asiatici fanno gli affari migliori sono gli affiliati alla Camorra campana, presenti anche in Lombardia con potenti succursali. Terreno di incontro fra mafia cinese e Camorra è il riciclaggio del denaro sporco derivato dalla commercializzazione di prodotti contraffatti. Diversi imprenditori cinesi sono risultati, inoltre, coinvolti nella produzione di capi di abbigliamento contraffatti o riportanti un falso Made in Italy.

SI SPECIALIZZANO • Ma i giovanissimi boss cinesi hanno voglia di crescere. E di diversificare gli affari rendendoli sempre più “puliti”. Non di rado, spiegano gli investigatori della DIA, proprio come succede all’interno nella ‘Ndrangheta calabrese, le nuove leve vengono spronate a studiare e a specializzarsi in investimenti e operazioni immobiliari e finanziarie. Perché Chinatown, a loro, va già troppo stretta.

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«Noi, messe in vendita online»

Affari illegali e vittime della tratta del sesso sulla piattaforma cinese WeChat

Una cicatrice che attraversa il viso, dalla fronte fino allo zigomo destro. Talmente profonda che ancora, a distanza di quasi dodici mesi, non è guarita. Una punizione inflitta dalla mano di uno scagnozzo mercenario, pagato per sfregiare il volto di chi aveva osato ribellarsi a un sistema fatto di ricatti, violenza e paura. Betty, nome di fantasia di una ragazza cinese di 27 anni, da quella notte di novembre di un anno fa ancora non trova pace. Come altre connazionali, faceva parte di una rete di escort arruolate dalle gang criminali cinesi, che al momento secondo gli inquirenti possono contare sulla disponibilità di migliaia di ragazza solo sulla piazza di Milano. Per loro, niente marciapiedi o locali a luci rosse. Le squillo dagli occhi a mandorla vengono vendute sul social network più popolare in Cina e appena sbarcato anche in Italia: è WeChat, un’applicazione che sostituisce i più popolari Facebook e Instagram, colossi americani che in Cina sono proibiti.

SFREGIATA PER STRADA • Le indagini della Procura di Milano – coordinate dal pubblico ministero Luigi Luzi – partono proprio da qui: dall’aggressione subita un anno fa dalla 27enne in via Ludovico Da Breme, vicino a piazzale Accursio. Quella notte, Betty stava camminando per strada quando è stata bloccata da tre uomini, che l’hanno trascinata nella stanza di un locale e da lì è iniziato l’inferno: mentre in due la tenevano ferma, il terzo uomo la stordiva colpendola alla testa con una bottiglia e poi, con lo stesso vetro affilato, le faceva un taglio in pieno viso, talmente profondo da provocarle quasi la perdita dell’occhio. Nelle ultime settimane, le indagini hanno portato ai primi risultati: gli agenti della Squadra Mobile sono riusciti ad arrestare tre persone – due uomini e una donna – ritenuti membri dell’organizzazione. Ma i capi della gang restano ancora sconosciuti. Gli investigatori hanno scoperto una rete di prostituzione dove il contatto tra cliente e protettore per definire luogo e pagamento della prestazione avveniva, appunto, attraverso Wechat.

PUNTA DELL’ICEBERG • E gli inquirenti ne sono certi: la storia di Betty, a Milano, non è che la punta di un iceberg. La dilagante prostituzione cinese, spiegano i Carabinieri del Nucleo Investigativo di via Moscova, ormai viene gestita quasi completamente sul web. Gli appuntamenti con i clienti vengono presi via chat e a interloquire con il cliente non è mai direttamente la ragazza, ma una “maitresse”, che gestisce gli affari per conto della gang di appartenenza. Le “alcove” sono quasi sempre mini appartamenti nella Chinatown milanese o vecchi negozi dismessi in via Farini. Prigioni dove le squillo asiatiche passano quasi 24 ore al giorno.

TESTIMONIANZE • Silenziose e poco inclini a denunciare i soprusi dei quali sono vittime, le testimonianze delle ragazze vittime della tratta del sesso raccolte dalle forze dell’ordine si contano sulle dita della mano. Fra queste, c’è quella di una giovane donna di 25 anni originaria della città-prefettura di Wenzhou: «Sono arrivata in Italia 5 anni fa, da allora mi hanno sequestrato i documenti. Tutto quello che guadagnavo finiva direttamente nelle mani dei miei padroni». Dopo il terzo aborto che è stata costretta a subire, ha deciso di parlare: grazie alle sue parole altre 20 ragazze sono state liberate.

6 miliardi

la cifra che l’industria del falso sottrae ogni anno alle imprese manifatturiere lombarde

30mila

il numero di capi contraffatti sequestrati in media a Milano in un anno

40%

la percentuale del giro di prostituzione oggi in mano alle mafie cinesi

15mila euro

il prezzo medio che un clandestino cinese paga per arrivare illegalmente in Italia

2,7 miliardi

i proventi di riciclaggio che transitano ogni anno attraverso attraverso le banche dall’Italia alla Cina

Fonte: Direzione Investigativa Antimafia e Guardia di Finanza

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