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21. 01. 2022 18:13

Housing first, la “seconda opportunità” per i senza tetto passa dalla casa: viaggio nel fenomeno a Milano

Un diritto umano di base: è questo il punto di partenza per il modello housing first, un’opportunità nuova per i senzatetto che intendono darsi una seconda possibilità.

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Dalla strada alla casa, la casa prima di tutto: in due parole housing first. È il modello di intervento per il contrasto alla grave emarginazione degli adulti senza fissa dimora, che si basa sul riconoscimento che abitare in una casa è un diritto umano di base. Sviluppato dal dottor Sam Tsemberis a New York negli anni ‘90, questo modello si è rivelato di successo nei tentativi di risolvere la condizione di “senza dimora” di persone con disagio multi-fattoriale negli USA, in Canada ed in molti paesi europei, inclusa l’Italia.

Autonomia ritrovata con housing first

Le persone con anni di vita in strada ricevono dai servizi sociali territoriali l’opportunità di entrare in un appartamento autonomo senza passare dal dormitorio e usufruendo dell’accompagnamento di un’équipe di operatori sociali direttamente in casa. In 8 casi su 10 la persona esce dall’isolamento, stabilizza il proprio benessere psico-fisico, si impegna in attività lavorative e di svago ed in molti casi riprende i legami con familiari e amici.

Chi ci sta credendo

Circa mille persone accolte, progetti attivi in 52 città italiane, con una percentuale di persone che abbandonano il programma pari solo al 7% e un utente su tre che ottiene la residenza e il reddito di cittadinanza.

Sono i dati dell’housing first in Italia, riportati da Caterina Cortese, responsabile dell’area Studio, ricerca e promozione culturale della fio.PSD (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora), diffusi nell’ambito del primo Homeless More Rights Festival, organizzato a Bologna dall’associazione Avvocato di Strada dal 15 al 17 ottobre. «Il governo sta investendo sempre di più sulle politiche abitative – ha spiegato Cortese – e l’housing first fa parte di queste. Nel Pnrr, ad esempio, vengono finanziati oltre 250 progetti, con un investimento di circa 250 milioni di euro».

Il Network Housing First Italia è stato fondato nel 2014 da fio.PSD, una rete di organizzazioni pubbliche e private che da anni lavorano nel settore della homelessness. A Milano operano tre enti – Fondazione Progetto Arca, Opera San Francesco per i Poveri e Spazio Aperto Servizi – che insieme a fio.PSD dal 2019 cooperano anche con il servizio del Centro Sammartini (ex CASC) del Comune di Milano, che segnala le persone agli operatori degli enti.

Costantina Regazzo, Fondazione Progetto Arca: «Imparano ad “abitare” la comunità»

Costantina Regazzo, direttrice dei servizi di Fondazione Progetto Arca, ha seguito per tanto tempo sia le persone in strada che quelle nei dormitori.

Quando è iniziato il vostro progetto?
«Siamo stati fra i primi a Milano nel 2014 e abbiamo da subito sposato l’idea mettendo a disposizione cinque appartamenti. La cosa che ci rende diversi dagli altri è che, dopo esserci accorti del reale fabbisogno, abbiamo sviluppato progettualità di appartamenti con 2 persone, spazi di coabitazione con 4-5 persone, spazi di 15-20 persone e una palazzina di 8 appartamenti, tutti in housing first. Oggi abbiamo un centinaio di case su Milano».

Come funziona l’inserimento?
«La vita in housing first ha delle regole: bisogna avere cura della casa e della propria persona, accettare di ricevere le visite periodiche degli operatori (educatore, psicologo, assistente sociale) perché c’è un percorso di rieducazione da condividere. Noi riusciamo a sostenerlo anche grazie ai servizi attivi sul territorio: l’obiettivo è non solo abitare la propria casa, ma la comunità».

La cosa più difficile?
«La casa affascina, ti accoglie e ti protegge, ma c’è anche una grande paura perché può significare solitudine. La strada è un luogo di vita con gli altri, avere persone che ti si muovono intorno ti fa sentire meno solo. Alcuni raccontano che i primi giorni in casa sono terribili: non ci sono i rumori della strada, non ci sono le persone che ti camminano di fianco né le unità mobili del Comune che ti portano i generi di conforto. Riprendere la dimensione della casa è complicato».

Cosa è cambiato con la pandemia?
«Il Covid ha creato tantissime difficoltà in strada: chiusi i bar, i ristoranti e i negozi, ci raccontavano che non avevano neanche il posto dove fare pipì. Abbiamo trovato gente che non mangiava da cinque giorni. È stato anche un periodo strano: per alcuni rimanere chiusi nei centri di accoglienza è stata una grandissima sofferenza, altri hanno vissuto un “momento magico” da positivi – noi abbiamo fatto più di 2000 tamponi – con il passaggio nei Covid hotel, in seguito al quale in molti hanno spinto per tornare a vivere in casa».

Chi è l’abitante della strada?
«L’età media dei senza dimora è dai 40 anni in su, ma ultimamente incontriamo molti giovani che hanno alle spalle esperienze di uso di sostanze che li hanno allontanati dalla famiglia. In apparenza sono strafottenti, ma nascondono una grande fragilità. Con loro c’è da fare un percorso molto più delicato».

Una bella storia?
«Ce ne sono tantissime, ma ricordo un ragazzo giovane che non solo è riuscito ad essere seguito, ma è stato capace di accogliere le proposte formative e lavorative. Questo lo ha aiutato ad avere autonomia verso la casa e il lavoro e da 6 mesi ha ripreso gli studi: frequentava il terzo anno di un percorso professionale che aveva interrotto. Ora ha un lavoro e si paga l’affitto».

Abele Sangiorgio Opera San Francesco: «L’obiettivo è che non tornino in strada»

In OSF si lavora a questo progetto dal 2014/2015. Gli educatori partecipano a diverse formazioni: uno di loro, Abele Sangiorgio, è diventato formatore a sua volta e, dunque, un riferimento per altre associazioni.

Come avete iniziato?
«L’housing first è arrivato nel 2014 con il network nazionale fio.PSD, poi tante realtà del terzo settore, ognuno con le proprie peculiarità a seconda delle regioni, ha fatto dei progetti. Nel 2019 sono arrivati anche i fondi europei e il Comune di Milano ha fatto il primo bando. Noi abbiamo partecipato, ma eravamo operativi già dal 2014, coinvolgendo i servizi sociali territoriali del Comune».

E poi?
«Con il bando abbiamo messo a disposizione i posti che avevamo e c’è stato un coinvolgimento maggiore del Comune, che partecipa anche economicamente. Noi mettiamo gli appartamenti, facciamo le visite domiciliari, accompagniamo alle visite mediche, facciamo un percorso con i centri per l’impiego».

Qual è l’obiettivo principale?
«Che non tornino in strada. L’arrivo in housing first è un primo pezzo, dopo un periodo più o meno lungo le persone devono andare con le loro gambe e pagarsi un affitto. È un grande cambiamento culturale, perché ribalta l’approccio che si è usato per decenni nel progetto di allontanare le persone dalla strada. L’opportunità di partecipare alle spese e vivere in autonomia è molto dignitoso. Lo scopo ultimo è aiutare queste persone a modificare la loro quotidianità e autoregolarsi, tutto adottando metodi non coercitivi».

Esiste un “modello Milano”?
«Prima del Covid facevamo incontri mensili tra tutte le realtà che fanno housing first a Milano e avevamo cominciato con l’intento di costruire un modello milanese. Una cosa bella era l’organizzazione di momenti informali dove erano invitati tutti i beneficiari delle case per bere un caffè insieme in un bar: un momento importante, perché le persone non erano abituate a fare cose normali. Ora cercheremo di riprendere».

Dove porta il cambiamento?
«Ci sono persone che partono da un livello significativo di compromissione, ma abbiamo visto dei bei progressi. Fare il primo passo di andare a vivere in una casa dopo un lungo periodo in strada, porta a dei passi avanti immediati. Una persona che seguiamo da sei anni è partita con una dipendenza grave, ora è riuscita a lavorare e a fare del volontariato, ha ripreso i contatti con la famiglia, è un’altra persona nell’impegno che ci mette».

È difficile convincere una persona a passare dalla strada alla casa?
«Chi è da dieci anni in strada ha abitudini cronicizzanti, problematiche incancrenite, ci vuole tempo. All’inizio, quando una persona entra in casa, è in una fase caotica: è già tanto che accetti di incontrarci. Poi dobbiamo crederci noi in primis al cambiamento, altrimenti non possiamo trasmetterlo».

 

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