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17. 06. 2021 21:43

Milano deserta, la quarantena vista da Instagram

Templi dello shopping vuoti, strade con l’eco, vagoni della metro con l’imbarazzo di dove sedersi e parchi come palestre a cielo aperto: tre instagrammer hanno immortalato per noi il primo picco della quarantena milanese

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Milano d’agosto, ma a marzo. È una primavera strana quella che affronta Milano nell’era del coronavirus. Contrariamente al deserto agostano causa ferie, in questo periodo siamo rimasti tutti in città, ma abbiamo cambiato il nostro modo di vivere gli spazi.

 

Non ci interessa dare giudizi. Ci siamo semplicemente abituati a vivere luoghi inusuali e, forzatamente o per scelta, a svuotarne altri. Metropolitane, autobus e tram hanno cominciato a sferragliare semivuoti anche nelle ore di punta, prima di ripartire lentamente.

Una manna per chi non ha fatto smart working. Già, perché la sfida alla legge dell’impenetrabilità dei corpi è l’esercizio mattutino di ogni pendolare che utilizza i mezzi per recarsi al lavoro.

Milano deserta, cosa è cambiato

Ora abbiamo scoperto che esistono altri esercizi, ben più salutari, persino dello shopping in centro al sabato pomeriggio: lo stretching in pausa pranzo nei parchi e la corsa lungo le ciclabili della città.

Da soli o in compagnia dei team della propria palestra (chiusa), gruppi di fitness lover ci mostrano quale sia la posizione del plank e i benefici dello squat. Anche bambini e genitori hanno imparato modi alternativi per affrontare le giornate lontano dai banchi: alcuni a fare la fila a tutte le ore davanti agli affollati scivoli dei parchi giochi e altri ad imparare in modo creativo, grazie a nuovi siti dedicati a favole e storytelling.

In queste due settimane, Mi-Tomorrow ha documentato, pubblicato e postato le nuove abitudini dei milanesi. Oggi non vogliamo aggiungere altro e lasciamo la parola a tre instragrammer, con i quali abbiamo collaborato per diversi progetti e che hanno scelto di ritrarre la Milano d’agosto. A marzo.

Milano deserta vista da tre instagrammer

Fabrizio Pavone
Fabrizio Pavone

Fabrizio Pavone
@fabrix_08
«Questa fotografia ferma un momento preciso: è stata scattata nel passaggio dal “prima” al “dopo”. Chi si ricorda il “prima”? Quando scendere in una metropolitana affollata non metteva ansia.

Quando non ci consigliavano di non stringerci la mano o di stare a due metri di distanza dagli altri. Una fermata deserta della metropolitana può anche essere un soggetto insolito e interessante da fotografare, ma, per chi vive a Milano in questi giorni, la quotidianità sta diventando un incubo.

Certo, un fermo forzato potrebbe essere un’occasione preziosa per lasciarci ispirare da questi vuoti, lasciarci contagiare (in questo caso, sì!) dai silenzi e guadarci dentro. Per scendere dentro noi stessi anziché in metro ed entrare in contatto con la nostra parte troppo spesso ignorata e fagocitata dai ritmi frenetici. E per fare foto in una rarissima Milano deserta».

Simone dell’Aglio
Simone dell’Aglio

Simone dell’Aglio
@SimonTheGraphic
«Dopo una settimana di smart working si ritorna alla vita normale, quella della sveglia, delle corse, dei mezzi da prendere, ma qualcosa è cambiato e inizi a sentirlo sulla tua pelle. Ancora non te la senti di prendere quel bus tanto affollato che ti porta a lavoro.

E allora decidi di farla a piedi, la piscina è ancora chiusa e fare due passi è un buon palliativo. Vai, due chilometri e mezzo non sono tanti. Reflex al collo, ti guardi intorno e incontri le prime serrande abbassate, fuori dalle farmacie cartelli che recitano che le scorte di disinfettante per le mani sono finite, il ristorante cinese è chiuso per ferie.

Qualcuno ti scruta con occhi perplessi, oltre quella mascherina. Carnevale è appena finito, ma chissà com’è, c’è qualcosa che proprio non fa ridere. Arrivi in ufficio, solo saluti da lontano, niente abbracci, niente baci. Ma ci siamo noi, con la voglia di continuare e di fare, quella non ce la toglierà niente e nessuno».

Gianluca Veronese
Gianluca Veronese

Gianluca Veronese
@gianrynaldo
«Non si parla d’altro. Quando c’è un’emergenza di tali dimensioni, tutti si sentono quasi in dovere di dire la propria. Il risultato? Milano è parsa una città fantasma, soprattutto nei primi giorni. Poca gente in giro, mezzi pubblici regolarmente in circolazione e sanificati ma meno affollati, negozi e mercati rionali vuoti.

Scuole e università chiuse, così come musei e cinema. Il centro è pressoché deserto: i pochi braveheart girano con bocca e naso coperti da mascherine azzurre. Tante precauzioni, tantissima diffidenza, atteggiamenti irrazionali.

Una Milano spoglia e meno attiva anche perché in molti si sono rintanati nelle proprie abitazioni e da lì lavorano. Lo smart working ci fa andare avanti silenziosamente, finché torneremo a brillare. Anche a cielo aperto».

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