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07. 05. 2021 11:59

Uno dei segni del virus: la depressione post Covid

L’ultimo studio del San Raffaele: un terzo dei pazienti guariti continua a soffrire di disturbi psicopatologici

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A tre mesi dalle dimissioni, circa un terzo dei pazienti ricoverati per Covid-19 continua a soffrire di disturbi psicopatologici come depressione, ansia, insonnia e sindrome da stress post-traumatico.

La depressione, in particolare, è quella che resiste maggiormente nel tempo e la sua gravità è strettamente legata all’intensità dello stato infiammatorio che segue le forme gravi della patologia, anche per mesi dopo la guarigione. Una buona notizia però c’è: i pazienti con queste forme depressive risultano particolarmente reattivi rispetto alle terapie psicologiche e farmacologiche a disposizione.

La ricerca. I dati arrivano da un nuovo studio coordinato da Francesco Benedetti, psichiatra all’ospedale San Raffaele. La ricerca è stata pubblicata sulla rivista scientifica Brain, behavior and immunity ed è stata condotta su 226 pazienti presi in carico nel maggio 2020 con una serie di controlli periodici con team multidisciplinari di medici internisti, infettivologi, neurologi, psichiatri, nefrologi e cardiologi, che si protraggono fino a sei mesi dopo la dimissione. Sulla base di interviste cliniche e questionari sono stati esaminati i sintomi psichiatrici di 226 pazienti (149 uomini, età media di 58 anni) a distanza di tre mesi di follow-up dal trattamento ospedaliero per le forme gravi di Covid.

Di questi, il 36% riporta sintomi di entità clinica nel questionario di auto-valutazione e il 24% rientra nei criteri Dsm-5 a seguito della visita con lo specialista per almeno uno dei disturbi maggiori tra depressione, ansia e insonnia.

«A soffrire di più sono le donne e le persone con una precedente storia di disturbi psichiatrici, sebbene queste ultime siano anche quelle che hanno mostrato nel tempo il miglioramento maggiore, probabilmente perché hanno maggiore dimestichezza e disponibilità con le terapie, sia psicologiche sia farmacologiche», afferma Benedetti. «Ma la cosa più interessante dei dati raccolti è che confermano la stretta relazione tra risposta del sistema immunitario, stato infiammatorio e persistenza dei sintomi depressivi».

Persistenza. Rispetto agli altri disturbi riscontrati nei pazienti – che hanno mostrato un sostanziale miglioramento nel corso dei tre mesi di follow-up, indipendentemente dal sesso e da una precedente storia psichiatrica dei soggetti – i sintomi depressivi sono risultati molto più persistenti nel tempo e in diretta correlazione con i valori dell’indice di infiammazione sistemica, che può rimane elevato per mesi dopo la guarigione dall’infezione acuta.

Depressione e infiammazione correlano anche con una ridotta performance neuro-cognitiva dei soggetti, che è una tipica conseguenza degli stati depressivi: parliamo di ridotte capacità attentive, di memoria, di coordinamento psicomotorio e di fluenza del linguaggio che persistono durante la lunga convalescenza dalla malattia e condizionano un generale rallentamento nella velocità elaborazione cognitiva.

«Sappiamo bene che chi soffre di depressione maggiore presenta livelli più alti di citochine infiammatorie nel sangue, indipendentemente dall’avere avuto infezioni o malattie del sistema immunitario, e sappiamo che questo stato infiammatorio si associa alla riduzione dell’attività di alcuni neurotrasmettitori essenziali per il controllo delle emozioni, come la serotonina – prosegue l’esperto -. Sappiamo d’altra parte anche che forti stati infiammatori, anche in conseguenza a infezioni virali e batteriche, aumentano il rischio di episodi depressivi. Il Covid-19 è il paradigma di questo fenomeno e un’ulteriore conferma di decenni di ricerca in questo campo: se l’infiammazione non recede, nei mesi successivi alla malattia acuta può svilupparsi un episodio depressivo».

Lo studio dà anche un messaggio positivo alle persone che hanno affrontato una forma grave di Covid-19 e che adesso soffrono di depressione. «Anche grazie al fatto che iniziamo a comprendere i meccanismi alla base di questi disturbi, le terapie a disposizione, psicologiche e farmacologiche, possono essere scelte in modo accurato e personalizzato, e risultano quindi particolarmente efficaci», conclude Benedetti.

 

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