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29. 07. 2021 08:13

Un irresistibile sound per Colapesce e Dimartino: «Leggerissimi, noi»

La rivelazione di questo Festival ha due nomi: quelli di Colapesce e Dimartino, già in hype con la loro Musica leggerissima

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Lo scorso anno si sono uniti dando alla luce il loro primo album di inediti dal titolo I mortali, oggi sono la vera rivelazione del Festival di Sanremo: Musica leggerissima ha portato definitivamente alla ribalta il duo Colapesce Dimartino. E chissà che la classifica finale di domani non riservi grosse sorprese.

In Musica leggerissima parlate del ruolo salvifico che ha la musica.
Colapesce: «Esatto. La prima volta in cui ho scritto un testo in italiano che mi piaceva particolarmente è stata circa tredici anni fa. Era una micro canzone che faceva parte del mio primo EP, Amore sordo. Un testo di tre frasi che mi ha fatto stare subito bene: lì ho capito che, forse, già suonavo. Poi ha iniziato ad appagarmi tantissimo l’unire il testo alla musica. Un’emozione vera».
Dimartino: «Ricordo un episodio di tanti anni fa, quando mio padre portò a casa uno stereo e un lettore CD. Per testarlo, il commesso gli diede un disco di John Lennon. Siamo nei primi anni ’90. Arrivato a casa, lo provai e partì Mother: lì ho avuto una specie di illuminazione che non avevo mai provato prima. Me lo ricordo bene quel momento. Ricordo com’era la moquette a terra, dov’era messo quel lettore CD. Ho capito che la musica mi faceva stare bene».

Ammiccate molto agli anni ’80, cosa ha rappresentato per voi quel decennio?
C: «Per me tantissimo, ci sono arrivato in ritardo per una questione anagrafica, però l’ho riscoperto perché negli anni ’90 ero infognato col grunge. Nei primi anni 2000 mi ci sono riavvicinato anche grazie alla musica italiana: mi vengono in mente i Matia Bazar con Vacanze romane, uno dei dischi più seminali dal punto di vista sonoro. Sono un grande fan dei New Order e dei Talking Heads. Sono ancora molto influenzato da un decennio che credo abbia rappresentato un momento di massima libertà creativa».
D: «Quando l’abbiamo riascoltata la prima volta, ci siamo detti che era un brano un po’ classico, nel senso che non aveva un tempo. Potevi inserirlo negli anni ’70, alla fine degli anni ’80 oppure ai giorni nostri. Ci piace pensare che questo pezzo possa cantarlo anche Celentano».

Nei vostri progetti da solisti i testi risultano molto più autobiografici, in coppia siete più narrativi. Qual è la differenza?
D: «Ne I mortali abbiamo creato la biografia di un terzo cantante che non siamo né io, né Lorenzo. L’unione di entrambi con tutto il concept è stato creato come fosse una band, l’espressione di un gruppo più che di due singoli. Lì sono confluite anche le nostre esperienze personali, filtrate da questa idea di band».
C: «Concordo con Antonio. Anche perché se entrambi raccontassimo parti autobiografiche rischieremmo di diventare fraintendibili».

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