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18. 04. 2021 08:25

La prima volta a Sanremo dei Coma_Cose: «Amore e disagio: Milano è alienante»

I Coma_Cose per la loro strada (anche a Sanremo) con Fiamme negli occhi

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Si chiama Fiamme negli occhi il brano scritto a quattro mani da Fausto Lama e California, in arte Coma_Cose: coppia nella vita e nella musica, il duo milanese rappresenta una delle realtà più sorprendenti dell’etichetta Asian Fake. Nostralgia è il titolo dell’album che uscirà il prossimo 16 aprile.

Come vi siete incontrati?
«Eravamo entrambi commessi in un negozio in Porta Ticinese quattro anni fa. Era un periodo particolare per entrambi, non propriamente roseo. Insieme abbiamo cominciato a fantasticare sulla possibilità di condividere insieme la musica che ci piaceva. All’inizio è cominciato tutto per gioco, complice il fatto che pochi mesi dopo hanno licenziato entrambi, poi da quella poca liquidazione avuta abbiamo dato materialità alle nostre idee».

Alcuni attribuiscono alla vostra scrittura un senso di smarrimento domiciliato, visti i tanti riferimenti a Milano.
«Fino ad ora abbiamo fotografato il nostro vissuto nei brani e questo ci ha portato a maggiore identificazione con il pubblico. Nella prima parte della nostra produzione abbiamo raccontato la nostra vita tra Ticinese, Colonne e Navigli, la nostra vecchia zona, fino a quella attuale, tra Corvetto e Ripamonti».

Qui come vi trovate?
«È una zona strana perché in evoluzione, è un cantiere a cielo aperto, dove prima c’erano vasti prati mentre ora costruiscono palazzoni, ma questa è anche Milano, come insegna la via Gluck di Celentano. Ti porta tanti modi di viverla perché è tanti tipi di città».

Molti dei locali che hanno contribuito alla vostra fortuna stanno chiudendo. È un pericolo per la generazione del futuro?
«È un processo che è iniziato qualche anno fa, soprattutto dopo Expo, che ha cambiato il modo di vivere locali, bar e botteghe. Queste chiusure porteranno alla necessità di emergere in modi diversi dai nostri, l’assenza di questa partecipazione attiva sarà dura da superare. Lasciare ad internet il futuro della musica senza la possibilità di condividerla dal vivo è un processo incompleto».

A quale live siete più legati?
«Il sold-out all’Alcatraz ci ha regalato tanta energia. Avere il pieno per chi è di Milano è più difficile per assurdo: il pubblico è molto eterogeneo, è difficile incanalarlo in qualche modo, devi conquistarlo con una certa forza. È una scommessa doppia esibirsi qui perché la sua velocità ed esigenza ti portano a cambiare con lei».

Quanta “milanesità” portate sul palco?
«Anche se mancano riferimenti nel testo, rimane nello stile, come dimostreremo anche nel prossimo album in cui saremo proiettati verso un viaggio più interiore. Il nostro è un amore reciproco, ma anche disagio reciproco. Milano è alienante, raccontarla dal nostro punto di vista provinciale forse è stata la chiave dell’apprezzamento del nostro linguaggio, non ci siamo rapportati come nativi, ma come persone venute qui per cercare fortuna e trovare la propria strada e, probabilmente, l’abbiamo già trovata».

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