simone moro
simone moro

«I sogni sono in salita perché bisogna percorrere molte tappe per raggiungerli». I sogni non sono in discesa è il decimo libro scritto da Simone Moro (edito da Rizzoli, 450 pagine a 22 euro) e presentato al Grand Hotel Villa Torretta di Sesto San Giovanni, occasione nella quale l’alpinista ha presentato anche la sua prossima spedizione con l’altoatesina Tamara Lunger: la salita alla vetta del Gasherbrum I e il concatenamento al Gasherbrum II in invernale.

 

Unico della storia ad avere raggiunto quattro cime di 8.000 metri in inverno, Simone partirà con Tamara il 18 dicembre alla volta del Pakistan per tentare un’impresa inedita, ma che richiama un’altra storica avventura: nell’estate 1984 Reinhold Messner e Hans Kammerlander realizzarono la prima salita e traversata delle due cime pakistane, rispettivamente di 8.068 e 8.035 metri, mai ripetuta da nessuno dopo di allora.

La spedizione sarà preceduta da uno studio scientifico all’interno di terraXcube, il centro altoatesino per la simulazione di climi estremi di Eurac Research. I ricercatori investigheranno l’acclimatamento dei due alpinisti in una camera ipobarica e monitoreranno il de-acclimatamento una volta tornati dalla spedizione.

Moro, cosa la spinge a rischiare la vita ogni volta? Mettere la spunta sulle nuove cime raggiunte?
«Se la risposta fosse sì, sarei da internare. Ho fatto più di 60 spedizioni, ma ho rinunciato al completamento del 25% di queste. Attrezzo fondamentale delle scalate è il saper provare paura: avrei potuto farne molte di più, ma sarei entrato in coefficienti di rischio che non ho voluto affrontare. In montagna ho perso troppi amici che non contemplavano il fallimento: fallire è da mettere in conto».

Quanto contano le emozioni nel decidere di mettersi in gioco ancora una volta?
«Quello che faccio è dare gambe ai sogni, in un mix tra pulsione, desiderio e capacità di trasformarli in progetti da realizzare. Tutto ciò è dettato dal grande attaccamento morale che si traduce in felicità, perché il sogno è trasformato in quotidianità. Ma non è un lavoro precario, perché con i libri, l’attività con gli elicotteri e l’abbinamento con la scienza ho realizzato anche sogni imprenditoriali».

L’etica della montagna si è un po’ persa: che consigli sente di dare a chi volesse seguire le sue orme?
«Intanto bisogna guardare al “come” ci si va. E questo cambia tutto. I pericoli della montagna non evaporano se hai una bella assicurazione che ti consente di chiamare l’elisoccorso alpino o ti affidi solo al telefonino come navigatore o per chiamare in caso di bisogno, perché la batteria al freddo si esaurisce in un baleno o magari non c’è segnale».

Cosa è indispensabile avere nello zaino?
«La pala e la sonda, ma fondamentale è avere un’apparecchiatura con rilevamento satellitare della tua posizione, l’inReach della Garmin, che serve sia per andare a funghi che per andare sull’Everest. E può salvarti la vita».


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