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30. 06. 2022 12:38

Zucchero presenta a Milano il suo primo album di cover: «Liberiamoci dal male»

Dal The Sanctuary Experience in zona Lambrate, uno Zucchero inedito: esce oggi il suo primo album di cover che attraversa oltre mezzo secolo di musica. E quando gli si chiede se il Covid l’abbia cambiato, Zu risponde convinto: «Sono sempre io, forse più intimista»

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Un progetto partito da lontano, svelato in un luogo iconico come The Sanctuary Experience, gioiello di zona Lambrate. Un luogo “alla Zucchero”, che non a caso ha presentato qui il suo primo album di cover in uscita oggi. Discover è lo specchio di due anime differenti, «quella che mi ha formato che è la musica afroamericana, ma anche la melodia italiana che fa parte delle mie radici», racconta a Mi-Tomorrow lasciando trasparire l’estrema voglia, quasi la necessità, di tornare all’amata dimensione del live.

Zucchero, un viaggio generazionale tra la musica

È cambiato il mondo due anni dopo D.O.C., l’ultimo album che raccontava Zucchero nei suoi lati più intimi. Sei cambiato anche tu? 

«Io non sono cambiato, però credo che lo si percepisca all’ascolto del disco che ci sia un po’ più di riflessione, è anche più intimista in un certo senso. È volutamente più minimalista rispetto alle produzioni precedenti. Lo stato d’animo è di leggera malinconia, non depressione. Una leggera malinconia condita dalla speranza di ripartire, di liberarci dal male».

Quando nasce Discover?
«Dopo i primi mesi di pandemia così sballottanti, in cui ho rimandato il tour e ho ricominciato a scrivere. Ho messo mano a questo progetto a cui pensavo da almeno tre anni e ho deciso di dedicarmici perché avevo il tempo per poterlo fare».

Quindicesimo album, primo di cover, un bellissimo viaggio nel tempo dagli anni ‘60 ad oggi. High flyin’ bird è un brano del 1963 di Billy Edd Wheeler, quando avevi 11 anni. Perché questa scelta?
«Mi ricordavo Richie Havens a Woodstock nel 1969 che fece Freedom, una grande performance con chitarra con questa voce bella, calda, soul. Mi colpirono due protagonisti di quella Woodstock. Uno fu Joe Cocker: rimasi folgorato da questo bianco con un’anima così nera da stravolgere un brano dei Beatles come With a little help from my friends, rendendolo epico».

E l’altro?
«L’altro fu Richie Havens, che con una chitarra e una voce è riuscito a trasportare tutti. Ma non conoscevo ancora High flyin’ bird».

Gli anni ‘70 li hai rappresentati con Follow you, follow me dei Genesis.
«È legato al ricordo delle mie prime band con cui giravamo le discoteche per suonare e fare attrazione, pur non essendo conosciuti. Il nostro repertorio era composto da Genesis, Jethro Tull, Pink Floyd. Sono da sempre un grande fan dei Genesis».

Come mai quel brano in particolare?
«Quando ho fatto la prima selezione, avevo inserito brani dei Genesis forse anche più interessanti di Follow you, follow me, però duravano dieci minuti e avevano molte parti orchestrali, suonate, più da band che da singolo. Questa, invece, è forse la canzone meno complessa dei Genesis, ma mi ha sempre trasmesso molta serenità e leggerezza. Sarà per il ritmo, per la melodia, per i suoni…».

Oggi cosa merita veramente di essere seguito?
«Il nostro istinto di libertà. Mai come adesso tanti di noi si sentono oppressi. Stiamo capendo che la libertà è una roba impagabile. È la cosa più importante che ci sia, quindi è questo quello che ci manca. E non per colpa dei governi».

Fabio Concato e Chris Isaak sono le pepite 80s di Discover.
«Ritengo Fiore di maggio una grande canzone, con un testo molto poetico e una melodia meravigliosa. Ha avuto successo subito, ma poi non è mai stata sufficientemente rivalutata. L’ho cantata spontaneamente perché la sentivo tanto».

E Wicked game?
«È un brano di grande sensualità, trovo magica la sua versione un po’ dark. Anche qui ovviamente ho cercato di darle uno mio stile. E penso di essere riuscito a migliorare l’originale, senza distruggerlo. Quando devi decidere quali cover interpretare, a volte scegli le versioni dove capisci di aver fatto “una buona job”, come mi dicono gli italoamericani».

Con gli anni ’90 spaziamo da Bocelli a De André, fino a Morricone e Moby.
«Mi piaceva l’idea di passare con le mie due anime musicali da un brano spiritual come Natural blues, che è diventata famosa nella versione di Moby, ma è una canzone originale degli anni ’50 di Vera Hall. Poi c’è Lost boys calling, che è di Morricone, con un testo di Roger Waters. Immensa».

E tu immensamente a tuo agio.
«Perché ci trovo sempre un link, un’unione dal primo fino all’ultimo brano. Penso ci sia una componente unica che unisce soul, anima, calore, melodia, ritmo, sensualità. Come un filo fortissimo e indistruttibile».

Human è un omaggio a Rag’n’Bone Man? Con lui avevate già scritto a quattro mani Freedom.
«Ha una voce incredibile. Human, se la scorpori dall’arrangiamento che lui ha fatto e gli metti un vestito “marcio” come chiamo io certi strumenti, è un blues che potrebbe benissimo essere stato scritto da Richie Havens. Apprezzo molto la sua anima soul e questo brano avrei veramente voluto scriverlo io».

Hai già pensato di invitare qualche artista dei brani di Discover nelle date del tuo prossimo tour?
«Questo fa parte delle cose che magari pensi quando già sei in tournée, quando hai rodato una band, sei e ti senti sicuro. Al momento non ci sto pensando, ma mi piacerebbe farlo magari a metà del tour. Vorrei trovare il modo di cantare alcuni di questi brani, sì, con gli interpreti originali. Sempre che il Covid ci lasci liberi».

Ultimo amarcord, di quelli potenti: allo storico Live Aid sei stato il grande orgoglio italiano. Un aneddoto sul duetto di I want it all con i Queen?
«Brian May mi invitò al tributo di Freddie Mercury a Wembley senza che ci fossimo mai incontrati prima, semplicemente perché si innamorò di Oro, incenso e birra. Ancora adesso mi dice che è uno degli album che fanno parte della sua discografia personale. Posso dire che è difficile da spiegare quando scatta un certo tipo di sintonia, una chimica vera. È stato naturale fare delle cose insieme quando l’ho invitato nei miei concerti o quando, per esempio, abbiamo fatto quattro edizioni diverse del Mandela Day».

Ne parli come se fossi uscito con un amico a prenderti un caffè…
«Venne anche al Pavarotti & Friends, cantammo We are the champions e We will rock you. Accadde qualcosa che non mi sarei mai aspettato…».

Ovvero?
«Stavano pensando al nuovo cantante per ripresentarsi in tour. E me lo proposero. Li ringraziai davvero, ma dissi loro che era meglio lasciar stare. Non potevo cimentarmi con un personaggio e un’icona come Freddie Mercury. Ovviamente mi sono sentito lusingato, ma bisogna anche rimanere con i piedi per terra (ride, ndr)».

Recentemente, invece, hai prestato la voce a Clay Calloway, personaggio del film Sing 2 – Sempre più forte.
«Non so perché abbiano scelto me, probabilmente hanno visto delle affinità. Clay è un leone che è diventato una leggenda rock prima di ritirarsi. Da quindici anni non tornava sulle scene perché era venuta a mancare la sua leonessa. Non ne voleva più sapere, quindi all’inizio cercano di convincerlo e lui dice no. In questo, sì, mi sono ritrovato: anch’io posso sembrare burbero all’inizio, un po’ irriverente… Poi Clay svela un cuore tenerissimo e generoso. Vorrei prendere in affitto un cinema con tanti bambini per vedere le loro facce quando sentiranno la mia voce e vedranno Calloway».

Meglio tu o Bono Vox che ha doppiato la versione originale?
«Nel trailer c’è proprio lui che mi passa il microfono (sorride, ndr). Può essere che sia stato lui a consigliarmi per la versione italiana».

 

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