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14. 08. 2022 08:04

Michelangelo Frammartino, un regista da Leone d’Oro: «Amo il cinema carsico perché non frega a nessuno»

Incontriamo al Lido Michelangelo Frammartino, milanese di nascita e regista de Il buco, che ha tutte le carte in regola per giocarsi il Leone d’Oro: «Che paura quelle profondità, ma ho vinto la mia sfida»

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Sono trascorsi undici anni dall’ultimo film di Michelangelo Frammartino, il meraviglioso Le quattro volte, ma possiamo dire senza troppi dubbi che ne è valsa la pena. Il buco, in sala nel 2022 su distribuzione Lucky Red, è tra le opere più interessanti di questo Festival di Venezia e ha le carte in regola per giocarsi il Leone d’Oro.

Michelangelo Frammartino punta il Leone d’Oro

Nessun dialogo, nessuna musica, ma un incredibile potenza visiva e un magnifico lavoro sul sonoro: questi gli ingredienti che rendono straordinario il lavoro del regista milanese di nascita, un lavoro che ha la purezza di un diamante. Il cast non prevede attori, ma solo speleologi di professione.

La sceneggiatrice Giovanna Giuliani ha spiegato il perché: «Siamo stati attirati dalle persone che non erano interessate al film, ma da altre priorità. A noi interessano gli animali e le persone che non hanno il cinema come priorità.

Abbiamo avuto l’idea di infiltrare qualche attore, ma alla fine abbiamo deciso di puntare solo su speleologi». E Frammartino? Parla di «paura» nell’affrontare le prime grotte. Per questo Il buco è uno dei film più coraggiosi presentati quest’anno in laguna.

È stata una sfida con se stesso, Il buco?
«Sembra un film coraggioso, ma ho avuto molta paura all’inizio. Le prime entrate in grotta sono state un terrore. Quando abbiamo visto che nonostante la paura la gente andava avanti, abbiamo pensato che fosse importante proseguire. È stato, sì, un confronto anche con me stesso: l’altezza, la verticalità è sempre stata una fobia».

Come ha lavorato sulla luce?
«Il loro sguardo costruisce lo spazio, è uno spazio che impazzisce, lo controlla chi si sta muovendo. Renato ha costruito le luci dei caschi. Si accetta di non controllare fino a un certo punto. C’è una dimensione sonora che è affascinantissima. Abbiamo lavorato con il Dolby Atmos, il nero assoluto aveva bisogno di essere arricchito dai suoni. Portare l’Atmos là sotto è stato difficilissimo».

Sorpreso dell’inserimento in concorso?
«Una gara tra film ci mette in imbarazzo, ma sarà un problema per la giuria. Non abbiamo pensato di andare in concorso, ci ha sorpresi il direttore Barbera quando ci ha chiamati…».

Sono passati tanti anni dal suo ultimo film.
«Io sono un po’ lentino, in mezzo c’è un film non fatto. Nel 2015 abbiamo sospeso un set al quale tenevamo molto, è stato un po’ un lutto. Cosa ci aspettavamo? Forse sezioni di altro tipo… Questo è un film carsico, ma fingiamo di essere a nostro agio».

Come ci si sente nel fare e presentare un cinema carsico?
«Molto bene perché non importa niente a nessuno (ride, ndr): noi tra 48 ore siamo di nuovo là sotto. Non ci sono pressioni».

Gli speleologi e la troupe sono scesi a girare fino a 400 metri, lei e la sua co-autrice Giovanna Giuliani vi siete spinti addirittura fino a 700…
«Lo spaesamento è stato un elemento che ci ha accompagnato sempre nelle prime fasi. Venti ore tra discesa e risalita, eravamo stravolti, con tanta preoccupazione: ero sicuro si rompesse la corda, che non saremmo usciti. Non è successo, per fortuna».

 

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