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29. 09. 2021 04:25

Milano, l’allarme di Confcommercio: «Un’impresa su tre rischia di chiudere»

Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio traccia la situazione del territorio milanese: l'intervista

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A quasi un anno dal primo caso di Covid il bilancio per il commercio milanese è drammatico. Come spiega Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano Lodi Monza e Brianza, la categoria sta affrontando una sfida che ne mette in discussione la sopravvivenza.

Com’è la situazione dei saldi dopo il blocco dovuto alla zona rossa?

«Questi saldi di gennaio sono partiti con un meno 25% rispetto a quelli del 2020, con uno scontrino medio di 70 euro contro i 92 di un anno fa: fatta questa premessa dico che a causa del blocco di dieci giorni adesso non si riesce a recuperare».

Quanto è cambiata la realtà del commercio milanese negli ultimi 12 mesi?

«In modo radicale per quattro fattori. Il turismo, siamo passati da 11 milioni di visitatori del 2019 ai 5 dello scorso anno, le fiere che non si svolgono più in presenza, i lavoratori collocati in cassa integrazione e la diffusione dello smart working: ricordo che Milano, che conta 1,4 milioni di abitanti, contava un milione di persone in più ogni giorno che ora in 700-800 mila lavorano da casa».

Quanto incide lo smart working sul bilancio della ristorazione?

«I ricavi della pausa pranzo incidono sul 20-30 % del fatturato».

Si potrà tornare come prima o siamo in presenza di cambiamenti strutturali?

«In parte sono strutturali, le aziende si sono rese conto che lo smart working è un vantaggio per loro per cui ritengo che una volta finita la pandemia il 70% dei lavoratori continuerà in smart working e il restante 30 tornerà sul luogo di lavoro».

Come compensare questa perdita?

«Bisogna rilanciare il turismo, solo gli arrivi dei turisti possono compensare le perdite».

Quante aziende arriveranno al post pandemia?

«Lo scorso settembre abbiamo fatto un’indagine su un campione di mille imprese, è emerso che una su tre rischia di non rimanere aperta nel 2021: è una situazione molto difficile, soprattutto per chi lavora a Milano città».

Nell’hinterland si resiste di più?

«La situazione è diversa, scontano di meno perché i lavoratori restano a casa, il loro business si basa molto meno sul turismo. Un’altra differenza importante è che spesso sono proprietari dell’immobile mentre a Milano, per via dei prezzi, solo pochissimi sono titolari del loro stabile».

Sono tanti i provvedimenti del governo, dai ristori al blocco degli sfratti alla cassa integrazione: quanto stanno incidendo?

«Purtroppo sono solo palliativi, i ristori sono troppo bassi, il fisco e la previdenza rimangono, anche il credito d’imposta sugli affitti vale solo se uno paga ma se non riesce a pagare risulta inefficace».

Le cose da fare subito per ripartire?

«I vaccini e le indicazioni precise: non si può passare in continuazione da una zona all’altra».

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