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05. 08. 2021 09:35

Milano, Non una di Meno approda a scuola: «Il rispetto delle donne si impara tra i banchi»

In vista dell'8 marzo, Non una di Meno entra nelle scuole per insegnare il rispetto per le donne

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L’8 marzo è vicino e il movimento Non Una Di Meno che si batte contro la violenza sulle donne ha istituito un progetto specifico sulla scuola. Il gruppo di lavoro è composto da studentesse, ricercatrici e insegnanti. Elena Fusar Poli, dottoranda in filosofia alla Statale, organizza lezioni che si svolgono principalmente nelle scuole superiori.

Qual è il vostro progetto per le scuole?
«Organizziamo laboratori, assemblee di istituto, percorsi nelle classi. Ci siamo rese conto che nelle scuole non si parla della violenza contro le donne. Al termine dei nostri interventi spesso si avvicinano a noi ragazze molto giovani che ci raccontano la loro esperienza o quella di un’amica e a volte vengono fuori situazioni anche molto gravi. A quel punto ci chiediamo: se una ragazza che ci ha conosciute da poche ore si rivolge a noi per trovare aiuto, quali strumenti hanno le scuole? Perché non sono in contatto con i centri antiviolenza, perché le insegnanti non ricevono una formazione su questo tema? Per non parlare dell’educazione sessuale…».

Ci spieghi…
«L’85% dei minorenni usa internet come fonte principale di formazione sulla sessualità. Se a questo aggiungiamo che c’è una scarsa capacità di selezione delle fonti si comprende come mai le gravidanze indesiderate delle minorenni siano in aumento. Quest’anno è stata introdotta l’educazione civica in tutte le scuole: sarebbe utile che quell’ora venisse utilizzata anche per parlare di sessualità e di violenza».

Chi vi contatta per le vostre lezioni?
«Spesso ci chiamano i collettivi studenteschi o i rappresentanti di istituto. Qualche volta è capitato che ci contattassero i docenti per fare laboratori durante la loro ora di lezione, anche per approfondire eventi accaduti nella loro scuola, come ad esempio bullismo di stampo omofobo. In altri casi più insegnanti si mettono insieme per un progetto che preveda diverse lezioni».

Con la pandemia come avete proseguito i vostri incontri?
«Anche se stiamo raggiungendo meno scuole, proseguiamo con lezioni online. Naturalmente è molto diverso rispetto agli incontri in presenza, ma quando la piattaforma permette l’anonimato, nella chat arrivano tante domande che prima i ragazzi non facevano con tanta schiettezza. Quest’anno tutti ci chiedono di affrontare il tema della violenza online perché durante il lockdown il fenomeno è esploso. Se la vita sociale si sposta su internet, anche la violenza si sposta lì. Purtroppo le scuole non spiegano come prevenirla, come contrastarla, cosa bisogna fare se la si subisce e a chi rivolgersi».

Qualche giorno fa avete organizzato un incontro con i collettivi studenteschi ai giardini della Guastalla. Come è andato?
«Abbiamo scelto quel luogo per dimostrare come sarebbe possibile fare scuola all’aperto. Hanno partecipato una cinquantina di studentesse e si sono fermati anche alcuni passanti. In particolare, si trattava di un laboratorio sul fenomeno della violenza online, partendo dal revenge porn».

Partecipano anche ragazzi?
«Sono in prevalenza ragazze, però abbiamo notato che più l’età media si abbassa e più la percentuale di maschi aumenta, sia di ragazzi gay che eterosessuali. I giovani sono insofferenti anche allo stereotipo dell’uomo che deve essere “un duro”».

Cosa organizzerete per l’8 marzo?
«Durante lo “sciopero transfemminista globale” contro la violenza sulle donne e di genere organizzeremo una lezione per le studentesse in piazza Affari»

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