laura mattioli
laura mattioli

Quando Laura Mattioli ripercorre il suo passato ha uno sguardo attento. Ogni aneddoto che racconta è come se lo rivivesse nell’istante in cui lo ricorda. Nata a Milano, una vita immersa nell’arte, a quasi 70 anni ha ricostruito la sua quotidianità a New York. E oggi è alla guida del CIMA, il Center for Italian Modern Art di Manhattan, di cui è fondatrice. «Ma non chiamatelo museo, per piacere».

E allora, Mattioli, come lo chiamiamo?
«È una casa dell’arte italiana a New York. Una no-profit dove le collezioni vengono spiegate da chi le sta studiando, con l’obiettivo di ristabilire una connessione diretta tra utenti e cultura».

Collezioni temporanee e non permanenti.
«Sì, perché cambiano ogni anno, su artisti moderni e italiani poco conosciuti».

Da dove nasce l’idea del CIMA?
«Mi sono resa conto che l’arte italiana moderna è vista all’estero come subordinata a quella francese e questa è una lettura scorretta. Non solo, spesso i nostri funzionari crescono in un ambiente provinciale il che danneggia loro e le istituzioni di cui fanno parte».

Come affrontate questo tema?
«Con un programma di fellowship pensato per dare una formazione più internazionale ai giovani italiani che domani potrebbero essere a capo di soprintendenze e di musei».

Da voi i borsisti italiani lavorano al fianco di americani: il rischio non è quello di fare confusione?
«No, l’obiettivo è quello di farli entrare in contatto».

In che modo?
«Gli italiani sanno tutto dei particolari ma perdono il contesto, gli americani crescono con il metodo opposto. Quando il muro tra i due mondi si sgretola, il risultato è prezioso per tutti».

Lei è una milanese doc.
«Sì, ho vissuto Milano in ogni momento: dal boom economico alla città spaventata negli anni di piombo, quando ci scoppiavano le bombe a meno di 200 metri ogni mese».

Che ricordi ha?
«Splendidi ma contrastati: la mia adolescenza è stata segnata dalla salute di mio papà, che non si riprese mai da un infarto. E gli anni ’80 li ho vissuti con una malattia contro cui ho dovuto lottare».

La figura di suo papà, Gianni Mattioli, è centrale: un aneddoto in cui l’ha influenzata?
«Nel 1950 aprì una collezione di quadri in una casa in via Senato, dove lui i suoi amici erano sia guardiani che guide dei visitatori».

Un po’ come al CIMA?
«Esatto, io ero una bambina ma quel posto lo ricordo bene. E l’idea di ricreare a New York un ambiente familiare amato da tutti ma appartenuto davvero da nessuno arriva da lì».

A New York in tanti pensano che il CIMA sia suo e solo suo, perché lei l’ha fondato.
«Ma non è così».

E com’è?
«Non è un’iniziativa episodica, è un progetto a lungo termine. Da qui a trent’anni. E io trent’anni non li ho».

Quindi quale sarà il futuro del CIMA?
«Quello di una public charity capace di regalare esperienze di formazione a tanti giovani, amanti dell’arte, che se le meritano. Il CIMA deve essere di tutti gli italiani all’estero e a disposizione del mondo».

Perché non fare un progetto del genere in Italia, attirando studenti stranieri?
«Non c’erano le condizioni: a volte per aiutare il ventre di un Paese bisogna agire da fuori».

Nemmeno a Milano?
«La città è cambiata, ma l’Italia oggi vive una fase preoccupante. Sta passando il concetto che la professionalità non conti niente e che la cultura non conti niente. Non è così».

E in questo contesto l’arte che cos’è per Laura Mattioli?
«Uno strumento che serve a rendere meno bestia l’uomo: anche questo concetto arriva da mio papà. E mi piace pensare che al CIMA si riesca a trasmetterlo».

2013

l’anno in cui è stato fondato il CIMA, che offre 4 fellowship con borsa di studio a copertura totale da 3mila dollari al mese, per una durata dai 6 ai 10 mesi, ogni anno. Chi viene scelto lavora sulla collezione in esposizione: dall’allestimento alla chiusura, fino all’organizzazione di tour ed eventi. In parallelo i borsisti studiano su progetti di ricerca relativi alla mostra in corso

Una mostra “milanese”

La collezione 2018-19 ha un collegamento diretto con Milano. Metaphysical Masterpieces 1916-1920: Morandi, Sironi, and Carrà espone infatti opere provenienti da Palazzo Citterio, sede (ancora incompiuta) del museo di arte moderna di Brera, di cui si parla da anni. «Era l’ultimo treno per accogliere questi quadri prima che fossero esposti nella loro sede definitiva: non ho voluto che lo perdessimo»

Papà Gianni

La figura del papà è centrale nella storia di Laura. Gianni Mattioli ha completato una delle collezioni di opere d’arte moderna italiana tra le più importanti al mondo. Lavorò a stretto contatto con Fernanda Wittgens, in una serie di mostre internazionali sull’arte italiana moderna dei primi anni Cinquanta


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