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19. 05. 2022 00:34

Violenze in piazza, Maryan Ismail Mohamed: «Chiedo aiuto ai City Angels»

Contro le violenze di piazza, una pratica nota che in arabo si chiama Taharrush Jama’i, l’antropologa Maryan Ismail Mohamed chiede aiuto all’organizzazione di Mario Furlan: «Sono solidi, così daremmo una risposta immediata a una pratica che temo possa ripetersi»

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Non si spengono i riflettori – e guai se fosse così – sulle violenze in piazza Duomo nella notte di Capodanno. Da allora, però, sappiamo qualcosa in più: dodici donne sono state aggredite da un branco di giovani secondo una modalità nata nei Paesi arabi denominata Taharrush Jama’i, alla quale hanno preso parte anche ragazzi italiani.

Violenze in piazza, intervista a Maryan Ismail Mohamed

Ma come nasce la Taharrush Jama’i e perché sfocia in questo genere di abusi? Maryan Ismail Mohamed, antropologa e mediatrice linguistico culturale, è la prima donna ad aver conseguito in Italia l’attestato di Imam e guida spirituale: «Purtroppo a Capodanno non si è stati pronti a leggere questo tipo di attacco», spiega a Mi-Tomorrow. Numerosi i ruoli istituzionali della Ismail a livello milanese e nazionale: al Ministero degli Interni è membro della consulta nazionale degli immigrati e del tavolo nazionale delle comunità islamiche. Non a caso, insomma, è stata la prima a capire cosa fosse realmente successo: «Ora c’è da chiedersi perché sia accaduto qui a Milano e con questa modalità».

«Qualcosa è sfuggito», ha ammesso Sala.
«È sfuggito, sì, ma anch’io ho dovuto riguardare bene i video prima di capire cosa e perché fosse successo».

Ovvero?
«Credo sia stata solo una prova generale. Sicuramente il messaggio è “siamo padroni del territorio”, dopodiché aspettiamo il risultato delle indagini in corso per capire se dietro c’è una regia. Se così fosse, saremmo davanti ad un atto di terrorismo molto grave e preoccupante. Certo è che in prima battuta va letto come un attacco al corpo femminile, alla donna».

La violenza è stata innescata da alcuni e poi partecipata da altri.
«Vista la modalità dell’aggressione riconducibile ad un preciso mondo religioso, affrontare questo argomento temendo di essere accusati di razzismo o di essere islamofobici porterebbe lontano dalla risoluzione del problema perché la brutalità dimostrata da quanti erano in piazza, magari per caso, ma che poi si sono lasciati trascinare nella violenza collettiva, dimostra chiaramente che siamo di fronte ad un enorme problema educativo che va affrontato con la prevenzione».

In che modo, secondo lei?
«Presidiando tutti gli spazi pubblici dove questi ragazzi si ritrovano e aggregano, per ridialogare con loro e con i responsabili adulti. Penso ai maestri nelle scuole, alle parrocchie, agli imam, ai centri di aggregazione, alle palestre, ai campi sportivi. Dobbiamo andare ovunque loro si riuniscano e parlare dell’inviolabilità del corpo della donna, degli spazi pubblici e del rispetto della legge italiana. Non si può offendere il prossimo: i ragazzi devono capirlo. E poi c’è un altro tema che vorrei chiarire».

Prego.
«Bisogna lavorare con le famiglie. Io mi chiedo sempre se le madri o i padri sanno che i loro figli vanno in piazza si comportano in questo modo. Credo di no, ovviamente. Ma, dal momento in cui il fatto è accaduto, si deve cominciare a lavorare anche in famiglia».

Lei ha parlato con i City Angels, corretto?
«Sì».

Perché?
«Ho visto che nei Paesi arabi hanno creato gruppi di volontari che sanno leggere l’accerchiamento e vi si buttano letteralmente dentro per salvare le vittime degli abusi. Sono composti da uomini e donne con compiti differenti: i primi proteggono, le seconde rassicurano e rivestono le vittime. La realtà di Furlan è solida e attiva sul territorio da anni».

Sarebbero perfetti, insomma.
«Esattamente. Con loro si darebbe una prima risposta immediata che parte dal basso, da noi cittadini comuni, così da far capire che questi bruti non sono padroni del territorio. E che le donne non si toccano. Poi penseremo ad ideare un protocollo di formazione insieme a chi è preposto alla sicurezza della città».

Torniamo alle vittime: donne coraggiose che hanno saputo denunciare quanto subito.
«Proprio così. E sono diventate testimoni preziose di quanto sia importante farlo. La denuncia serve non solo a fornire elementi utili alle indagini, ma anche a preservare da atti successivi e favorire il cambiamento culturale».

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