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05. 12. 2020 09:40

A Sirene spiegate: una giornata in “trincea” con i soccorritori Anpas. Il video

Una giornata con i soccorritori di Anpas, che hanno aperto per noi le loro sedi operative raccontandosi nel pieno di una nuova emergenza apparentemente senza fine: «Siamo tute bianche che si muovono, ma non molliamo»

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La paura iniziale di una malattia nuova, il cambio delle procedure operative, casi sempre più gravi e il timore di non essere abbastanza. Numeri di contagi e servizi in costante crescita, l’illusione estiva di aver chiuso i conti con il virus e il presente preoccupante.

I soccorritori di Milano sono sempre, costantemente in prima linea, con l’instancabile lavoro dei volontari. Anche ora come a marzo, quando la prima ondata del nuovo virus Covid-19 aveva messo in ginocchio la catena sanitaria. Difficile dimenticare i mesi più duri, impossibile lasciare spazio ad una resa o a un passo indietro.

I soccorritori della Croce Viola e di SOS Milano hanno aperto le loro sedi operative, ripercorrendo i mesi più duri della pandemia, con nuovi protocolli operativi e un altro confinamento da affrontare. Perché da lockdown a zona rossa, per loro, cambia poco.

Protocolli operativi. Con l’aumento dei contagi e il numero dei pazienti positivi – o sospetti tali – si è reso necessario il cambio dei protocolli operativi per gli operatori sanitari delle ambulanze. Tuta bianca per tutti, occhiali, visiera, mascherina, guanti e calzari. Il capo equipaggio e il terzo soccorritore raggiungono il luogo dell’evento già operativi, mentre per l’autista il protocollo è differente.

Lo stesso prenderà parte al servizio qualora la difficoltà di gestione da parte dei due colleghi lo richieda. Sono queste operazioni che comportano attenzione e precisione: i protocolli, infatti, garantiscono la massima efficacia solo se effettuati alla perfezione.

Sanificazione e cambio turno. Tra le operazione indispensabili, c’è la sanificazione – in occasione del cambio turno – dei mezzi di soccorso. Operazione effettuata dalla squadra che termina il servizio, con spray disinfettante e un’accurata pulizia delle superfici del mezzo.

Controllo dello stesso per chi arriva, organizzazione del lavoro e assegnazione degli incarichi. La svestizione al termine dei servizi, esattamente come la vestizione, richiede una meticolosa attenzione nel rispetto dei protocolli previsti.

Ph. Diego Mayon

Insieme. Un lavoro determinante ed essenziale quanto faticoso, a titolo gratuito, che però non ha mai spaventato i volontari chiamati ancora una volta in prima linea in questa nuova battaglia contro un nemico invisibile. Lo spirito è lo stesso di sempre, lo si legge negli occhi di chi conosce la vera sofferenza dei pazienti. Dai più giovani ai più anziani, soccorritori vecchi e nuovi, non fa differenza: tutti coinvolti, come prima. Forse, ora, anche di più. I duri ed inaspettati mesi di marzo e aprile sono riemersi in questo autunno di pandemia che riporta a spiacevoli ricordi. Ma che non spegne la voglia (indispensabile) di lottare uniti, ancora una volta.

Alessandra Pigoni, Croce Viola Milano: «Senti di svuotare il mare con un cucchiaino»

Come state?

«In questo momento siamo stanchi, ma ci aspettavamo la ripresa di una situazione che speravamo potesse diventare presto un ricordo. Siamo pronti e preparati ad affrontare un’altra emergenza che purtroppo abbiamo già vissuto».

Con quali sentimenti?

«Come tutti siamo preoccupati e credo che in questo periodo il Covid abbia un po’ stretto la morsa. Prima si sentiva di gente malata alla lontana, invece ora si sta avvicinando molto. Abbiamo imparato tanto dai mesi precedenti. Dal punto di vista sanitario abbiamo capito come fare».

Che differenze avete notato con la prima ondata?

«C’è stato un momento in cui abbiamo sperato di aver messo alla porta questo virus, ma è diventato invisibile per poco. Prima si leggeva il terrore negli occhi dei pazienti, ora sanno perfettamente quali sono le situazioni e come devono comportarsi».

Alessandra Pigoni, Ph. Diego Mayon

Un episodio che ricorda con particolare tristezza?

«Mi ricordo di pazienti che portavamo via dalle famiglie: erano e sono momenti davvero tristi per tutti. Ora non sono meno spaventati, il momento resta comunque critico. Ricordo anche di signori anziani che chiedevano: “Quando potrò rivedere mia moglie?”. Domande alle quali non sappiamo rispondere».

Che numeri avete registrato in quest’ultimo periodo?

«Facendo un’analisi dei dati delle nostre missioni, i servizi Covid o sospetti tali sono aumentati del 25%. Vuol dire che uno su quattro è un paziente che potrebbe avere il virus».

C’è stato un momento in cui ha pensato: “Basta, smetto”?

«C’è stato, sì. Non per la paura di infettarmi, ho avuto la sensazione di svuotare il mare con un cucchiaino. Più ne facevi, più erano i pazienti che avevano segni o sintomi Covid. Sono venuta a contatto con la sofferenza, quella vera».

Provate l’orgoglio di essere volontari in questo momento?

«Tantissimo, in questo momento basta un “grazie” e ci sentiamo soddisfatti. Leggiamo nei loro occhi la gratificazione, ormai è rimasto l’unico contatto. È anche difficile lavorare senza un sorriso, non abbiamo alternative. La vestizione ci ha tolto tanto».

Cosa vi manca di più rispetto a prima?

«Sicuramente la libertà: ora dobbiamo attenerci in maniera scrupolosa ai protocolli. La vestizione crea una barriera con il paziente, in questo genere di servizi è anche bello avere un rapporto diretto, a volte anche materiale. Cosa che ora è davvero impossibile».

E i servizi che non prevedono segni e sintomi Covid?

«Quelli sono rimasti, ma rientrano comunque nei protocolli che prevedono la vestizione. Chiunque potrebbe avere il Covid, quindi non dobbiamo mai abbassare la guardia. Sono cambiate le modalità».

La tuta rende i soccorritori tutti uguali: un segno di unione.

«Certo, siamo tutti sulla stessa barca. Non abbiamo più una vera e propria individualità, siamo tutti uguali in questo momento. Siamo delle tute bianche che si muovono, parliamo di una mancanza di umanità nei servizi».

Il suo ricordo più bello in questo momento così difficile?

«Le persone che ci guardano con fiducia. Per noi fa parte della normalità, ma ci rendiamo conto di essere importanti per molte persone. Questo è il senso di quello che facciamo».

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Federico Saini, Ph. Diego Mayon

Come state vivendo questo nuovo confinamento, pur con una forma diversa?

«Il momento non è facile, siamo nel bel mezzo della seconda fase che sta colpendo ancora la nostra città. L’epidemia ci sta colpendo ancora più da vicino, sia in servizio che nella nostra vita privata. Il carico emotivo è forse più pesante».

Come soccorritori, come state affrontando la seconda ondata?

«Non abbiamo avuto il tempo di riprenderci e di tornare completamente alla normalità. Al tempo stesso siamo anche più preparati, prima affrontavamo un nemico invisibile e sconosciuto».

E ora?

«Ora la medicina sta facendo passi avanti significativi e abbiamo anche a disposizione dei dispositivi di protezione individuale che sono molto efficaci. Sappiamo come usarli e siamo pronti. Li utilizziamo su tutti i servizi, a prescindere dalla sintomatologia del paziente. La situazione non è serena».

Che numeri state registrando?

«Oltre il 50% delle uscite che svolgiamo sono servizi Covid o sospetti tali. Il carico emotivo, ancora una volta, è significativo. Non ci siamo mai fermati».

Avete effettuato anche altri servizi oltre a quelli in emergenza?

«Abbiamo sempre garantito le attività assistenziali ed indispensabili per la nostra comunità. Lo abbiamo fatto anche durante il lockdown: portiamo la spesa agli over 65, raccogliamo generi alimentari che poi vengono distribuiti alle famiglie in difficoltà».

Negli ultimi giorni si è parlato parecchio di ambulanze vuote che circolano in sirena. Come funziona?

«L’ambulanza vuota si muove in sirena quando sta raggiungendo il luogo dell’intervento. L’utilizzo della sirena viene deciso dalla centrale operativa, fa fede l’intervista telefonica fatta dall’operatore. Secondo il filtro sanitario, viene registrato un codice».

Quindi si parla di fake news…

«Sfatiamo questo concetto: l’ambulanza, se non ne ha bisogno, non circola in sirena. Nessuno ha l’interesse di guidare un’ambulanza in sirena: è pericoloso. Lo facciamo solo quando ne abbiamo davvero la necessità».

Avete avvertito un cambiamento nella città ed emotivamente nelle persone?

«Sicuramente stiamo assistendo a cambiamenti importanti. La maggior parte dei cittadini apprezza ciò che facciamo, lo vediamo nei loro occhi. Senza dubbio, in questa seconda fase, ci troviamo tutti ad affrontare problemi grossi».

Ovvero?

«Penso al negazionismo: c’è chi si rifiuta di osservare queste misure di sicurezza mettendo in pericolo anche gli altri. Da parte nostra serve un’attenzione doppia».

Momenti di cedimento?

«Non ho mai pensato di smettere, quest’emergenza ha fatto capire la nostra importanza. Mollare adesso non avrebbe senso, non è pensabile. Ci sforziamo di provare dei sentimenti positivi e di infondere serenità. Non è così facile, siamo molto stanchi».

Come gestite i servizi?

«Facciamo entrare in casa un solo membro dell’equipaggio. Tutte le operazioni che prima venivano fatte da due persone ora sono fatte da una sola. Per ogni servizio indossiamo i dispositivi di protezione individuale, poi dobbiamo rimuoverli correttamente e sanificare il mezzo. Sono operazioni delicate che richiedono grande attenzione».

L’emergenza in numeri

  • 841: la media servizi di emergenza-urgenza a Milano, ogni giorno
  • 82: la media di codici rossi
  • 514: la media di codici gialli
  • 246: la media di codici verdi

Fonte: Anpas Lombardia

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