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10. 04. 2021 21:22

Via Chiasserini: perché Milano brucia?

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A distanza di due settimane dalle fiamme divampate nella ditta di stoccaggio rifiuti di via Chiasserini 21 (tra Quarto Oggiaro e la Bovisasca) generando un odore acre che per giorni ha infestato la città, poco è stato ancora chiarito circa le dinamiche, le cause e le conseguenze di quello che a tutti gli effetti può essere considerato l’ennesimo episodio di un’emergenza sottovalutata.

L’EPISODIO • Domenica 14 ottobre attorno alle 20.30 sedicimila metri cubi di eco-balle prendono fuoco nel capannone da 2.500 metri quadri della Ipb Italia. Nessun pericolo concreto per la salute, come rilevato da Arpa, anche grazie allo straordinario lavoro dei Vigili del Fuoco impegnati giorno e notte per contenere le fiamme. Ora la palla è in mano al pm di Milano Donata Costa che ha disposto una perizia per accertare la natura dei rifiuti inceneriti (l’incarico è stato affidato all’ingegnere Massimo Bardazza, che si è già occupato dell’esplosione della palazzina di via Brioschi) e alla Dda, competente sui traffici illeciti di rifiuti. La Procura ha aperto due fascicoli: uno per traffico illecito di rifiuti e uno per incendio doloso.

I NODI • La struttura di via Chiasserini era stata soggetta ad ispezioni della Polizia Metropolitana e della Polizia Locale milanese a luglio e giovedì 11 ottobre, tre giorni prima del rogo. A luglio era stato trovato vuoto, ad ottobre colmo di rifiuti: da lì il verbale per esercizio abusivo e la relativa segnalazione in Procura da parte degli organismi di controllo, anche se la società Ipb srl aveva già presentato denunce in Procura e presso i Carabinieri in seguito alle segnalazioni di movimenti sospetti da parte dei residenti. Negli ultimi giorni si è molto parlato di un’eventuale autorizzazione a stoccare i rifiuti per la società che gestisce materialmente il sito (Ipb Italia, nome simile alla precedente, ma società diversa e senza apparenti contatti in comune): le indagini della Procura sembrano accreditare l’ipotesi del sì. Ipb Italia poteva in realtà avvalersi dell’autorizzazione in capo a Ipb in virtù della cessione del ramo d’azienda nel marzo scorso e almeno fino allo scorso 24 ottobre. È uno dei nodi fondamentali dell’inchiesta in corso, comunque ancora da sbrogliare. E va ricordato che tra Ipb e Ipb Italia era in corso un contenzioso per la risoluzione dell’accordo in essere. Andranno anche analizzate con molta attenzione alcune fotografie (prodotte da Ipb) su un via vai sospetto di camion verso il magazzino: individuare a quale ditta appartengano i mezzi sarà decisivo. C’è poi un altro giallo relativo al cambio al vertice di Ipb Italia alla vigilia dell’incendio. I magistrati stanno cercando, infine, eventuali collegamenti con il secondo rogo, quello di lunedì notte a Novate Milanese: non è affatto da escludere una mano unica dietro entrambi gli episodi. Insomma, c’è molto da lavorare.

IL BUSINESS • Tante le reazioni istituzionali dopo il rogo. A cominciare dal ministro dell’Ambiente, Sergio Costa: «Mediamente negli ultimi tre anni sono bruciati circa 300 siti di stoccaggio di rifiuti. È una cosa che prima non accadeva, quindi c’è qualcosa che non è più occasionale e su cui si sta investigando». Dura anche la condanna del sindaco Sala: «Vanno accertate le responsabilità e non intendiamo sottovalutare un problema che è certamente nazionale, ma il business illecito che gira attorno ai rifiuti deve ricevere da Milano un chiaro messaggio di opposizione. Siamo a più completa disposizione della Questura e forniremo qualsiasi supporto utile alle indagini». Più cauto il governatore lombardo Attilio Fontana: «Esiste una situazione che è grave e che va monitorata, ma non dimentichiamo che siamo assolutamente nei numeri che purtroppo si sono sempre verificati e che vanno combattuti ma non drammatizzati».

15
gli impianti di stoccaggio e trattamento rifiuti nel Municipio 8

18
gli incendi simili da inizio 2018 in Lombardia

2.500
i metri quadri del capannone incendiato

16.000
i metri cubi di eco-balle che hanno preso fuoco

3.247
gli impianti presenti in Lombardia

LA PAROLA ALL’ESPERTO

Mario Grosso
Docente di Solid Waste Management and Treatment al Politecnico di Milano

Burocrazia e costi
«Quando un privato decide di gestire un’attività di stoccaggio o smaltimento rifiuti deve avere un’autorizzazione dalla provincia, che si rilascia secondo precise garanzie anche economiche (con una fideiussione bancaria). Se la fideiussione è scaduta o non più valida e i titolari si sentono sotto tiro, è facile immaginare che un incendio doloso possa essere una delle conseguenze. La soluzione? Sveltire la burocrazia, rendendo meno oneroso in termini di tempo e denaro avere un’autorizzazione e dunque anche gestire i rifiuti. Lo smaltimento legale costa molto di più di quello illegale e bisogna livellare questa differenza, agevolando fiscalmente chi lavora onestamente. In più Arpa e Provincia non hanno grandi risorse ed è probabile che i controlli non siano così frequenti e strutturati»

Ideologia del riciclo
«Il sistema è in crisi. Aumenta la raccolta differenziata, ma l’industria non è pronta per questo e offre ancora imballaggi troppo misti: il cittadino nel dubbio ricicla tutto e più aumenta la raccolta differenziata e più aumentano le componenti non riciclabili. Numerosi consorzi che si occupano di riciclo hanno grandi quantità di scarto di difficile collocazione. La Lombardia ha dieci milioni di abitanti e quantità mostruose di rifiuti. Gli impianti sono saturi. Il paradosso? Quello che noi separiamo alla fine viaggia da una regione all’altra su gomma per finire negli inceneritori dopo aver impattato sull’ambiente. Alimentiamo così un sistema che inquina di più e che porta ai problemi di incendi che sta vivendo Milano. Tutto questo per permettere agli amministratori dei Comuni di fare a gara per vantarsi delle loro percentuali di riciclo»

Guerra ai termovalorizzatori
«In parallelo, i termovalorizzatori che una certa politica ha voluto inquadrare come il male, restano a secco e devono importare sempre su gomma rifiuti dalle altre regioni o nazioni, in special modo le plastiche miste. Il termovalorizzatore produce energia, mentre ha filtri d’abbattimento innovativi dal punto di vista delle emissioni, al contrario ad esempio dei filtri delle auto. Inoltre, dal residuo della combustione, nei termovalorizzatori si recuperano metalli altrimenti impossibili da riciclare. L’incenerimento può essere una forma di recupero, di riciclo. Ma per motivi ideologici si è stabilito cosa sia il bene e cosa il male. Copenhagen ne ha recentemente costruito uno all’interno della città, ricoprendolo di verde e arricchendolo con una palestra di arrampicata e di un’area verde per le passeggiate dei danesi. Da noi, invece, la comunicazione lascia trasparire altro»

La nostra plastica
non va più in Cina

Dopo l’annuncio fatto a luglio dello scorso anno, dal primo gennaio 2018 la Cina ha bloccato le importazioni di una ventina circa di tipi di rifiuti (tra cui la plastica), generando inevitabilmente grossi problemi di smaltimento in tutto il mondo: l’Italia non fa eccezione. Non sboccando più all’estero e complici gli impianti ormai saturi, i rifiuti vengono stoccati in capannoni abbandonati e dati sempre più frequentemente alle fiamme. Mentre Bruxelles ha attivato un piano per ridurre i rifiuti plastici (giro di vite contro la plastica usa e getta entro il 2021, più altre iniziative) e per rendere completamente riciclabili gli imballaggi in commercio entro il 2030, il Ministero dell’Ambiente italiano si limita a circolari e a provvedimenti minori. Con buona pace dei trafficanti che, come raccontato dal coordinatore del gruppo della Procura nazionale antimafia sui crimini ambientali Roberto Pennisi, hanno trasformato l’Italia in Cina.

In breve

Anche Guido Bertolaso vaccinatore a domicilio

«Questa mattina Guido Bertolaso ha smesso i panni di coordinatore della campagna vaccinale in Lombardia e ha vestito quelli...