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18. 09. 2020 13:52

Jordan Angelo Cozzi, fotografo bollatese: «Ritraggo i primi incontri post quarantena»

«Conte, fotografare in sicurezza si può»

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Jordan Angelo Cozzi, classe 1994, nato da parto plurigemellare insieme ad altri due fratelli, è un fotografo bollatese che ha come mission del suo lavoro la memoria e la sensibilizzazione verso la terza età. In questa quarantena ha avviato un progetto dal titolo L’amore al tempo del Covid, per restituire un’immagine del primo incontro post quarantena a tutte quelle coppie che l’hanno dovuta affrontare a distanza.

 

Jordan Angelo Cozzi, l’intervista

Jordan, raccontaci il tuo percorso artistico.
«Ho studiato al liceo artistico Lucio Fontana di Arese, scegliendo l’indirizzo di grafica e da lì mi sono innamorato della fotografia. Nel 2014 mi sono trasferito a Firenze dove ho iniziato a dedicarmi a studi più mirati: storia della fotografia, camera oscura, archivio… successivamente sono tornato a Bollate, dove ho iniziato ad occuparmi delle case di riposo. Questo percorso nelle Rsa, tema oggi tristemente in primo piano, era iniziato già nel 2012/13 quando ho fatto un’esperienza di volontariato al Pertini di Garbagnate Milanese e lì ho fatto la conoscenza di questa coppia, molto tenera, originaria di Mantova».

È stata un’esperienza che ha segnato il tuo lavoro?
«Non avendo vissuto prima di quel momento l’esperienza della casa di riposo (i miei nonni non ci sono mai stati), quello è stato il mio primo approccio e sono rimasto incuriosito dalla presenza di questi anziani in coppia. Non capivo perché una coppia si fosse trasferita in una casa di riposo, mi sembrava abbastanza insolito e poi ho capito che quello di cui avevano bisogno era un po’ di compagnia e assistenza alla persona. Così ho iniziato questa mia ricerca di coppie che vivono sia in casa loro che in una Rsa ed è nato il progetto che ho intitolato True Love a cui poi ho aggiunto il sottotitolo “viaggio dell’amore in Italia”, questo perché il mio obiettivo è quello di fare un viaggio per toccare tutte le regioni del nostro Paese. Dico viaggio, perché è proprio un progetto lungo da realizzare, ma mi è già valso diversi premi: due a livello nazionale, uno con Oliviero Toscani, poi il premio arti visive 2018 del premio San Fedele di una galleria che ha ideato questo premio under 35 molto interessante. Poi ho vinto una borsa di studio».

Ovvero?
«Dal settembre scorso sono studente presso l’Istituto Italiano di Fotografia e sono passato al secondo anno. Quindi, grazie a questo progetto, sono riuscito anche a studiare. Questa borsa di studio mi sta permettendo di aprire di più la mia mente, oltre agli anziani, sto pensando di dedicarmi anche ad altro; per esempio, ho già fatto un progetto con il comune di Bollate sul consiglio comunale dei bambini, dove si è chiesto a dei ragazzi di immaginarsi il loro futuro».

In questo assurdo 2020 si sente parlare anche di progetti positivi. Parlaci del nuovo studio
«A gennaio ho trovato un piccolo laboratorio di 30 metri quadri a un minuto dalla stazione, in via Diaz a Bollate. Per il restauro ho aperto una raccolta fondi a cui hanno partecipato circa 100 persone e così sono riuscito ad ottenere i soldi per finanziare i lavori a cura dell’architetto Marco Valentino. Purtroppo ora ci siamo fermati, come tutti, a causa della pandemia, ma il mio sogno è quello di vedere presto ultimati i lavori. Del vecchio studio, dove prima lavorava un artista che utilizzava le bombolette, l’architetto ha salvato il pavimento a scacchi neri e bianchi, mentre i mobili saranno in stile industriale, l’effetto sarà un collegamento tra passato e presente. Mi sono rivolto ad un esperto, perché il laboratorio è molto piccolo e avevo bisogno di ottimizzare lo spazio per creare tre ambienti: una zona dove poter creare i set, con fondali mobili; una zona archivio e una di attesa. Sono anche un insegnate grazie al Csbno e in futuro vorrei poter fare qui le mie lezioni».

Hai anche un nuovo logo.
«Sì, nasce dall’unico tatuaggio che ho, un punto di domanda, che sono le domande della mia adolescenza e quelle che mi pongo oggi. Ho scoperto essere un tatuaggio insolito, ma abbastanza ricorrente. Dato che il mio nome, invece, è atipico, ho voluto fondere le due cose, così la J diventa un punto di domanda al rovescio. Per questo ringrazio Giancarlo Pasquali, professore di grafica ai Salesiani di Arese, che ha fatto nascere il logo per Jordan Angelo Cozzi Photo Studio».

Jordan Angelo Cozzi Photo Studio
Jordan Angelo Cozzi Photo Studio

Com’è stato ricevere tanto riscontro?
«
100 persone sono tantissime! Ho utilizzato Eppela, che dà la possibilità di avviare progetti privati a fronte di ricompense per i sostenitori. Il bello è stato anche quello, ora arriva la fase della restituzione dell’aiuto ricevuto».

Come ti stai muovendo?
«Sto organizzando le ricompense. Avevo fissato vari premi, ai quali si è aggiunta poi la possibilità di avere una foto di coppia all’interno del mio progetto L’amore al tempo del Covid. Presto arriverà ai sostenitori una lettera con i ringraziamenti e l’invito in studio in base alle disposizioni che ci verranno date».

Parlaci di questo progetto.
«Originariamente, già prima dell’emergenza, volevo offrire qualcosa agli abitanti di Bollate: un servizio gratuito di digitalizzazione delle foto. Poi mi è venuta in mente un’altra idea: ho tante coppie di amici che in questo periodo stanno vivendo separate, così ho mi son detto che quando finirà questo periodo li aspetterò per far loro una foto di coppia nel mio studio. Poi l’idea si è evoluta ulteriormente. Ho iniziato a spargere la voce e ho anche creato un form su Internet e sto raccogliendo tante adesioni. La cosa che mi ha stupito è che non solo noi ragazzi siamo stati separati. Conosco una coppia di sessantenni che non vive nella stessa casa e per questo motivo stanno affrontando questa quarantena a distanza. Il mio sogno, rispetto a questo progetto, è proprio quello di fotografare coppie di tutte le fasce di età. Dopo questa quarantena, vorrei che uno dei primi re-incontri di queste coppie avvenisse proprio nel mio studio».

Cosa significa essere un fotografo nell’era in cui i social ci bombardano di immagini? Come far capire alle persone il valore del proprio lavoro artistico e affermarsi come professionista?
«Ho avuto una piccola crisi esistenziale un paio di anni fa. Non riuscivo a capire come entrare in questo mondo. Durante una lettura del portfolio, all’interno di una giornata dedicata alla fotografia d’autore al BASE di Milano, tra i diversi lettori, ho conosciuto questa signora che mi aveva già colpito all’epoca, perché era un’archivista della Magnum a Parigi. Le chiesi come fare per permettere al mio lavoro di non rimanere solo su Internet e, quindi, renderlo qualcosa di più reale. È stato proprio grazie a lei che ho vinto la mia borsa di studio».

Lo studio è un elemento importante alla base di ogni professione.
«Nel mio caso, credo che lo studio per un fotografo sia molto importante. Ti aiuta proprio a capire che non si tratta solo di scattare una foto, ma dietro c’è tutto uno studio, tanta ricerca e progettazione. Devi sempre aver chiaro qual è il tuo fine, cosa vuoi fare con questo progetto. L’Istituto Italiano di Fotografia mi sta dando una formazione molto più da professionista ed è questa la vera differenza. Ovviamente non devono mancare anche la cura per il proprio lavoro, il saper ascoltare, tanta umiltà ed essere molto aperti mentalmente e non è semplice. Ho anche aperto, ovviamente, la partita Iva che in un primo momento ha simboleggiato un passaggio: mi piace fare foto, ma è anche il mio lavoro».

Che rapporto hai con i tuoi lavori?
«Io mi affeziono. Uno dei miei lavori più famosi rimane True Love, in realtà io mi sono affezionato tantissimo al progetto Generazioni che ha fatto incontrare un gruppo di bambini e gli ospiti di una casa di riposo di Bollate».

Ovvero?
«L’obiettivo di questo lavoro era il rapporto intergenerazionale. Il protagonista della foto era un signore che nella vita era un tuttofare e aveva lavorato anche a casa di mia nonna. In questo modo ho scoperto una persona, amica di famiglia, ma che non avevo mai conosciuto e che ho incontrato proprio grazie alla fotografia. Un altro motivo che mi lega a questo progetto è il riscontro emotivo che ne ho avuto. La giornata in cui ho scattato le foto ha fatto commuovere tutti, perché i bambini si sono rapportati in questo modo così rispettoso e umano verso queste persone fragili che ci ha lasciato spiazzati, non ci immaginavamo questa risposta così intensa».

Di recente hai anche raccolto vecchie foto di famiglia e storie all’interno del progetto Andrà tutto bene.
«In questo momento difficile, cerchiamo sempre di aggrapparci al ricordo di momenti belli del passato, di sentirci parte di qualcosa, e con questo progetto ho proposto un viaggio introspettivo, a tutti coloro che hanno aderito, ripercorrendo la storia della propria famiglia, magari di quei parenti lontani che si sono apparentemente dimenticati. In questo momento in cui abbiamo bisogno degli altri, è bello poter ritrovare legami anche nelle vecchie foto di famiglia. Ho scoperto che tante persone non hanno conosciuto alcuni loro parenti. Io di secondo nome mi chiamo Angelo, come quel nonno che non ho mai conosciuto, se non per una fotografia che poi è quella sulla sua tomba».

Come è nata l’idea?
«Mi sono ispirato ad un altro lavoro con il comune di Baranzate. Il progetto, avviato da Rosangela Percoco, chiedeva ad un gruppo di persone anziane di raccontarsi attraverso tre cose: una foto di loro da giovani, una foto a cui erano legati ed un oggetto che volevano salvare. Ho pensato che la ricerca della storia nelle foto potesse avere un valore terapeutico».

Una nostra “deformazione” mentale è quella di non volerci più vedere raffigurati, superata una certa età, perché ormai troppo distanti dall’immagine del nostro corpo giovane. Che reazione hanno avuto le persone anziane che hai fotografato?
«Molti di loro sono spesso entusiasti all’idea, perché vogliono lasciare un bel ricordo ai loro cari, una loro bella fotografia con la quale essere ricordati. Non lo fanno per loro, ma per gli altri. Ma un bel momento legato a questa domanda è stato quando Concetta e Gianbattista, i protagonisti della mia foto del bacio, si sono visti ritratti in questa gigantografia e si sono molto commossi. Mi viene in mente anche l’altro lato della medaglia».

Prego.
«Quando uscì FaceApp chiesi a diversi ragazzi di scattarsi una foto e di usare il filtro per diventare anziani. La reazione è stata molto negativa. La maggior parte delle persone non voleva vedersi in quel modo. Chi è anziano vuole tornare giovane e chi è giovane non vuole diventare anziano, però con il mio lavoro vorrei anche portare le persone all’accettazione della vecchiaia, dello scorrere del tempo e dei cambiamenti del proprio corpo e, quindi, della fine della propria vita».

Si può dire che nei tuoi lavori è presente un leitmotif?
«Ci stavo pensando proprio in questi giorni di quarantena. Sicuramente con i miei lavori cerco di sensibilizzare le persone verso una parte della nostra società che, molto spesso, e lo si è visto anche in questo periodo, viene lasciata da parte. Sono rimasto davvero sconvolto dai recenti accadimenti. I temi che toccano la sfera della terza età sono il tempo, la memoria, la storia, l’amore, ma anche la morte. Spesso se si parla di un ricordo è perché una persona non c’è più. In più, tanti dei miei lavori orbitano attorno a Bollate, credo sia anche giusto lavorare sul locale».

Nell’ultimo Dpcm non si fa riferimento alla tua categoria.
«Ho seguito la conferenza in diretta. Avevo immaginato che sarebbe stato difficile uscire per lavoro. Io, avendo uno studio, ho un ulteriore problema, anche perché è uno spazio piuttosto piccolo. Dopo il 4 maggio chiederò al sindaco di Bollate come muovermi. Per il progetto L’Amore al tempo del Covid, se avrò il permesso, inizierò a lavorare prima sulle coppie che si trovano nelle zone limitrofe allo studio, magari facendo arrivare una coppia al mattino e una al pomeriggio, dopo che avrò disinfettato tutto. Ho già acquistato mascherine e disinfettanti per lo studio. Comunque penso che il fotografo non è un lavoro che prevede uno stretto contatto con il pubblico, le distanze si possono mantenere. Io sono molto preoccupato per i fotografi sportivi, di scena, di concerti. Come faranno loro? Non sono molto contento della situazione, ho paura che ci si dimentichi degli artisti. Per adesso sto lavorando in smart working, a livello di progettazione, ma il grosso del mio lavoro è bloccato, anche se ho un’idea che voglio proporre al comune di Bollate, un nuovo modo di fare delle mostre. Per fortuna stanno nascendo tante iniziative che permettono agli artisti di non rimanere».

Cosa ti manca di più del tuo lavoro?
«Una cosa importantissima, farmi raccontare delle storie e mettere queste storie per immagini».

Jordan Angelo Cozzi
Jordan Angelo Cozzi

Dove trovare Jordan Angelo Cozzi

Instagram: https://www.instagram.com/jordancozziangelo/
Sito: https://www.jordancozzi.it/
Form progetto L’Amore al tempo del Covid: https://form.jotform.com/Cozzi/lamorealtempodelcovid-19

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