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Milano
21. 01. 2022 17:47

Dieci anni in ammollo: che fine ha fatto il progetto per la riapertura dei Navigli?

Uno dei progetti più ambiziosi della città, la riapertura dei Navigli, si mantiene in un limbo che affonda le radici in promesse non mantenute. Dall’intervento dell’Europa all’ipotesi italiana, ecco cosa impedisce a Milano di recuperare la sua essenza di città d’acqua

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Nei giorni precedenti alle elezioni, che lo hanno confermato alla guida della città fino al 2026, Beppe Sala era tornato a parlare della riapertura dei Navigli gettando nuove ombre sulla riuscita di un progetto che rivoluzionerebbe la città. Sintetizzando al massimo, aveva fatto intendere: «Lo faremo se pagherà l’Europa».

Riapertura dei Navigli, novità dal Pnrr?

Ma già nel febbraio 2019 il sindaco aveva incontrato il commissario ai Trasporti dell’Unione Europea, Violeta Bulc, ottenendo una risposta chiarissima: l’Europa ci sarebbe stata, a patto di una riapertura integrale e con significative modifiche alla viabilità. Tradotto: fondi stanziati se Milano presenta un progetto all’altezza (e se i Navigli tornano navigabili).

A luglio di quest’anno il sindaco aveva, invece, legato il successo dell’iniziativa per la riapertura dei Navigli al supporto del governo: «Se il governo, attraverso il Pnrr, dà apertura rimane un buon progetto».

Un nuovo interlocutore, lo Stato, con uno già alla finestra (l’Europa): parole un po’ timide. E con un ulteriore elemento da considerare: dopo la pronuncia dell’Europa, le prime cinque tratte la cui apertura era stata annunciata nel 2017 (via Melchiorre Gioia, la Conca dell’Incoronata in San Marco, Sforza-Policlinico, piazza Vetra e la Conca di Viarenna), per un totale di due chilometri, sono state accantonate e il Comune ha incaricato MM di fare il progetto esecutivo dell’intera tratta. Un esecutivo di cui, al momento, non c’è ancora traccia.

I vantaggi della riapertura dei Navigli

Le parole del sindaco non hanno, forse, tenuto conto di una serie di aspetti. Punto numero uno: la riapertura degli storici corsi d’acqua, coperti nel corso del Novecento ai tempi del mito futurista (già sbiadito) delle automobili, più che un costo è un investimento: tutte le stime parlano di un ritorno economico clamoroso per la città.

Punto numero due: potrebbe essere realizzato anche con risorse private attraverso la procedura del project financing. Punto numero tre: snobbare un referendum consultivo che dieci anni fa ha espresso la volontà dei milanesi (il 94% dei votanti disse “sì” alla riapertura) è senz’altro una nota di demerito.

C’è bisogno di una visione

Duole constatare, insomma, che la campagna elettorale si sia schiantata sulla pur sacrosanta (e frequentatissima) pista ciclabile di corso Buenos Aires, toccando il tema dei Navigli solo di facciata. I progetti per una nuova Milano non si misurano sulla logica delle priorità, ma sulle visioni.

Milano è sempre stata una città d’acqua: basti pensare a via Laghetto e ai marmi in arrivo per la costruzione del Duomo o all’area di Porto di Mare che ci avrebbe garantito un accesso all’Adriatico, così come la riqualificazione dell’intera rete dei Navigli lombardi garantirebbe il collegamento dal lago Maggiore e dal lago di Como a Venezia passando per Milano. Milano era già Amsterdam prima di Amsterdam, poi ha rinnegato la sua natura.

La riapertura dei Navigli è un progetto di rilevanza mondiale, ma è evidente che non ce ne si renda realmente conto. Eppure c’è stato un tempo in cui ci ha creduto davvero anche Sala. Che sia giunto il tempo di riaprire il cassetto dei sogni, di onorare la memoria e il futuro della nostra città e di passare ai fatti?

Tre domande a Roberto Biscardini, presidente dell’associazione “Riaprire i Navigli”: «Perchè non un assessorato alle acque?»

Con le elezioni alle spalle, come vede il futuro di questo progetto?
«In campagna elettorale abbiamo proposto un Assessorato alle Acque. L’idea è di far capire ai milanesi che il progetto di riapertura dei Navigli non è una cosa separata dal resto. Milano, storicamente città d’acqua, è ancora oggi seduta sull’acqua e su una falda molto consistente. Ed è ancora attraversata da un reticolo idrico sotterraneo di grande importanza».

Quali punti avrebbe toccato questo assessorato?
«In primis la riapertura dei Navigli. Ma anche la sistemazione definitiva della questione Seveso, il recupero del reticolo idrico minore (quello costituito dai tanti fossi, perlopiù coperti, che corrono sotto la città, ndr) e l’uso della falda per dotare gli immobili milanesi di pompe di calore per il riscaldamento e raffreddamento nell’ottica di ridurre drasticamente l’inquinamento. Serve un grande piano, perché pescare l’acqua dalla falda, immetterla negli edifici e ributtarla nei Navigli o nel reticolo minore rappresenta il più interessante progetto ambientale che Milano abbia mai avuto. Anche da questo punto di vista la riapertura dei Navigli è parte di un unico grande progetto ecologico per una città migliore. Così va inteso».

Tornerete alla carica?
«Non abbiamo mai smesso di lottare per realizzare questo progetto. Scriveremo sia a Elena Grandi, assessora all’Ambiente, sia a Pierfrancesco Maran che si occupa di Lavori Pubblici. Ma la volontà politica vera spetta al sindaco. Quando si parla di transizione ecologica penso in primo luogo ai progetti che ruotano attorno alla questione dei Navigli. Milano ha bisogno di interventi strutturali».

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