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26. 06. 2022 07:29

La battaglia di San Siro è come un derby: tre ipotesi sul tavolo

Da una parte il Comune e i club, dall'altra una fazione trasversale pro Meazza: il dibattito su San Siro è apertissimo. Ed emerge una clamorosa posizione

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La partita è aperta. Sebbene il Comune di Milano, Inter e Milan abbiano trovato di recente un accordo che ha portato alla dichiarazione di pubblico interesse per il progetto del nuovo stadio a San Siro, le posizioni contrarie continuano a fioccare.

Intanto è stato creato un “Comitato Sì Meazza” che ha raccolto nomi illustri come Massimo Moratti e Roberto Donadoni, contrario alla demolizione. Il capogruppo dei Verdi a Milano, Carlo Monguzzi, ha chiesto un dibattito pubblico (ipotesi respinta perché per opere oltre i 300 milioni di euro subentra il Dpcm nazionale). L’ex vice-sindaco Luigi Corbani vorrebbe invece l’udienza pubblica, che il già citato Monguzzi giudica un autogol. Il Coordinamento San Siro annuncia battaglia e lavora a un possibile referendum.

Battaglia su San Siro, la nuova suggestione

Di recente è stata lanciata l’ipotesi di un doppio stadio, promossa dal senatore Ignazio La Russa, tifoso e piccolo azionista dell’Inter. Infine Franco D’Alfonso e Sergio Scalpelli, esponenti di spicco della politica cittadina, hanno proposto la costituzione di una Spa di proprietà comunale a cui conferire terreni e stadi, cedendo il 49% delle quote e della gestione ai privati coinvolti. In tutto questo, le società non arretrano e Sala sostiene la battaglia, avendo chiesto per due anni di rivedere l’ipotesi del nuovo stadio senza risultato.

In compenso il Comune ha ottenuto una riduzione delle volumetrie entro i parametri del Pgt e una rifunzionalizzazione del Meazza, di cui rimarrebbero una torre e un anello. Entro la fine del 2021 dovrebbe essere nominato il progetto vincitore tra Populous (favorito nella corsa) e Manica-Sportium.

San Siro, le posizioni

Solo San Siro, Gianfelice Facchetti: «Giusto che la città chieda un coinvolgimento»

Autore del libro C’era una volta San Siro, che racconta la storia dell’impianto milanese, Gianfelice Facchetti ha preso posizione nettamente contro l’abbattimento dello stadio Meazza.

Come mai?
«Il mio desiderio era che la città si risvegliasse e chiedesse un coinvolgimento nella scelta, senza farla arrivare dall’alto. Non si poteva passare dal silenzio pre-elettorale a una decisione repentina come è accaduto nelle scorse settimane, con la dichiarazione di pubblico interesse. Non è un andare contro Sala: credo che anche chi lo ha sostenuto stia semplicemente cercando di porre questioni su una cosa su cui forse si può far meglio».

Le posizioni di chi vorrebbe tenere l’attuale Meazza sono molto differenti.
«Il nodo è quello: possiamo affrontare la questione se c’è un fronte comune. Già le affluenze alle urne dimostrano che ci si è disabituati alla partecipazione, se cominciamo a seguire ognuno una via diversa…».

Che cos’è per lei San Siro?
«Un luogo dell’anima, ho vissuto momenti bellissimi per me legati a persone che amo. È una parte di me».

Quanto crede incida la questione economica sull’idea del nuovo stadio?
«Secondo me c’è un tema di sostenibilità da seguire, a maggior ragione viste le notizie recenti. Lo stadio non è una parola magica che ti risolve i problemi. Serve una visione organica, che deve tenere conto di diversi fattori. La strada deve passare dal ripensare la politica degli stipendi, il settore giovanile, aspetti che in cui vedo l’Inter già impegnata da tempo. Certamente serve uno stadio più vivibile, fruibile, moderno, ma questa mi pare una gigantesca operazione che va un po’ contro quel che stiamo vivendo negli ultimi due anni».

Che effetto farebbe passare da San Siro e vedere solo una torre e un anello del vecchio impianto?
«Sinceramente non riesco a immaginare qualcosa del genere. Penso sia più urgente affrontare tutte le questioni sapendo che parliamo di uno stadio, ma anche di un pezzo di identità. È un tema grosso e va affrontato faccia a faccia».

Due stadi a San Siro, Maurizio Dallocchio: «Sala può trovare la soluzione»

Maurizio Dallocchio, docente della Bocconi ed economista di fama internazionale, è stato indicato da Ignazio La Russa assieme ad Ernesto Pellegrini come possibile co-presidente di una Commissione per mantenere due stadi a San Siro.

Professore, com’è nata questa ipotesi?
«L’idea mi è parsa divertente: prendiamo un milanista e un interista e facciamo una riflessione. Non ci siamo nemmeno mossi o incontrati, in realtà. Sento Pellegrini quasi ogni settimana, ma non abbiamo parlato di questo. Ci interessiamo alla questione perché ci interessa la città, come è doveroso, ma se le dovessi dire che abbiamo iniziato un dialogo le dico di no».

Si sarà, però, fatto un’idea sulle posizioni sorte.
«Preferirei parlare una volta che abbiamo visto due numeri. Ritengo ci sia un fattore ambientale da mettere in testa a tutto, quello economico è secondario. Non ho avuto modo di studiare gli impatti per cui preferirei avere idee che possano essere tali e non solo orientamenti generici. Però i due temi sono quelli. È evidente che c’è un fatto sportivo e di sostenibilità per le squadre. Non dimentichiamo che i club hanno delle necessità, così come le ha la comunità. So bene, da presidente del collegio dei revisori della Lega Serie A, quali sono le situazioni delle società di calcio».

Cosa significa economicamente uno stadio di proprietà?
«Il possesso dello stadio rende un importante servizio alle squadre. A livello internazionale le società che hanno performance più sostenibili, nella larga maggioranza, posseggono gli impianti. Nulla vieta che nei dintorni o addirittura intorno si possano pensare progetti che rendano la sostenibilità economica possibile anche col permanere di una struttura comunale la quale con un intervento lucido, che uno come Sala può mettere in campo, si può sistemare».

Che effetto le farebbe non vedere più l’attuale Meazza?
«Mi dispiacerebbe moltissimo. Mio nonno Rocco mi ci portava sulle spalle a vedere il Milan per cui fatico a pensare che non esista San Siro. Per me resta ancora San Siro e non il Meazza, perché così è nato».

Ciao San Siro, Giovanni Galli: «In Italia siamo legati alle tradizioni. Il nuovo stadio vale un patrimonio»

Giovanni Galli ha giocato allo stadio Meazza, eppure ha espresso da tempo un parere favorevole alla costruzione di un nuovo stadio.

Una posizione a favore della volontà di Inter e Milan.
«Bisogna capire quello di cui hanno bisogno i club. Servono strutture comode, che attraggano e possano essere utilizzate anche per altre manifestazioni, con un utilizzo da qui per i prossimi cinquant’anni. Ormai abbiamo delle strutture fatiscenti. In più mi sembra di vedere nel progetto, come è giusto che sia, una visione a 360° che allo stadio aggiunge un polmone verde importante per la città di Milano. Certo quelle scale, quel disegno poi modificato negli anni è storico, ma parliamo di una struttura che risale agli anni ’20».

Non è possibile, quindi, riammodernare l’attuale Meazza?
«Ci sono delle componenti per cui intervenire su un vecchio stadio è complicato. C’è chi fa l’esempio del Bernabeu, ma da quando ci ho giocato io lo hanno rifatto tre volte. Prima un anello, poi la copertura, ora lo hanno ributtato giù. Se tu parti da zero puoi seguire meglio le tue necessità, ottimizzando e semplificando il lavoro».

Accantoniamo l’idea romantica, insomma?
«Ovviamente quando arrivo a San Siro la mia immagine resta quella dello stadio attuale. Sarà strano vedere eventualmente un altro stadio. Noi italiano siamo molto romantici, legati alle tradizioni, ma alla fine si deve andare incontro alle necessità di tutti e guardare avanti».

È ragionevole pensare che i club possano stufarsi e decidere di costruire altrove?
«Il progetto attuale prevede che lo stadio venga fatto a fianco a quello attuale proprio perché l’area rimarrebbe quella e San Siro diventerebbe una specie di villaggio olimpico. Io rimarrei lì, perché se lo stadio lo porti a Cologno non è lo stesso. Perde tutto il valore iconico».

C’è un nesso, come dice qualcuno, tra i nove scudetti di fila della Juventus e lo stadio di proprietà?
«Per me sì. Lo stadio ti dà un patrimonio, anche se si tratterebbe di una concessione a lungo termine di fatto è come avere la proprietà. E col ritorno del Fair Play Finanziario fa la differenza».

San Siro, le dichiarazioni

«San Siro è un monumento nazionale che non si può abbattere. Deve essere tenuto in vita, poi vediamo come impiegarlo. Se Inter e Milan ritengono di dover costruire uno stadio per loro, lo possono fare. Milano avrebbe due stadi come tante città e ora cercheremo di convincere il sindaco Beppe Sala. Io vivo lì. Apro la finestra di casa e vedo il Meazza. Non capisco che disagi potrebbero creare due strutture: in una giocherebbero Inter e Milan e nell’altra ci potrebbero essere eventi e concerti»
Ernesto Pellegrini
ex presidente dell’Inter

«Demolire San Siro? Piuttosto mi incateno. Non se ne parla nemmeno. Allora andiamo noi lì e ci facciamo buttare giù pure noi. Nessuno può abbattere San Siro. Quello stadio è la storia del calcio, non si tocca. Facciamo sentire la voce che lo stadio non si tocca, noi abbatteremo tutti quelli che vogliono buttar giù San Siro»
Alessandro Altobelli
ex giocatore

«Per noi l’impianto è così importante che se non avessimo avuto questa possibilità saremo andati a fare lo stadio fuori Milano. Il nuovo stadio è una necessità vitale. San Siro è iconico perché ci sono Milan e Inter. L’essere iconico deriva dalla presenza di due grandi squadre e non perché sia bellissimo o unico al mondo. L’iconicità continuerà nel nuovo stadio. Capisco che ci sia un certo tasso di romanticismo. Quando poi si spiegano bene le ragioni, vedo che il romanticismo tende a lasciare spazio alla razionalità»
Paolo Scaroni
presidente del Milan

«Il tema del vecchio stadio è semplice. Tenere in funzione uno stadio del genere, tenerlo in sicurezza e fare una buona manutenzione è qualcosa che costa tra i 5 e i 10 milioni all’anno. Tra i tanti che si fanno avanti penso a Moratti, se lo vogliono acquisire noi siamo felicissimi. Il problema vero è che il Comune di Milano non può, per il bene dei cittadini, tenersi dei costi per impianti inutilizzati»
Giuseppe Sala
sindaco di Milano

San Siro, il numero: 2027

Secondo quanto dichiarato dal Ceo per la parte corporate dell’Inter, Alessandro Antonello, il nuovo stadio non vedrà la luce prima di un quinquennio. Non ci sono i tempi per edificare l’impianto entro febbraio dell’anno precedente, quando la città ospiterà i Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. La cerimonia d’inaugurazione della rassegna a cinque cerchi è prevista a San Siro, come da dossier consegnato al Cio. Poche settimane fa, il sindaco Sala ha ufficializzato che l’evento sarà nell’attuale impianto a prescindere da quel che accadrà con il nuovo.

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