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07. 05. 2021 19:24

Giò Evan dopo l’esperienza sanremese: «Arnica è come una pomata metafisica»

Arnica ha segnato il debutto sanremese di Gio Evan: il brano scritto dal poliedrico artista anticipa l’uscita dell'album Mareducato

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Arnica ha segnato il debutto sanremese di Gio Evan, scrittore, artista di strada e oggi anche cantautore: il brano scritto dal poliedrico artista (prodotto da Katoo) anticipa l’uscita dell’album Mareducato di domani, su etichetta Polydor/Universal Music.

Tra tutti eri quello più lontano dal contesto sanremese. Cosa ti ha spinto a partecipare?
«In realtà non avevo l’ambizione di andarci al Festival. Non è mai stato un sogno arrivarci, non avendolo mai visto in televisione, dato che non ne posseggo nemmeno una. Mi occupo solo di arte solitamente. Mentre ero alle prese con Mareducato, il mio nuovo album, i miei collaboratori hanno creduto nella potenza di uno dei suoi brani, Arnica. Da lì è partita la proposta per Sanremo».

L’hai definita come una «pomata metafisica»: secondo te è arrivato il messaggio di questo brano?
«Non credo che la maggioranza delle persone abbia colto il suo significato. Non vorrei essere presuntuoso, ma quello che ho proposto va ben oltre le esperienze quotidiane della vita, ho raccontato l’arnica come cura dei traumi fisici. Mi accontento del fatto che sia arrivato ad alcuni il suo significato, il resto non mi interessa».

C’è una dietrologia di significati anche sulla scelta degli outfit?
«L’idea di sposare la mia immagine con quella di brand importanti – parecchi si sono proposti – non sarebbe stata coerente con la mia natura. Piuttosto ho preferito scegliere vestiti ideati e cuciti a mano dalla mia amica Francesca: dobbiamo aiutarci tra piccole realtà, non voglio fare tappezzeria per i giganti, preferisco essere un abbraccio per un piccolo».

Come hai gestito la tua avventura sanremese?
«Al primo giorno ero silenzioso e taciturno, contrariamente alla mia natura. Per gestire il panico solitamente medito otto ore al giorno, impossibili da riservarmi a Sanremo tra un’intervista e l’altra. Ho cercato di ritagliare il mio spazio in una tenda costruita sulla terrazza dell’albergo ed è servita a gestire, a mio modo, ansia e panico».

Due aspetti che hai sdoganato in un brano – uno dei pochi – che non parla di amore, ma di dolore.
«Quando arrivano momenti di sconforto e tristezza si tende praticare leggerezza e frivolezza per distrarsi, quasi non accettando la loro presenza nella nostra vita. Il dolore va conosciuto a memoria, vanno esplorate le sue abitudini, solo così si impara ad evitarlo. Voler ostentare la leggerezza quando non si conosce il dolore porta alla mancata scoperta dell’inconscio e dei suoi conseguenti malanni, anche psicosomatici».

Venerdì esce l’album Mareducato.
«Ho voluto creare una passeggiata per gli ascoltatori che dalla riva si trovano catapultati nell’abisso, seguendo l’ordine delle tracce di questo concept album a cui tengo molto. Tra tutti i brani sono affezionato a L’amarea, l’unico dedicato all’amore».

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