fabrizio de andre
fabrizio de andre

Non sono in molti ad aver conosciuto a fondo Fabrizio De André. Si contano sulle dita di una mano, particolarmente in quel mondo dello spettacolo dal quale il cantautore genovese si teneva alla larga. Lo ha fatto per anni, faticando persino a salire sul palco, attanagliato dal terrore del pubblico.

Quella naturale paura, mista alla sicurezza nell’eloquio e a uno stile vocale e musicale inconfondibile, ne ha fatto il soggetto perfetto per la macchina fotografica di Guido Harari, colui che per vent’anni ne ha immortalato la carriera. Non solo: ne ha ripreso la vita, le smorfie, i sorrisi, le idee di getto scarabocchiate su carta, albori di capolavori senza tempo. Pochi giorni fa, l’11 gennaio, è scoccato il ventennale dal giorno in cui il genio di “Faber” si è spento definitivamente in una stanza dell’Istituto dei tumori di Milano, ultimo atto della malattia.

I suoi versi hanno parlato per lui, in questi due decenni, insieme alle testimonianze di chi ha avuto la fortuna e l’onore di raccontarne il genio. Guido Harari è tra questi. In Sguardi randagi, suo quarto libro dedicato a De André, mostra una volta di più il lato nascosto dell’artista, catturato dall’obiettivo nel quotidiano vivere che ha fatto da contorno alle sue canzoni.

Harari, alcuni brani sono più attuali di vent’anni fa.

«Forse perché il mondo non è cambiato. Le canzoni di Fabrizio servono principalmente a ognuno di noi per riflettere e tornare a meditare sulla nostra vita e su quel che ci manca. Non solo lui, ma il pensiero, l’empatia con gli altri. Vorremmo avere meno paura».

Perché Sguardi randagi?

«Perché le foto con Fabrizio sono sempre state un corollario del nostro rapporto. Non c’era mai alcuna strategia. Fabrizio non aveva bisogno di mostrare la propria faccia per vendere un disco e quindi ci sono stati anche momenti in cui volutamente non abbiamo usato la macchina fotografica. Sono occasioni afferrate al volo, momenti di autenticità, come la moglie Dori che taglia i capelli a Fabrizio, o quella in cui è sdraiato per terra contro un termosifone all’interno di un palasport. Era un momento autentico. Questo ha affascinato lui e me nel nostro percorso di conoscenza».

C’è anche una foto in cui abbraccia Fernanda Pivano. Due mondi diversi che si sono incrociati.

«Uno dei regali di Fabrizio è stato quello di farmi conoscere Fernanda, con cui nel 2004 ho anche realizzato un libro, The beat goes on. Sono mondi diversi che hanno attraversato il dopoguerra vedendo da lontano cosa sarebbe accaduto. Fernanda era una divulgatrice appassionata della letteratura americana, da Hemingway fino alla beat generation. Si sono incrociati per Non al denaro, non all’amore, né al cielo, in cui Fabrizio aveva rielaborato L’antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Voleva un parere da Fernanda e così si conobbero. Ne nacque una grande amicizia».

Come si può far capire chi è stato Fabrizio De André a chi vive oggi?

«Si dice sempre che i figli faticano a comprendere il mondo dei genitori. Il ricambio è troppo veloce. Anche il mondo rappresentato da Fabrizio e dalla cultura che lo ha prodotto è lontano. Tocca a chi fa informazione portarlo nell’oggi e magari trovare il modo di catapultarlo in avanti».

Chi vorrebbe fotografare domani?

«Vorrei coltivare fino all’ultimo la mia curiosità e raccontare chiunque abbia una storia da condividere. Non ci sono persone di Serie A o B. La gente comune può avere storie molto più interessanti dei personaggi famosi, che molto spesso vivono di pura immagine e non hanno grande sostanza. Eviterei moralismi, ma è un dato di fatto. Io sono sempre felice di fotografare e incontrare tutti».

Cosa si aspetta da Sanremo, visto che ha lavorato anche con Claudio Baglioni?

«Nulla perché, come da slogan, “Sanremo è Sanremo”. Motivo per cui lascerei perdere…».


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