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27. 02. 2021 16:24

Non si placano le polemiche per #ioapro: storie (diverse) dalla fronda dei ristoratori

Due modi diversi di intendere la protesta: la doppia intervista ai due proprietari

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Giallo, arancione, poi rosso ed infine arancione. Tra il valzer di colori in Lombardia c’è una categoria che proprio non riesce a vedere la cosiddetta luce in fondo al tunnel. Stiamo parlando ovviamente dei ristoratori.

Circa due settimane fa hanno cercato di alzare la voce nella maniera più eclatante: aprendo infrangendo le regole.La campagna #ioapro per certi versi è stata un flop: poche adesioni e  tante multe. Tuttavia all’interno della fronda c’è chi ha espresso modalità diverse di intendere la protesta.

Arkadi Urbinati, Mexicali: «Una protesta a modo mio»

Domanda banale. Come sta Mexicali?

«Male come tutti. Non credo che in questo momento ci sia chi possa piangere con un occhio solo. È una situazione complicata».

E la colpa di chi è?

«Non mi interessa trovare colpevoli, ma piuttosto delle soluzioni. Sicuramente in questi mesi sono stati commessi tanti errori da parte di chi ci governa, ma anche per loro non è certamente facile fronteggiare una situazione del genere. Tutti possono sbagliare. Forse bisognerebbe essere un po’ apolitici».

Tuttavia ha deciso di aderire ad #ioapro?

«Era un modo per far sentire la nostra voce.  Diciamo che per farlo abbiamo passato per un attimo il limite della legalità, ma per poi tornarci immediatamente dentro. Al di là della protesta le regole vanno rispettate».

La sua adesione però è stata qualcosa di diverso.

«Ho aderito alla protesta perché sentivo il bisogno di mettermi in gioco, però al tempo stesso dovevo fare qualcosa a modo mio. Quindi ho pensato ad una cena solidale per i senza tetto».

Com’è nata questa idea?

«Tutto è partito da quelle ormai tristi e note immagini della coda chilometrica davanti al Pane Quotidiano. È a pochi passi da qui e purtroppo certe scene le vedo quotidianamente. Il vedere quel contrasto di tanta gente in fila per chiedere un pasto caldo con sullo sfondo la Bocconi, il top della classe finanziaria di Milano, mi ha fatto molto riflettere. Proprio dalla visione di questi opposti è nata l’iniziativa».

Ha dovuto selezionare gli ospiti a causa della capienza limitata?

«No assolutamente. Sono andato direttamente al Pane Quotidiano ed ho parlato con l’organizzazione per pensare a come realizzare la cena. L’etica dell’associazione prevede di offrire un pasto a chiunque senza chiedere nulla, neanche le generalità. Quindi sarebbe stato impossibile fare una sorta di lista di prenotazione. Così, sono stati distribuiti dei voucher durante il giorno con i quali gli ospiti si sarebbero potuti presentare al locale ed avere la propria cena gratuitamente»

Com’è andata la cena?

«Ho visto storie di tutti i tipi che in un certo senso mi hanno lasciato un segno. C’era di tutto: dal disoccupato, al divorziato, alla bellissima signora Carla, 74 anni, che per esserci ha attraversato mezza città in tram. Tutte persone che offrono una spaccato di vita reale. A volte ci viene semplice giudicarle, ma hanno una dignità immensa: hanno il coraggio di metterci la faccia e chiedere aiuto».

Stefano Marazzato, Don Lisander: «Le chiacchiere stanno a zero»

Che cosa ha significato la protesta #ioapro?

«Abbiamo aperto perché volevamo portare alla luce un messaggio chiaro, ovvero quello che non si possono discriminare certe categorie di lavoratori. Non sto parlando solo dei ristoratori e dell’indotto legato al mondo della ristorazione, ma anche di cinema, teatri e quant’altro. Il diritto al lavoro è sancito dalla nostra Costituzione. Di conseguenza i vari DPCM sono incostituzionali».

La protesta non ha avuto però tante adesioni.

«Purtroppo no ed in parte è anche colpa di molte associazioni di categoria che si sono dissociate. Loro preferiscono portare avanti le trattative parlando. Ma mi permetta di dire che dopo un anno ormai le chiacchiere stanno zero. Perciò meglio appoggiare un’azione dimostrativa e pacifica come #ioapro».

Non ha fiducia nei famosi ristori?

«I ristori servirebbero se fossero concepiti come risarcimento. Nel senso che sarebbero un aiuto se fossero equi e proporzionali alle perdite».

Invece?

«Ci viene concesso una minima parte di ciò che abbiamo perso, stimabile in circa il 5%, attraverso un finanziamento che dovremmo restituire in sei anni comprensivo di interessi. Il piano di ammortamento prevede che per i primi due anni verseremo solo gli interessi, mentre le rate vere e proprie inizieranno dal terzo. È comunque un paradosso».

Perché?

«È come se lo Stato fosse un usuraio che mi concedesse un prestito per il mio ristorante per poi darlo alle fiamme impedendomi di lavorare e guadagnare per saldare il mio debito. Il meccanismo è praticamente lo stesso. Ci concedono i ristori, ma non ci permettono di lavorare».

Lei aveva annunciato che il Don Lisander sarebbe comunque rimasto aperto anche dopo #ioapro.

«Abbiamo ricevuto due visite degli agenti in due giorni di apertura con conseguenti multe sia per noi che per i clienti. È stato un atto intimidatorio. Dopodiché ho deciso di chiudere perché non potevo permettere che i miei clienti, nonostante siano estremamente solidali con la protesta, fossero costretti a pagare certi conti salatissimi».

 

 

 

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