tito e gli alieni
tito e gli alieni

Una regista milanese a Manhattan: e un film, Tito e gli alieni, che parla di famiglia e diversità. Il tutto in un festival cinematografico newyorkese, dedicato alle pellicole italiane. Fino al 15 dicembre, tra New York e Miami, è tempo di Italy on Screen Today. Una rassegna che sta portando negli USA grandi autori e che vedrà tra i protagonisti Paola Randi, nata a Milano e di base a Roma. Proprio la Randi l’11 dicembre presenterà il suo lungometraggio alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University. Un’opera che fa riflettere sul significato del diverso e della morte, con un taglio che sa essere ironico e sensibile.

Paola, ha vissuto a Milano per 31 anni ed è cresciuta in Porta Romana: che rapporto ha con la città, ora?
«Ho il tipico rapporto da migrante. Ogni volta che ci torno mi sembra il posto più bello del mondo e mi chiedo perché l’abbia lasciato».

Di Milano dice che è una città «positivamente vuota». Cosa intende?
«È una caratteristica utile dal punto di vista creativo. Milano la vedo come una tavolozza in continuo cambiamento: non è mai tutto pieno o tutto stantio e c’è sempre spazio per una metamorfosi».

Nel suo film Tito e gli alieni vita e morte, scienza e realtà si intrecciano: che messaggio vuole lanciare?
«L’idea che l’essere umano cerchi gli antidoti alle proprie paure personali attraverso il mito e la scienza. E nella pellicola ci sono entrambe».

Cosa le unisce?
«La fantascienza, lo strumento più adatto per esplorare queste anime della nostra personalità».

Chi ha ispirato il copione di questo film?
«La mia famiglia. Nello zio scienziato protagonista del film rivedo gli atteggiamenti di mio padre, che non c’è più, e di mia sorella, che oggi fa la scienziata a Londra».

E Tito, protagonista principale del film?
«Ha sette anni, rivedo in lui molto di me stessa: come sono cresciuta e la sensibilità con cui vivo la mia quotidianità».

Nel film, Anita e Tito sono due fratelli di Napoli, che a seguito della morte del padre si trasferiscono in Nevada dallo zio. C’è un richiamo all’immigrazione africana in Italia?
«Assolutamente sì. Per me il concetto di confine è insensato. E credo nella mescolanza delle culture come fattore di ricchezza per le comunità».

Cos’hanno in comune i due piccoli immigrati di Napoli della sua pellicola e quelli del nostro presente?
«Il fatto che tramite le loro tradizioni possano aiutarci a crescere come società. Nel film come nella vita vera, però, devono essere messi in condizione di contribuire. E noi italiani, popolo di migranti, dovremmo saperlo bene».

Questo festival non sarà la sua prima volta a New York. Che rapporto ha con questa città?
«Speciale. La mia prima volta fu a sette anni, allora era davvero come andare dall’altra parte del mondo, in un altro pianeta. Molto diverso da adesso».

Cosa la colpisce di più?
«Il senso di inclusione mi ha sempre affascinato. Non importa quale sia la tua storia, appena metti piede a New York ti senti newyorkese».

Prossimi progetti dopo il festival?
«La regia di un nuovo film».

Cosa ci può anticipare?
«Sarà la storia di una ragazzina di 14 anni e di una zia di mezza età con un deficit cognitivo. E dovranno passare un’estate assieme in una casa di campagna».

Dove? In Italia o in America?
«In Italia. Ma al momento non farmi dire di più».


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