22.5 C
Milano
25. 06. 2024 15:25

Smart working e facili moralismi: quali sono i veri problemi dietro alle polemiche?

Se il problema è lo svuotamento delle città, si parli chiaro. Se è l’inefficienza, allora si rompa il tabù dei licenziamenti anche nel pubblico

Più letti

In pochi lo conoscevano. Pochissimi lo utilizzavano. Poi l’emergenza coronavirus ha fatto scoprire tutta la “bellezza” dello smart working. Ma ora c’è chi sollecita un rapido rientro al lavoro “normale” (in presenza) perché – per dirla come il sindaco di Milano, Giuseppe Sala – si rischia l’effetto grotta. E così la sensazione forte è che anche quella del lavoro in remoto da casa si stia trasformando nell’ennesima contraddizione del nostro splendido Paese.

 

Smart working e facili moralismi

Numeri. Facciamo un passo indietro. Ad aprile l’Italia aveva risposto all’emergenza utilizzando in maniera massiccia lo smart working: il 72% delle aziende aveva messo a disposizione in tempi brevi mezzi e strumenti per permettere ai collaboratori di proseguire il lavoro da remoto. Tuttavia, secondo dati di InfoJobs, i lavoratori italiani in smart working erano il 15%, mentre la parte restante della forza lavoro rimaneva a casa senza reddito, in ferie o in congedo oppure regolarmente sul posto di lavoro (13%), senza nessuna modifica alle modalità di prestazione del servizio.

Le tre parole di oggi? Scoprile in newsletter!

Prima volta. Di fatto, il 56% delle aziende che ha attivato lo smart working nel 2020, ha dichiarato di averlo applicato per la prima volta per il Covid, mentre il 29% l’ha esteso a più figure o su più giorni. Percentuali ancora più polarizzate sui lavoratori, dove il 79% afferma di adottarlo per la prima volta, mentre per il 14,5% sono solo cambiate le modalità di fruizione e per il 6,5% non c’è stato alcun cambiamento rispetto a prima. E ancora: il 64,5% delle aziende dichiara che i dipendenti hanno apprezzato questa decisione (voluta o dovuta in base alle circostanze legislative) che non ha avuto contraccolpi sulla produttività (39%), o ne ha avuti ma in maniera limitata (25,5%).

In crescita. Da aprile sembra cresciuto quel 19% di aziende che già al tempo sosteneva come lo smart working non stesse funzionando, complici la struttura o il business che mal si sposano con il lavoro da remoto. Spesso le maggiori criticità sono legate soprattutto a problemi di tipo organizzativo o per mancanza di supervisione e controllo sul lavoro del personale. E c’è anche il problema relazionale perché manca il confronto quotidiano e il lavorare fianco a fianco.

smart working
smart working

In centro. Il futuro è tutto da scrivere. Milano appare ancora vuota, soprattutto in centro: mancano i turisti, ma soprattutto i tanti lavoratori che dal lunedì al venerdì popolano gli uffici. Anche il Comune durante la fase di emergenza ha utilizzato lo strumento del telelavoro ma adesso per il sindaco è il momento di dire basta. Tutti d’accordo? Non proprio. L’assessora al Lavoro di Palazzo Marino, Cristina Tajani, è apparsa meno netta del suo “capo”: Non è stata una lunga vacanza, ma cosa diventerà il lavoro agile dipende dalle scelte che facciamo oggi. Per la Pubblica Amministrazione, secondo la ministra Fabiana Dadone, è necessario “provare ad entrare nell’ottica di una nuova modalità che si basa sul risultato e non tanto sulla presenza fisica”. Lo smart working per il settore pubblico, al momento, è previsto fino al 31 luglio, ma sono in arrivo proroghe.

Morale. Probabilmente se la persona che non lavora a casa con lo smart working, era già abituata a non farlo in ufficio. Tutto sta a gestire – a casa come sul posto di lavoro – gli immancabili “fannulloni”. Se il problema del lavoro in remoto è lo svuotamento della città e la crisi del commercio, sarebbe meglio evitare inutili moralismi e parlare più chiaro ai cittadini. Diversamente, se il problema è l’inefficienza, allora sarebbe bene aprire un dibattito sulla libertà di licenziare. Nel privato come nel pubblico.

smart working - sondaggio Facebook
smart working – sondaggio Facebook

Intanto Sala non molla: «Ricominciare a fidarsi»

di Piero Cressoni

Con una lettera pubblicata sul Corriere della Sera, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ribadisce la sua battaglia culturale contro l’uso esasperato del lavoro da casa.

Giuseppe Sala
Giuseppe Sala

Pro e contro. «Lo smart working non è solo una grande opportunità, ma rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma dell’organizzazione del lavoro – scrive il primo cittadino –. Penso che debba rientrare tra i diritti dei lavoratori nella nuova era digitale, in un possibile ripensamento adeguato ai tempi, dei diritti e dei doveri in generale. Forse di un nuovo Statuto dei lavoratori». Tuttavia Sala palesa le perplessità: «Temo che il lavoro a distanza, non adeguatamente inserito in una strategia complessiva, lasciata al semplice vantaggio economico o alle forze del mercato, possa aumentare la possibilità che posti di lavoro vengano tagliati. Anche di chi oggi è in smart working.

L’invito. E ancora: Per questo il mio invito è rivolto a tutte le lavoratrici e i lavoratori, così come agli imprenditori: appena possibile, con le dovute cautele e con la necessaria attenzione per tutti quei lavoratori che devono tenere al momento in un equilibrio difficile lavoro e famiglia, bisogna ricominciare a fidarsi. Tornare a riprendere la ricchezza delle nostre vite, che è anzitutto l’insieme di relazioni che intratteniamo».

I dipendenti comunali promuovo il lavoro agile

È il risultato del questionario distribuito a circa settemila lavoratori ad aprile

di Giovanni Seu

Cristina Tajani
Cristina Tajani

Lo smart working, o meglio il “lavoro e agile e straordinario” come lo definisce l’assessore al Lavoro Cristina Tajani, è promosso, con voti medio alti. L’esito brillante è certificato da un questionario diffuso presso 6.828 dipendenti comunali dal 17 al 30 aprile e restituito del tutto compilato da ben l’85%. L’esperienza è stata trovata utile e formativa – è la sintesi dell’assessore -, anche se non mancano spunti di riflessione su alcuni miglioramenti sollecitati con larga percentuale.

Voti. Dovendo dare un voto a questa esperienza di lavoro da casa, i dipendenti hanno assegnato un 7,7 che cresce se si considerano i più giovani. Entrando nel merito, secondo il 36% degli intervistati la produttività è stata uguale, il 72% ha ritenuto di avere acquisito nuove competenze e conoscenze informatiche, tecniche organizzative e di adattamento. Tra i punti di forza sono sottolineati la conciliabilità del lavoro con la cura della famiglia e il riuscire a sentirsi parte di un team nonostante la distanza fisica. Scontato poi il senso di protezione dal virus avvertito da quasi il 90%.

Lorenzo Lipparini
Lorenzo Lipparini

Milano ti ascolta. Non mancano le criticità. Alcune molto prevedibili come la mancanza di socialità e la scarsa disponibilità degli strumenti tecnologici. È pesato anche il clima di incertezza vissuto in questi mesi e non ultimo, la necessità di rivedere a livello contrattuale la disciplina del lavoro agile. In generale, comunque, i processi di lavoro sono stati giudicati positivi. Da segnalare che in era Covid le attività sono sempre andate avanti, come dimostrano i 49mila meeting, la 44mila call e le 69mila chat. Un giudizio di approvazione del lavoro agile è arrivato anche dai cittadini, come spiega l’assessore alla Cittadinanza attiva Lorenzo Lipparini. Grazie all’iniziativa “Milano ti ascolta” sono stati distribuiti 5.500 questionari ad altrettanti cittadini sui servizi online. Per il 35% sono positivi, per un altro 35 % sono molto buoni. Dati su cui dovrà riflettere il sindaco Sala, che ha ribadito come si debba tornare in ufficio e trovare un rimedio alla tentazione delle aziende di speculare sul lavoro da casa.

Vania Alessi, cofondatrice secretary.it: «Senza Secretary Day, ma non ci fermiamo»

di Fabio Implicito

Secretary.it è una community online dedicata agli assistenti di direzione. Nata nel 2000, si è consolidata ormai come punto di riferimento del settore potendo contare su oltre 9.500 iscritti. L’appuntamento annuale della comunità digitale è il Secretary Day, momento di incontro e confronto tra aziende e assistenti, che quest’anno non andrà in scena a causa del Covid. Vania Alessi, cofondatrice di Secretary, ha raccontato come sono cambiate le modalità di lavoro durante il lockdown e soprattutto quanto sia utile il fin troppo dibattuto smart working.

Vania Alessi
Vania Alessi

Questo sarà il primo anno senza il Secretary Day.
«Purtroppo sì, a causa delle prescrizioni anti-Covid abbiamo deciso di non realizzare il nostro classico appuntamento. Tuttavia abbiamo continuato ad essere attivi in via virtuale in tutti questi mesi».

In che modo?
«Abbiamo offerto tantissimi webinar. Il prossimo che realizzeremo sarà il sessantesimo. Sono stati perlopiù gratuiti e per quelli a pagamento si richiedeva solo una cifra simbolica».

Quali argomenti avete trattato?
«Tante tematiche riferite al lavoro. Dall’utilizzo di strumenti come Teams a corsi sull’autoefficacia e il Time management. In alcuni casi abbiamo fornito corsi anche a carattere psicologico per dare un contributo nell’affrontare i nuovi scenari determinati dal Covid».

Quanto è servito l’assistente aziendale durante il lockdown?
«Molto. Gli stessi manager si sono trovati a dover dirigere il proprio lavoro secondo nuove modalità e senza aver davanti i propri dipendenti. L’assistente aziendale è stato fondamentale per facilitare i processi di comunicazione».

Possiamo dire che il lockdown con lo smart working ha cambiato il mondo del lavoro?
«Bisogna premettere che alcune aziende strutturare lo utilizzavano già prima del lockdown. Questo era già possibile grazie alla legge sulla digitalizzazione del 2018. Così alcuni manager avevano ad esempio istituito il “venerdì” dello smart working, o comunque dedicavano alcune giornate di lavoro alla modalità non in presenza».

E adesso?
«L’uso forzato dello smart working ha portato indubbiamente a ripensare alle modalità di lavoro ed ad attivare nuovi segnali. La gestione del tempo è diversa: si lavora per obiettivi. E poi credo che questa particolare fase lavorativa abbia comportato soprattutto cambiamenti a livello personale che porteremo con noi anche in futuro».

Cosa pensa della critica alla mancanza di relazioni sociali?
«Lavorare in smart working richiede continui aggiornamenti e di conseguenza la disponibilità a formarsi frequentemente. Penso che la soluzione ideale sia un sistema misto: svolgere due, tre giorni in smart working e gli altri in ufficio».

52%

i lavoratori ancora in smartworking

11%

i lavoratori rientrati in ufficio

Oltre il 20%

i lavoratori in cig parziale. Svolgono un orario ridotto in ufficio o in smart working

 

Fonte: sondaggio di Secretary.it rivolto ai membri della community

In breve

FantaMunicipio #36: l’eterno movimento dei progetti che riscrivono la città

Questa settimana facciamo il punto su tanti progetti che, in piccolo o in grande, si propongono di dare un...