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Dom, 12 Lug 2020 12:34:06

Marchi milanesi: saccheggiati o rilanciati?

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L’ultima in ordine di tempo è stata la Magneti Marelli, ceduta da FCA ai giapponesi di Calsonic Kansei: la storica fabbrica di Sesto San Giovanni è una delle tante aziende milanesi passate in mani straniere. Si tratta di un fenomeno nazionale che trova a Milano, capitale economica, i casi più eclatanti.

IL TREND • Se si osserva l’andamento del mercato degli ultimi anni ci si accorge che non esiste settore che non sia finito nel mirino di società d’oltralpe. Dall’industria tradizionale alla moda, dall’alimentare al lusso fino alle banche si registra uno shopping serrato che non conosce pause e che sembra destinato a durare. Siamo diventati, insomma, terra di conquista come lo eravamo nel Rinascimento con la differenza che al posto degli eserciti oggi sono i capitali a vincere le nostre resistenze.

CHI COMPRA • Gli acquirenti arrivano da tutto il mondo. Stati emergenti, ricchi di liquidità come la Cina o i paesi arabi, vengono a investire sbaragliando la concorrenza. Ci sono poi i francesi che sono attratti in particolare dal settore della moda e del lusso e i grandi fondi americani che investono in ogni ambito. Non si salva neppure il calcio con le due squadre milanesi che hanno avuto due passaggi di proprietà entrambe straniere: sono lontani anni luce i tempi in cui erano il fiore all’occhiello dei cummenda milanesi come Angelo Rizzoli o Angelo Moratti, oggi a San Siro si parla cinese o inglese.

LE INCOGNITE • Ad ogni cessione nel mondo politico si grida all’allarme. I brand più famosi sono nella disponibilità di mani straniere che seguono logiche diverse dalle nostre, a volte esistono problemi per l’occupazione. Preoccupazioni più che fondate che però sembrano non toccare i nostri imprenditori che non hanno riguardi a vendere i loro gioielli a chi arriva dall’estero. Resta, comunque da capire se tutto ciò rappresenta davvero un danno. Milano è una città internazionale e se vuole continuare ad esserlo deve essere attrattiva di capitali. E pazienza se La Rinascente è stata rilevata dalla thailandese Central Group, a Londra Harrods appartiene ai reali del Qatar dopo essere stato in mano all’egiziano Al Fayed per 25 anni e nessun londinese si sente ferito.

I SETTORI “ATTACCATI”

INDUSTRIA
La Magneti Marelli ha seguito l’esempio di marchi ancora più famosi come la Pirelli, che appartiene al gruppo cinese ChemChina, mentre le quote di minoranza sono divise fra alcune società russe che fanno riferimento al gruppo petrolifero Rosneft e i soci italiani legati a Marco Tronchetti Provera. In Telecom il fondo Elliot ha appena assunto il controllo spodestando i francesi di Vivendi.

FINANZA
Persino il cuore della finanza milanese e italiana ha un proprietario straniero: nel 2007, a seguito della fusione con la Borsa di Londra la Borsa Italiana S.p.A. è controllata al 100% dalla holding London Stock Exchange Group. Stesso destino per la banca Unicredit che al 62% in mano agli investitori istituzionali, quasi interamente americani e inglesi, mentre un altro 10% è in mano ai fondi sovrani.

MODA
Tanti marchi di prestigio internazionale sono diventati stranieri, l’ultimo è Versace che ha venduto la società agli americani di Michael Kors. Fiorucci è stato tra i primi a vendere: nel 1990 cedette ai giapponesi di Edwin International mentre gli attuali proprietari sono gli inglesi Janie e Stephen Schaffer. E’ di 4 anni fa l’accordo di vendita del gruppo Krizia ai cinesi di Shenzen Marisfrolg Fashion.

LUSSO
Alcuni marchi celebri del lusso non parlano più milanese. Nel 2011 la Rinascente è diventata di proprietà della thailandese Central Group che la spuntò sul gruppo italiano Borletti, già azionista della società fondata nel 1865. Due anni dopo è toccato alla pasticceria Cova di via Monte Napoleone passare alla holding LVMH, ovvero i francesi di Louis Vuitton Moët Hennessy.

SPORT
L’apripista è stata l’Inter: nel 2013 Massimo Moratti ha ceduto all’indonesiano Erick Thohir conservando il 25% per poi cedere anche la quota di minoranza. Nel 2016 la società è acquisita dai cinesi di Suning. Nel 2017 Berlusconi ha venduto il Milan al gruppo cinese Rossoneri Sport Investment Lux, dall’estate scorsa il nuovo proprietario è il fondo statunitense d’investimento Elliot.

«Il danno è consegnare il nostro sapere»
Pontarollo (Cattolica): «La tendenza è irreversibile»

Per oltre 40 anni ha studiato lo sviluppo del territorio passando dalla grande industria alle imprese digitali. Enzo Pontarollo, docente di economia industriale alla Cattolica, ha l’esperienza giusta per spiegare a Mi-Tomorrow com’è cambiata l’impresa milanese e perché è diventata preda degli stranieri.

Tanti marchi prestigiosi non parlano più meneghino: quali sono le cause?
«C’è una ragione molto semplice: il passaggio generazionale è problematico. I figli non hanno più voglia di proseguire l’attività dei padri, magari hanno altri interessi».

Forse non sono nemmeno all’altezza dei loro genitori?
«Esiste anche questo problema, ci sono figli che sono stati troppo coccolati e rivelano di non possedere le stesse capacità dei loro genitori i quali sono spesso i primi a rendersene conto: in questa situazione sono questi ultimi a decidere di vendere agli stranieri».

Per quale ragione?
«Ci sono aziende morenti in cui i titolari preferiscono non vendere ai concorrenti italiani preferendo gli stranieri che sono pronti a pagare».

Quanto pesa il fatto che i mercati sono sempre più difficili?
«Oggi i mercati sono complessi, bisogna conoscere le lingue, trovare collaboratori al proprio livello. La concorrenza è agguerrita, ci sono mercati, come l’Est Europa, in cui si produce a costi molto bassi, inoltre abbiamo anche un problema di stabilità politica».

C’è sempre stata.
«Nella cosiddetta “Prima Repubblica” c’era più stabilità, oggi la politica è inaffidabile e questo fatto genera insicurezza».

Ci sono bravi imprenditori a Milano?
«Certo, ce sono in abbondanza, spesso sono piccoli: il loro successo è legato alla capacità di fare innovazione, di leggere le novità e sapere fare cose nuove. In passato abbiamo avuto tanti esempi, come quello delle imprese brianzole del legno che sono diventate protagoniste del design».

Vendendo agli stranieri si consegnano loro anche i brevetti.
«E’ senza dubbio un impoverimento del tessuto imprenditoriale perché consegniamo il nostro sapere, il nostro know how».

Sono così appetibili le nostre imprese?
«Sì, perché sono bei prodotti a costi ragionevoli. Il made in Italy attira molto, ecco perché gli stranieri sono interessati ai nostri gioielli».

Questi passaggi possono creare problemi per l’occupazione?
«In generale no, sono seguiti dai sindacati, gli stranieri hanno l’interesse a mantenere anche il management italiano anche perché non sempre sono in grado gestire le nostre imprese, pesa il fatto che le culture sono diverse».

Esiste un risvolto sentimentale legato alla perdita dei marchi storici?
«No, si pensa al denaro, pecunia non olet dicevano i latini».

Chi entra a La Rinascente può sentirsi a disagio pensando che è di proprietà thailandese?
«Non credo anche perché di solito gli acquirenti non sanno di quale nazionalità sia la proprietà dei negozi».

Anche le squadre di calcio sono passate agli stranieri, come si spiega?
«Il calcio è un grande business, spesso gli investimenti sono perdenti, senza ritorni. Ci vogliono molti soldi per entrare nel calcio, ci si pensa due volte prima di rischiare».

In passato Inter e Milan sono stati legati alle grandi famiglie milanesi come Moratti, Rizzoli, Berlusconi: si potrà ripetere questo fenomeno?
«No, perché non esiste più quel prototipo di imprenditore: oggi chi investe sono fondi come Elliot che in questo momento è operativo in Italia anche in Telecom, un settore del tutto differente».

I tifosi possono storcere il naso di fronte a presidenti cinesi o indonesiani?
«Non credo, ai tifosi importa che vengano acquistati giocatori di valore e che la squadra faccia risultati».

Siamo di fronte a una tendenza irreversibile?
«Penso di si».

In breve

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