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25. 11. 2020 20:40

I “salvati” del Dpcm: la parola a chi non chiuderà (ma reggerà?)

Parlano i rappresentanti di quattro settori che potranno andare avanti ad esercitare anche con Milano “zona rossa”

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Parlano i rappresentanti di quattro settori che potranno andare avanti ad esercitare anche con Milano “zona rossa”.

CINZIA D’ALESSANDRO COMITATO EDU CHI AMO

«SCUOLA INDISPENSABILEPER FAMIGLIE INDIGENTI»

Le scuole fino alla prima media restano aperte anche nelle “zone rosse”. Cinzia D’Alessandro, titolare del nido e scuola dell’infanzia La Locomotiva di Momo e presidentessa del comitato Edu Chi Amo ha commentato per Mi-Tomorrow il provvedimento del governo.

Come giudica questa scelta?

«Fondamentale per il benessere dei bambini e dei ragazzi, che sono tornati nelle aule con entusiasmo, ma anche per contenere la diffusione del virus: i dati dicono che all’interno delle scuole il contagio è irrilevante e che i bambini si ammalano raramente e sono poco contagiosi. Nonostante questo, sempre più genitori decidono di tenerli a casa per paura. Inoltre la scuola è indispensabile per i bambini che hanno famiglie indigenti. Per loro, spesso, quello in mensa è l’unico pasto completo».

Com’è la situazione dei contributi del Comune di Milano e del governo?

«Da poco è stata pubblicata la graduatoria delle strutture ammesse al bando legato al Fondo di Mutuo Soccorso del Comune. I fondi del Ministero stanziati con il Decreto Rilancio per nidi, scuole d’infanzia e scuole paritarie non sono invece arrivati».

Come stanno andando i tracciamenti dei contagi?

«Il sistema di ATS Milano è saltato. Il direttore di ATS scuola Nicola Iannacone ha chiesto a noi del Comitato Edu Chi Amo di segnalare i casi di positività delle strutture private che loro non sono riusciti a seguire in tempi ragionevoli. Come responsabili Covid, chiudiamo comunque le sezioni in cui c’è stato un caso di positività prima che lo decida ATS, la quale interviene in un momento successivo. Speriamo nell’arrivo dei tamponi con l’asta flessibile pensati per i bambini e nei tamponi rapidi, come quelli già sperimentati dall’Ospedale Sacco in alcune scuole».

EUGENIO BOER RISTORANTE BU:R

«BASTA STARE SUI SOCIAL,REAGIAMO CON NUOVE IDEE»

«Se non ci vengono i brutti pensieri, se non la buttiamo in vacca, ce la faremo». Per Eugenio Boer, chef e fondatore del ristorante Bu:r, è l’ora di tirare fuori ciò che abbiamo di meglio.

Cosa pensa delle misure appena varate dal governo?

«Si avvertivano, era inevitabile: quando vedi un bambino che si avvicina all’angolo del tavolo devi intervenire altrimenti lui non capisce».

Sta dicendo che la gente si è comportata come il bambino?

«La gravità della situazione non è stata capita, abbiamo a che fare con una malattia con un potere di contagio enorme: la colpa è stata un po’ di tutti, questa estate non bisognava liberare la gabbia, non bisognava aprire le discoteche perché è chiaro che poi la gente se ne approfitta».

Come si può reagire?

«Io sono mezzo nordico, dico che si può ripartire con entusiasmo, con il delivery come abbiano fatto a marzo-aprile quando si è sviluppata la più grande rivoluzione degli ultimi dieci anni».

Perché parla di rivoluzione?

«La quarantena ha messo in moto meccanismi mentali nella testa dei cuochi che li ha portati a sviluppare concetti come l’accoglienza del prossimo che fanno parte del patrimonio della nostra professione. Non a caso diamo ristoro».

Cosa ritiene sbagliato fare?

«Stare sui social, abbandonarsi alle lamentale che io, mezzo ligure, non sopporto. Il tempo va impiegato per pensare qualcosa di concreto, per inventarsi qualcosa».

I suoi colleghi faranno così?

«Noi chef diciamo sempre che siamo nella melma, che è tutto uno schifo, poi però non è mai così. Allora proviamo a tirare fuori qualcosa dal cappello, prendiamo esempio da Burger King che ha fatto una cosa che mi piace molto».

Di cosa si tratta?

«Ha fatto una pubblicità con su scritto: prendete il delivery di McDonald e di tutti gli altri loro concorrenti. Ecco, in questo momento così difficile bisogna stare uniti, sarebbe bello che un’iniziativa del genere la facessimo anche noi ristoratori».

ANDREA COLLODI PESCHERIA PEDOL

«IL GOVERNO CI AIUTI, MADOBBIAMO TENERE DURO»

Non mollare, resistere, andare avanti. È il messaggio che arriva da Andrea Collodi, titolare della storica pescheria Pedol di piazza Wagner.

Come avete affrontato il lockdown di marzo-maggio?

«All’inizio eravamo spaventati, poi ci siamo detti: ce la faremo».

In che modo?

«Abbiano deciso di rivolgerci a tutti i milanesi, sviluppando le consegne in tutta la città».

Com’è stata la risposta?

«Positiva, siamo riusciti a superare il lockdown senza danni».

Il delivery è stato decisivo?

«Sì però non è uno strumento nuovo per noi, lo utilizzavamo anche prima della quarantena».

Dal punto di vista occupazionale avete dovuto lasciare a casa qualcuno?

«No, abbiamo mantenuto tutti i nostri dipendenti».

Adesso si ricomincia con una “quasi” quarantena.

«Non conosco ancora bene i contenuti dell’ultimo decreto, posso solo dire che mi dispiace per i colleghi che gestiscono i locali, so quali difficoltà hanno affrontato in questo periodo: vede io sto lavorando ma è importante che anche tutti gli altri lavorino».

Altrimenti l’economia si ferma.

«Certo, ma è anche un problema di coscienza sociale».

Quale messaggio lancerebbe loro?

«Tenere duro il più possibile, spero che il governo faccia il possibile per sostenere la categoria, noi dobbiamo fare la nostra parte».

Cosa si può fare per affrontare al meglio il Natale?

«Non è facile trovare idee, inoltre il problema è che ci sono settori che non ce la faranno proprio».

Si riferisce alla ristorazione?

«Direi che loro sono crollati, purtroppo è un settore che si trovava in difficoltà già prima della pandemia».

Da quanto tempo è titolare del Pedol?

«Dall’84, ho rilevato il marchio con un socio. Questa pescheria è stata fondata nel 1929, è la più vecchia di Milano».

In 36 anni di attività avete mai conosciuto un periodo così difficile?

«No, è la prima volta in assoluto. Non c’è paragone con le crisi conosciute in passato, ora tutto il mondo è coinvolto».

FRANCESCO CASCONE IL BARBIERE

«C’È UNA GRANDE CONFUSIONE,IMPORTANTE RIMANERE APERTI»

I parrucchieri e i barbieri sono rimasti con il fiato sospeso fino a ieri mattina, quando hanno saputo che, contrariamente allo scorso lockdown, questa volta potranno continuare a tagliare barba e capelli anche nelle “zone rosse”. Francesco Cascone è il titolare de Il Barbiere di via Vitruvio, fra la Stazione Centrale e corso Buenos Aires.

Siete “salvi”. Come vi sentite?

«Non abbiamo ancora capito cosa sta succedendo: fino a due giorni fa si parlava di chiudere tutto, c’è una grande confusione. Per noi rimanere aperti è molto importante perché con la chiusura da marzo a maggio abbiamo subito gravi perdite».

Com’è stata la ripresa?

«Non è più come prima perché tanti hanno paura. Inoltre, visto che molti lavorano in smart working, c’è meno gente che viene in centro. Fino a febbraio i nostri clienti venivano a tagliarsi i capelli nella pausa pranzo o dopo il lavoro, prima di tornare a casa, che spesso si trova fuori Milano. La posizione vicino a Centrale era sempre stata strategica; ora in tanti preferiscono andare dal barbiere sotto casa. Fra i nostri clienti, specialmente a maggio, c’erano anche diversi turisti e quest’anno abbiamo perso anche loro».

Il fatto di dover prenotare obbligatoriamente vi ha penalizzati?

«Prima non lavoravamo su appuntamento, ma il cambiamento non è stato negativo, anzi: in questo modo riusciamo a organizzare meglio il nostro lavoro».

In questi giorni avete più clienti perché si pensava a un’imminente chiusura?

«Sì, perché temevano di rimanere con i capelli lunghi fino a dicembre!».

Avete ricevuto aiuti dallo Stato?

«Abbiamo usufruito della cassa integrazione per i dipendenti dei nostri due negozi, ma stiamo ancora aspettando gli aiuti governativi».

Le interviste sono state realizzate da Katia del Savio e Giovanni Seu.
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