I primi saranno gli ultimi. Non è una parabola biblica, né cinese. Benché riguardi proprio la nota Chinatown di Milano. Ad una settimana dalla quasi totale ripartenza delle attività commerciali della metropoli meneghina, gli unici a non rispondere presente sono proprio i negozi di via Paolo Sarpi, i primi a tirare giù la saracinesca – già dal 24 febbraio – dopo le prime avvisaglie della pandemia in Italia. Sono passati tre mesi, il lockdown è finito e il Governo ha dato il via alla Fase 2, autorizzando la riapertura degli esercizi. Ma i cinesi non ripartono. O meglio, ripartono in pochissimi.

 

Gli ultimi a riaprire. Situazione ancora “anomala” in via Paolo Sarpi

Paradossi. Abituati all’operosità e al movimento della nota via cinese, lo scenario in via Paolo Sarpi si rivela piuttosto desolante: mediamente, ogni quattro o cinque negozi solo uno è aperto. Si respira un’aria insolita, come di una comunità – solitamente produttiva e inarrestabile – inquieta e disorientata.

Paura. La paura dettata dalle dirette esperienze in patria, la preoccupazione di un pregiudizio non ancora scongiurato, la prospettiva di un ritmo e di un profitto sicuramente minore, quasi inutile: sono tanti i motivi, che si possono tranquillamente definire angosce, che spingono gli imprenditori orientali a stare fermi.

Aria insolita. Pochi negozi aperti, poco via vai: passeggiare per via Paolo Sarpi, comprare due “involtini primavera” al chioschetto o trovare un tavolino per sedersi in un bar non è mai stato così semplice. Un abisso, se consideriamo le immagini sui Navigli della scorsa settimana, affollati come in una “normale” giornata di inizio estate.

via Paolo Sarpi
via Paolo Sarpi

Tentativi. Un timido tentativo va registrato. È il caso di Stefano (così si presenta), proprietario di un’oreficeria: «Siamo aperti da due giorni, pian piano stiamo ripartendo. Ora ci sentiamo più sicuri, siamo tranquilli e c’è ottimismo». Così anche Stefania, titolare insieme alla sua famiglia di un bar nel quartiere: «Abbiamo predisposto tutte le misure di sicurezza, abbiamo distanziato i tavoli, abbiamo predisposto i divisori al bancone, chiediamo ai clienti di igienizzare le mani con il gel all’ingresso: dobbiamo ripartire e in questo modo si può fare con tranquillità». Tranquillità e sicurezza, le due parole d’ordine.

Salute. I cinesi – a differenza di quanto ci ha fatto in qualche modo capire il resto dei commercianti milanesi – in questo momento, più che la questione economica, hanno a cuore la salute. Propria e dei clienti. E Camilla, proprietaria di un ristorante al momento ancora chiuso però, ci conferma questa sensazione: «Stiamo aspettando i primi di giugno per riaprire, vogliamo vedere se queste due settimane procedono bene. Speriamo che questa zona possa tornare presto come prima, ma l’importante in questo momento è non ammalarci».

Attesa. Qualcun altro invece si prepara, senza troppa fretta: da alcune saracinesche tirate su per metà, si vedono esercenti alle prese con le pulizie e la risistemazione del negozio, tutto però svolto a ritmo molto blando. Non alla tradizionale velocità cinese, per intenderci. Insomma, come se forse sia meglio temporeggiare, aspettare il riscontro di questo primo mese di “quasi normalità” prima di ripartire a cento per essere poi -nuovamente – costretti a chiudere baracca e burattini.

«Sarà una Milano meno da bere»


L’intervista a Wu: «Si attende l’evoluzione sanitaria»

Chinatown in Paolo Sarpi riapre con calma. «Sarà tutto graduale», spiega a Mi-Tomorrow Francesco Wu, referente in Confcommercio Milano per l’imprenditoria straniera e presidente onorario dell’Unione Imprenditori Italia-Cina, nonché proprietario del noto ristorante Ramen a Mano: «È una ripresa molto lenta e timida, ho visto che alcuni negozi hanno riaperto almeno come delivery e che altri si stanno preparando a riaprire. È un primo tentativo di ripresa, ma non ci sarà – per così dire – una riapertura di massa e coordinata: alcuni riapriranno a giugno, altri più avanti, anche a settembre».

Cos’è cambiato da febbraio?
«Tre mesi fa ci fu una chiusura coordinata. Tra gli esercenti cinesi si avvertì una percezione generale di pericolo – anche a causa delle informazioni dirette provenienti dalla Cina – e quindi quando i primi negozi iniziarono a chiudere, si generò una sorta di passaparola che fece chiudere tutti gli altri. Per allora possiamo parlare di emulazione».

Perché oggi si apre più tardi rispetto al resto di Milano?
«Oltre ad un discorso strettamente economico, ce n’è uno legato alla precauzione. In Lombardia riscontriamo ancora un numero di contagi a tre cifre, abbiamo più della metà dei contagiati di tutta Italia, ma i negozi stanno aprendo come in tutte le altre regioni. Quando tutto sarà sotto controllo, si riaprirà con calma».

E dal punto di vista economico?
«In questo periodo quasi tutte le attività che hanno aperto, soprattutto quelle del settore della ristorazione, stanno lavorando al 10%, al massimo al 20%. Ma così, se escludiamo le imprese famigliari o che hanno solo uno o due dipendenti e quindi poche spese, è controproducente aprire».

Previsioni per il ritorno alla normalità?
«Non sarà una questione di mesi, ma di semestri: penso che per ritornare alla situazione sociale pre-pandemia bisognerà aspettare almeno due anni. Molte persone andranno meno in giro, sarà “una Milano meno da bere, meno da mangiare”. È una questione di responsabilità e sicurezza».

«Serve totale sicurezza»

L’intervista a Di Martino: «In Sarpi imprenditori molto prudenti»

Paolo Sarpi riaprirà, ma con calma e oculatezza. Lo conferma anche Stefano Di Martino, Ambasciatore per l’Amicizia tra i popoli Italia-Cina, che negli ultimi mesi ha seguito da vicino le dinamiche della Chinatown milanese e che conferma la volontà dei negozianti cinesi di tornare a lavorare, ma con la massima sicurezza.
«Via Paolo Sarpi – racconta a Mi-Tomorrow – è stata una delle prime vie, se non la prima, a chiudere anche e soprattutto per iniziativa spontanea della comunità cinese».

Ci fu un panico generalizzato?
«Tutti gli imprenditori preferirono mettersi in sicurezza, proteggere loro stessi e i dipendenti. Sulla base delle esperienze in Cina, vollero in qualche modo evitare dei contatti e che il virus si diffondesse maggiormente».

E adesso?
«Oggi piano piano il quartiere sta ripartendo, alcuni negozi hanno già riaperto, ma sempre con le dovute cautele e tutti gli imprenditori della comunità sono molto prudenti e attenti al rispetto delle misure di sicurezza, evitando quelli che possono essere i nuovi contatti con le persone».

Con quali accortezze?
«Tutti i locali che hanno riaperto, penso soprattutto ai bar e ai ristoranti, hanno previsto delle aree divise, con delle protezioni in plastica o in plexiglass, anche rispetto ai banconi. È previsto l’obbligo di guanti per i clienti o comunque l’igienizzazione delle mani con il gel prima dell’ingresso nel negozio.

Esiste una data o un fattore che determinerà la ripartenza?
«Rispetto a qualche settimana fa possiamo parlare di uno stimolo ulteriore a voler riaprire, ma la sicurezza totale è la cosa che preme di più ai commercianti cinesi». 

Via Paolo Sarpi
Via Paolo Sarpi

Generosità e disponibilità: libri anti-contagio e mascherine per tutti

Riaprire sì, ma in sicurezza. E in questo verso si è mossa l’Associazione e Fondazione Song Qingling di Milano, la più antica fondazione cinese in Italia creata a fine anni ‘80 dal governo cinese e dedicata alla presidentessa onoraria della Repubblica. Una fondazione che si occupa di beneficenza sia in patria che nel Mondo, nei confronti degli anziani, dei bambini e delle persone più deboli in generale.

Prevenzione. Attraverso un’iniziativa esemplare, un generoso e saggio gesto di speranza ma anche di responsabilità nei confronti di un virus che ha messo in ginocchio la Cina, l’Italia e il mondo intero. La Fondazione infatti ha voluto partecipare al weekend delle riaperture dei negozi in via Paolo Sarpi con la distribuzione gratuita di un libro, Prevenzione e controllo del Covid-19, insieme a cinque mascherine chirurgiche. Il manuale – scritto da Zhang Wenhong, un medico cinese che ha studiato e combattuto il coronavirus in oriente – si pone come una sorta di decalogo, un complesso di consigli e di regole da tenere per evitare e contrastare il contagio.

69.112

I cinesi residenti in Lombardia

30.363

La comunità regolarmente presente a Milano

5.620

Le imprese fondate da cinesi nell’area metropolitana milanese

+21%

Il tasso di crescita delle aziende cinesi a Milano dal 2015

(Fonti: Istat e Camera di Commercio di Milano)

Via Paolo Sarpi
Via Paolo Sarpi

Un legame ormai centenario: la maggior parte dallo Zhejiang

 di Piero Cressoni

Risalgono ormai ad un secolo fa i primi insediamenti di immigrati cinesi a Milano. La maggior parte (almeno il 60 per cento) dei cittadini della Repubblica Popolare Cinese oggi residenti nel capoluogo meneghino proviene dalla provincia dello Zhejiang. In realtà Qingtian e Wenzhou-Ouhai sono i distretti di origine del nucleo storico dell’immigrazione cinese in Italia, insediatosi a Milano nel corso degli anni Venti. Alcuni giovani uomini cinesi giunsero in città dalla Francia in cerca di nuovi sbocchi per le proprie attività di commercianti ambulanti. Senza poi dimenticare la contea di Wencheng, da dove arrivano tutti gli Hu e Zhou regolarmente stabilizzati in città.

Nuovi flussi. Dopo un lungo periodo di “blocco” fu soltanto con la nuova politica di Deng Xiaoping, a partire dal 1979, che i flussi ripresero vigore. Oggi l’imprenditoria cinese nell’area milanese si è sviluppata su tre segmenti: la lavorazione in conto-terzi nel campo del tessile e dell’abbigliamento, commercio al dettaglio e all’ingrosso, servizi alla persona (supermercati, barbieri, etc), la ristorazione (bar, ristoranti, rosticcerie).