Errori in ambulanza, testimonianza esclusiva: «Mascherina notte e giorno per aver violato il protocollo»

Testimonianza esclusiva da un soccorritore, volontario d’ambulanza a Milano: «Sappiamo il rischio che corriamo, ci manca trasmettere il sorriso agli altri»

«È cambiato tutto rispetto a prima, chi lavora in questo periodo mette a rischio anche i propri cari. In questo momento, nessuno è immune e quindi si cerca di proteggere tutti con le giuste precauzioni».

 

Soccorritori, la testimonianza esclusiva a Mi-Tomorrow

Succede di sbagliare anche ai volontari nelle ambulanze, protagonisti indomiti in questi mesi pure a Milano. Errori di protocollo che hanno delle conseguenze, come ci racconta un soccorritore milanese che ci ha chiesto l’anonimato. Ma che non ha lesinato dettagli sulle procedure.

Cosa succede in caso di errore su un paziente infetto?
«Partiamo dal presupposto che accade di commettere errori sui servizi. È umano. In caso di errore durante la vestizione, l’equipaggio dovrà dichiararlo nella relazione che si compila al termine di ogni servizio. Il personale dell’unità di crisi legge ogni relazione e analizza tutte le situazioni: contattano i soccorritori solo in caso di anomalie».

Quali sono gli errori più comuni?
«Errori durante la sanificazione del mezzo, durante la svestizione o qualche dimenticanza in occasione della vestizione. In questo caso, la dimenticanza del cappuccio è considerata come un errore che prevede dei protocolli specifici».

E in questo caso?
«I soccorritori esposti sono stati contattati dall’unità di crisi di Milano per iniziare il protocollo di controllo dello stato di salute. Si ricostruisce il servizio, con le patologie del paziente, la storia clinica e i protocolli adoperati dai soccorritori durante il trasporto. Ogni giorno, per i successivi quindici, dovranno compilare una dichiarazione per escludere la comparsa di sintomi legati al virus».

In che cosa consiste?
«In seguito ad un errore dell’equipaggio durante la vestizione, l’unità di crisi ha deciso per l’applicazione della mascherina 24 ore su 24 per i successivi quindici giorni. Anche a casa, di notte e di giorno. Rispettando le distanze da tutti, evitando contatti stretti con le persone. Sarebbe meglio avere contatti unicamente con persone dotate di mascherina, ci vuole attenzione».

In caso di insorgenza di sintomi?
«Vengono immediatamente contattate le unità competenti. I soccorritori non potranno proseguire il servizio in ambulanza e procederanno con gli approfondimenti del caso».

Come si vive con la mascherina in casa?
«Non benissimo, non è bello e neanche facile. Mangiare separati, dormire separati. Si fa per tutelare la famiglia, anche se questa situazione non fa piacere a nessuno».

Come si gestisce mentalmente questa situazione?
«Sicuramente con maggiore preoccupazione, ma fa piacere sentire il supporto delle unità competenti. E questo chiaramente contribuisce alla serenità, che in un momento del genere è la cosa più importante».

C’è un supporto psicologico?
«Sì, per i soccorritori e per i dipendenti. In questi momenti c’è un contatto diretto con un professionista che aiuta ad analizzare e a superare le difficoltà. Nel caso specifico, chiede dello stato di salute psicofisico, dei rapporti con i familiari e delle preoccupazioni più rilevanti. Sono disponibili ad ascoltare per qualsiasi necessità».

Si tratta di una quarantena, insomma.
«Non è una quarantena, i soccorritori coinvolti possono continuare i turni in ambulanza. Tutto con la mascherina per il giorno e la notte, con un’attenzione particolare ai rapporti più stretti in famiglia. Il contatto con i pazienti, invece, avviene solo con tuta, guanti, occhiali, calzari e mascherine: solo così si evita il rischio di contagio».

Come gestite i rapporti, anche tra colleghi?
«Si mettono in pratica tutte le regole e le restrizioni previste dai protocolli. C’è il rischio di contagio anche tra i soccorritori, quindi si cerca di rispettare le distanze con la mascherina».

È il rischio del mestiere…
«Sappiamo il rischio che corriamo, per la nostra salute e per quella dei nostri cari. È un momento particolare per tutti, in tanti stanno soffrendo e il supporto alle persone in difficoltà non deve mai mancare. Il senso di appartenenza, ora più che mai, ha un significato profondo».

Ci sono stati tanti cambiamenti nel vostro lavoro?
«Un cambio continuo di protocolli, nuove regole per la prevenzione e tanti aggiornamenti. Lo scopo primario è quello di tutelare la salute dei soccorritori: siamo sempre tra le priorità di chi gestisce e stila i protocolli. È giusto che ci sia la preparazione adeguata, il lavoro è sempre quello. C’è solo un livello di attenzione maggiore».

Cosa manca di più?
«Poter sorridere alle persone, queste mascherine ci tolgono la possibilità di regalare un sorriso a chi sta soffrendo. È un mezzo di comunicazione fondamentale».

Soccorritori, 5 regole auree

1. Distanze, guanti e mascherine. Nessuno è immune, neanche i volontari o i dipendenti delle ambulanze. Il rispetto delle regole vale sempre, soprattutto per chi è a stretto contatto con persone malate.

2. Tuta. Ogni paziente è un possibile soggetto positivo al Covid-19: la tuta protegge ogni parte del corpo, la mascherina è fondamentale per le vie aeree e gli occhiali riparano un’altra parte sensibile come quella degli occhi. Prima viene la protezione individuale.

3. Attenzione ai sintomi. In questo periodo, l’attenzione nel soccorso passa ai sintomi e ai possibili contatti con contagiati e positivi accertati. La storia clinica del paziente prevede anche l’indagine dei possibili sintomi legati al virus.

4. Contatto. Evitare uno stretto contatto anche con il paziente, ove possibile. Il trasporto in ambulanza richiede delle misure di sicurezza da mantenere. Durante il trasporto e l’assistenza, non è sempre possibile mantenere un metro di distanza.

5. Pulizia. Prima per importanza. La sanificazione di ogni luogo, delle mani, della faccia e della divisa sono passaggi fondamentali per ogni soccorritore. E non solo.

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