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19. 09. 2021 19:22

Il caso della Rsa di Mediglia: dal paziente zero di Codogno ad una strage senza pari

Non perdoniamo nessuno: è il tempo delle risposte

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Mediglia, piccolo comune di 12mila abitanti alle porte di Milano, è balzata agli onori delle cronache locali e nazionali per la diffusione del coronavirus nella sua Rsa, la Residenza Borromea di via Michelangelo 9.

 

 

Qui quasi la metà dei 150 degenti della Rsa di Mediglia non ci sono più. La Procura di Lodi continua ad indagare per omicidio colposo ed epidemia colposa. Le testimonianze anonime dei familiari di una delle vittime ci permettono di ricostruire la tragica escalation di eventi degli ultimi due mesi.

rsa mediglia
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Il caso della Rsa di Mediglia

Partiamo dal paziente zero di Codogno, notificato il 21 febbraio.
«Sabato 22 chiamiamo la struttura avvisando che avremmo portato a casa papà il giorno dopo, come ogni domenica, per poi riportarlo il giorno stesso in struttura. La struttura segnala che preferirebbe non spostare le persone presenti all’interno della Rsa in virtù dell’emergenza appena scoppiata. Domenica mattina chiamiamo per confermare che non avremmo portato papà a casa. L’ultimo contatto visivo con lui risale quindi al 17 febbraio, quando lo accompagniamo a San Donato per un controllo di routine legato a una grave polmonite subita due anni prima. Papà stava bene, pur con i suoi problemi».

Cosa succede dopo?
«Lunedì 24 febbraio l’Rsa di Mediglia chiude la struttura alle visite in base a normative, presumo, ricevute da Ats. Eravamo d’accordo con questa linea, che secondo noi tutelava al meglio i pazienti ospitati. Il 27 febbraio la struttura ci segnala, però, la possibilità di far visita ai parenti con incontri programmati e individuali della durata di pochi minuti, con mascherine e guanti. Rimaniamo sorprese da questo cambio di direzione e decidiamo di non andare a far visita a nostro padre con l’intenzione di tutelarlo. In molti hanno approfittato di questa opportunità».

Avete continuato a sentirlo telefonicamente?
«In parte sì. Il 29 febbraio lo sentiamo per telefono e notiamo che è molto raffreddato. Lo invitiamo a farsi misurare la febbre. Già due anni fa la polmonite era stata riscontrata all’ultimo minuto con un ricovero d’urgenza. Eravamo molto attente ad ogni sintomo presentato. Il 2 marzo, mentre eravamo in ufficio a lavorare, nostro padre ci chiama in lacrime per dirci che si trova in una stazione ferroviaria in attesa di un treno per Lourdes. Iniziamo ad allarmarci, anche perché mentalmente era sempre stato lucido, nonché consapevole dell’emergenza coronavirus».

Cosa vi ha detto la struttura?
«Li chiamiamo immediatamente per chiedere di visitarlo e verificare cosa stesse succedendo. Siamo al 2 marzo e non lo vedevamo dal 17 febbraio. Ci dicono che ha qualche linea di febbre, ma che è tutto sotto controllo: la dottoressa lo ha visitato e polmoni e bronchi risultano puliti. Ma io, ricordando quanto successo due anni prima, rimango vigile. Come famiglia ci teniamo a sottolineare che abbiamo sempre avuto un buon dialogo con la struttura, ma in alcuni casi abbiamo dovuto incalzarli per avere risposte celeri sul piano sanitario».

Vi siete completamente affidate a loro, non potendo fare altrimenti.
«Esatto. E nel corso della settimana i sintomi influenzali sono andati peggiorando: nostro papà alternava momenti di febbre alta ad altri in cui risultava sfebbrato, sempre sotto ossigenazione. Iniziamo a chiedere insistentemente il tampone, in quanto individuo ad alto rischio, ma anche di ricoverarlo in ospedale».

La risposta?
«Ci dicono che non è scontato che venga portato in zona a causa della situazione emergenziale e che, da istruzioni ricevute, i pazienti vanno curati all’interno della struttura finché non si manifestino segnali altamente preoccupanti. Il tampone viene effettuato solo il 7 marzo, l’esito arriva il 10. E non tutti gli ospiti della struttura lo avevano fatto: Ats aveva inviato solo un tot di tamponi per i casi più allarmanti».

Ma ancora nessuna traccia di ricovero.
«Assolutamente no. Parliamo con la struttura l’11 marzo, il giorno dopo l’esito del tampone: chiediamo se non sia meglio valutare il ricovero di papà, ma ci dicono che è da due giorni senza febbre, che ha terminato l’antibiotico, che non sempre è cosciente e che è inappetente. Non era normale che nostro padre non chiamasse da nove giorni, anche perché aveva un cellulare privato, ma ci siamo fidate. Il 12 marzo, alle 6.30 del mattino, una dottoressa della struttura ci comunica che papà sta per essere portato a San Donato con la Croce Rossa perché è gravissimo. Ci dicono che non è cosciente e con crisi respiratoria acuta».

Ricevete aggiornamenti da San Donato?
«Solo alle due del pomeriggio, dopo aver parlato due volte con il centralinista a partire dalle sette del mattino, riceviamo una chiamata dal medico di reparto Covid. La nostra sofferenza era amplificata da questa maledetta attesa, pur essendo ben consapevoli del periodo drammatico vissuto dagli ospedali. Il medico ci informa che il papà è arrivato in struttura ospedaliera in condizioni gravissime, che non si può più fare nulla e che si tratta di ore. È stato subito messo sotto cura farmacologica per alleviare la fame d’aria, la vera cosa terribile di questo virus, ma non è stato intubato. Papà però resiste, contro ogni previsione, per altri quattro giorni».

Vi siete sentite abbandonate?
«Non giudichiamo l’operatività nello specifico, anche perché nostro padre è giunto in ospedale in un momento in cui molti quarantenni e cinquantenni erano ricoverati. A noi è stato detto che ogni paziente veniva trattato a prescindere dall’età. Ci hanno chiamato una volta al giorno fino al 15 marzo, giorno del decesso. Possiamo solo immaginare la situazione vissuta dai medici e dagli infermieri, noi vogliamo solo chiarezza per capire cosa sia sfuggito. E a chi, perché è chiaro che qualcosa tra Regione Lombardia, Ats e Rsa di Mediglia non sia andato per il verso giusto».

Alcuni familiari hanno raccontato di aver visto il personale sanitario della struttura sprovvisto dei dispositivi di protezione fino a inizio marzo.
«Non avendo visto nostro padre dal 17 febbraio, non posso confermarlo direttamente. Alcuni sostengono di essere stati contattati dalla struttura per decidere di concerto se ricoverare o meno i pazienti in ospedale. Ma non è una decisione che può spettare ai familiari, noi non siamo medici».

Sappiamo solo che i numeri sono impietosi. Quasi il 50% degli ospiti è morto.
«In particolare al piano terra, dove si trovava nostro papà. Ci teniamo a dire che sei anni fa questa struttura ci ha salvato la vita, ma ci chiediamo se la struttura sia stata in grado di separare chi fosse positivo da chi fosse negativo e se e come alcuni aspetti fondamentali siano stati sottovalutati».

Come state?
«Male. E non perdoniamo nessuno, neanche a fronte dell’emergenza. Non è giustificabile che la Lombardia si sia trovata in una situazione del genere. Chi doveva coordinare dov’era? Chi poteva decidere dov’era? Ce l’abbiamo con tutti. È un concorso di colpa. È nell’emergenza che si vede se le persone sono in grado di lavorare. Però è lecito domandarsi come mai non siano arrivati in tempo indumenti sanitari e mascherine, in modo da garantire sicurezza ai pazienti e agli operatori stessi. Nostro padre è stato uno dei primi decessi, poi gli altri a ruota. È morto da solo e non crediamo che non si sia reso conto della situazione che stava vivendo. Questa è la cosa che ci tormenta ogni giorno. Ora è il tempo delle risposte».

La denuncia: Leonardo La Rocca, comitato familiari RSA Mediglia

Leonardo La Rocca
Leonardo La Rocca

«Le nostre pec nemmeno lette, nessuno qui si è esposto»
La carenza di comunicazione da parte della Rsa di Mediglia, gli operatori contagiati, la sanificazione mai attuata da Ats, poca chiarezza sui tamponi, isolamento parziale, ritardi, il silenzio assordante di chi lavora all’interno della struttura: Mediglia, tra i casi più eclatanti del milanese, è anche uno dei più oscuri. Leonardo La Rocca è membro del comitato che ha presentato denuncia contro ignoti presso i carabinieri di San Giuliano.

Com’è credete sia entrato il virus all’interno della struttura?
«Alcuni dicono che i primi operatori sanitari si siano infettati dal 26 febbraio e che non siano più tornati al lavoro. Io posso solo dire che, formalmente, abbiamo ricevuto una sola comunicazione dalla struttura, risalente al 16 marzo, in cui si fa riferimento a sette operatori contagiati. Si legge anche che tutti i pazienti sono da considerare potenzialmente infetti poiché entrati a stretto contatto con loro. Da lì in avanti non abbiamo più avuto informazioni, abbiamo fatto richiesta formale via pec venerdì scorso a cui non è stato dato riscontro».

Altre criticità da segnalare?
«Il 2 aprile abbiamo diffidato Ats a procedere con una sanificazione della struttura. In più di due settimane non l’hanno nemmeno letta. E questo vale anche per un’altra pec, indirizzata alla struttura: chiedevamo specifiche sul numero di soggetti sottoposti a tamponi e sul numero di soggetti risultati negativi, negativizzati, positivi e di ospiti tuttora presenti in sede».

Di che percentuale di decessi parliamo?
«A oggi in questa struttura è morto il 47% dei degenti. E peraltro è un numero che vale solo per l’interno, perché se guardiamo all’esterno tanti familiari sono entrati in contatto con il virus proprio incontrando i pazienti. Considero anche i miei suoceri: lui non ce l’ha fatta, lei fortunatamente sì».

Come procede in struttura?
«C’è ancora la nonna di mia moglie. L’unica cosa che sappiamo è che le è stato fatto il tampone tra il 4 e il 6 aprile: è risultata negativa, ma non sappiamo se negativa tout court o se negativizzata. Familiari che hanno ospiti ancora in struttura stanno scoprendo che di soggetti positivi ce ne sono diversi, anche tra chi all’inizio era lasciato nelle aree comuni insieme agli altri. Riteniamo che non ci sia stato un isolamento totale, ma solo un parziale isolamento in una seconda fase e su base sintomatologica».

Vi siete dati delle risposte su questa tragedia che vi ha colpito direttamente?
«Aspettiamo che la magistratura faccia il suo corso. Alcuni raccontano che il trasferimento da un piano all’altro all’interno della struttura sia iniziato attorno al 15 marzo quando si contavano già 30 morti e che, fino a quel momento, ospiti sotto ossigeno e altri apparentemente sanissimi vivevano a stretto contatto. Una familiare ha raccontato che il 4 marzo è andata a recuperare sua madre, in carrozzina con febbre alta: l’ha trovata all’interno dell’area comune, al tavolo con tutti gli altri».

Avete sporto denuncia, giusto?
«Sì, in 34. E si sono aggiunte altre quattro persone. Come gruppo di familiari siamo sempre in cerca di chi ha ancora ospiti all’interno della struttura, affinché si uniscano a questa battaglia per la sanificazione e per la comunicazione di garanzie. Ma ho anche un altro input da suggerire».

Prego.
«A differenza di tutte le altre Rsa nell’occhio del ciclone, per Mediglia nessun operatore o medico si è ancora esposto. Siamo comunque certi, questo ci tengo a dirlo, che stiano dando il massimo. Pare che alcuni operatori abbiano fatto fino a 170 ore di straordinario a fronte di uno stipendio risicato. Pare anche che siano rimasti in 20 a gestire 70-80 persone e che abbiano chiesto alla proprietà di rimuovere il direttore sanitario dal suo incarico. Un geriatra, appena arrivato in struttura, ha iniziato a prescrivere cure efficaci ai positivi di Covid-19 ma è stato licenziato dopo appena due o tre giorni. A quel punto, pare che gli operatori abbiano incrociato le braccia invocando a gran voce il suo ritorno. Ma senza risultati».

Il fascicolo è passato alla procura di Lodi.
«Speravo di avere novità e risposte già nei giorni scorsi. Ci aspettiamo un’azione imperativa e immediata per Mediglia, anche perché confidiamo tantissimo nell’azione e nello zelo dei magistrati, così come nella loro rapidità».

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