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17. 05. 2021 16:08

Rsa, a che punto siamo? «Nulla è cambiato»

Antonio Burattini (associazione Anchise) fa il punto sulla situazione delle Rsa

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Nella mitologia greca Anchise fu il padre del leggendario Enea. Durante la battaglia di Troia, il celebre guerriero per non abbandonare l’anziano genitore, ormai cieco e zoppo, se lo caricò sulle spalle e lo trasse in salvo trasportandolo fuori dalle mura della città. È proprio dal mito dell’antichità che prende il nome il neonato comitato nazionale “Anchise” che riunisce i parenti degli ospiti delle Rsa di tutta Italia.

Antonio Burattini, presidente dell’associazione, ha raccontato ai microfoni di Mi-Tomorrow, l’attuale situazione all’interno delle case di riposo sparse lungo lo stivale. Nei giorni scorsi, Anchise ha scritto direttamente al Presidente della Repubblica Mattarella per sensibilizzare l’opinione pubblica su una tematica, che dopo il clamore mediatico suscitato dalle tante morti nella scorsa primavera, sembra esser finita in sordina.

Antonio Burattini insieme alla madre

Chi è “Anchise”?

«Siamo figli e parenti degli anziani ospiti delle Rsa. Purtroppo in molti casi siamo anche parenti delle vittime di queste strutture. Veniamo tutti da esperienze con i comitati locali ed abbiamo recentemente deciso di unire le nostre forze per cercare di portare l’attenzione sul tema».

Qual è il vostro obiettivo?

«Ci siamo uniti per portare avanti una battaglia per far sì che i nostri cari vengano tutelati nel miglior modo possibile all’interno delle strutture. Non parliamo però solo di anziani, ma anche di giovani disabili e tante altre persone con fragilità accolte nelle Rsa. Il tutto senza dimenticare le condizioni degli operatori, soggetti a turni sfiancati per la carenza di personale».

Avete scritto a Mattarella. Uno dei temi centrali sono le visite nelle Rsa. A che punto siamo?

«Ci giungono ancora notizie di strutture che non consentono le visite con parenti impossibilitati a vedere i propri cari ormai da mesi. Abbiamo scritto al presidente della Repubblica per sottolineare l’importanza di un contatto visivo e fisico per gli anziani. Non è una questione sentimentale, ma per il loro benessere: la solitudine è un killer silenzioso».

Lo scorso novembre il monsignor Paglia, presidente della Commissione per la riforma dell’assistenza sociosanitaria, aveva chiesto di riaprire le Rsa ai parenti.

«Si ha lanciato un appello, ma sono i direttori sanitari a decidere. Loro hanno la responsabilità penale e civile di ciò che accade all’interno delle Rsa e dati gli scandali degli scorsi mesi non sono così propensi a riaprire ai parenti».

Sono nate le prime “stanze degli abbracci”. Le vede come una soluzione?

«Potrebbe essere una soluzione, ma c’è un problema di fondo».

Ovvero?

«Le rispondo con un esempio. Tempo fa l’azienda Orogel mise a disposizione gratuitamente una decina di stanze degli abbracci per le Rsa dell’Emilia-Romagna. Nessuna struttura l’ha ritirata a causa della mancanza di personale. Infatti sono necessaria operatori in più per la loro gestione e sanificazione».

I motivi di questa penuria di personale?

«La pandemia ha messo a dura prova un sistema sanitario che si è fatto trovare impreparato. Inoltre gli operatori sanitari delle Rsa spesso non hanno neanche garanzie contrattuali. Così data la richiesta del periodo, molti di loro preferiscono migrare nel settore pubblico».

Le morti nelle Rsa sono una delle pagine più buie della pandemia. Oggi i numeri preoccupano ancora?

«I dati parlano da sé. Da inizio pandemia i morti nelle Rsa sono stati circa 80mila. Da febbraio a settembre si sono registrati 35.894 decessi. Ciò significa che abbiamo avuto quasi 45mila vittime negli ultimi tre mesi dell’anno. Mentre i decessi prima erano concentrati solo nel nord Italia, ora sono un problema generalizzato di tutto il Paese».

Tuttavia l’attenzione mediatica sul tema è andata scemando.

«I temi principali al centro dell’informazione al momento sono altri: vaccino anti-Covid e Recovery Fund. Inoltre evidenziare certi dati vorrebbe ammettere il fallimento della nostra Sanità».

Nella lettera a Mattarella parlate anche di archiviazioni delle tante denunce seguite alle morti in struttura.

«Ebbene sì. Partiamo dal presupposto che l’iter giudiziario è piuttosto lungo. Si presenta un esposto, se ci sono determinati condizioni si trasforma in denuncia e da quel momento partono le indagini, nelle quali una parte rilevante delle verifiche viene affidata alle aziende sanitarie locali».

Quindi?

«Sono stati proprio questi enti locali a non tutelare gli anziani adottando protocolli non idonei a mettere le strutture in sicurezza. Diciamo che non è il massimo della trasparenza».

Non si fida?

«Ad inizio pandemia in Lombardia una delega regionale permise di trasferire i malati di Covid nelle Rsa. Pochi mesi dopo il Lazio, dove ho mia madre in cura in una struttura, emanò una delega fotocopia. Molte strutture nei corsi dei mesi sono state trasformate in centri Covid con all’interno gli anziani che erano già ricoverati. Lei si fiderebbe?».

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