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19. 01. 2021 22:09

“Calcio e migrazioni”, Duina racconta due mondi che si intrecciano da sempre

Gian Marco Duina racconta in un libro la sua esperienza con lo sport come strumento educativo: non a caso è tra i fondatori dell’FC Sant’Ambroeus, prima squadra di soli migranti in Figc

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Milanese, 26 anni, ex sciatore di fondo. Dopo un infortunio, Gian Marco Duina vola in Africa e fonda il progetto Hopeball utilizzando il calcio come strumento educativo e di riscatto per i giovani. Fonda squadre in Zambia, Kenya e Tanzania. È membro direttivo di un club in Benin, collabora con un’accademia in Guinea e ad un progetto sullo sviluppo del calcio nella striscia di Gaza.

A Milano è tra i soci fondatori dell’FC Sant’Ambroeus – prima squadra di calcio composta di soli migranti in Figc -, è educatore sportivo e vicepresidente di Altropallone, onlus che usa il calcio come strumento di coesione e di riscatto di identità nelle periferie milanesi. Da qui, il libro Calcio e migrazioni. Un fenomeno mondiale, edito da Bepress (144 pagine, 11 euro), che racconta tutto questo, forse anche di più.

Come nasce il titolo del libro?

«Il gioco del calcio, con la sua diffusione mondiale, è sempre stato lo specchio dei fenomeni storici che lo circondavano. Sin dalla nascita dell’uomo, i flussi migratori ne hanno caratterizzato la specie, differenziandola da altri animali e permettendone la diffusione su tutto il globo. Con l’accentuarsi dei flussi migratori degli ultimi secoli, anche il calcio non ne è rimasto immune».

In che modo affronti il tema attraverso il calcio?

«Chiedendomi perché l’Italia due volte campione del mondo negli anni ’30 portava con sé numerosi argentini. Come mai la Francia vittoriosa nel 2018 contava molti giocatori provenienti dall’Africa? Che rapporto c’è tra la costruzione del Muro di Berlino e l’ampia presenza di calciatori di origine turca nella nazionale tedesca?».

La storia delle Nazionali o dei suoi giocatori?

«Partendo dalle ventuno edizioni dei Mondiali, questo libro analizza i fenomeni storico-politici tramite le storie di chi li ha giocati, con dati, aneddoti, curiosità e storie che raccontano lo stretto legame che esiste tra il calcio ed i fenomeni storici propri di ogni epoca, dal 1930 fino al 2020».

Un’idea senza precedenti.

«Tutto parte da Football makes history, progetto dell’associazione olandese Euroclio, che a fine 2018 ha lanciato una selezione per individuare 40 personaggi in Europa che potessero insegnare la storia attraverso il calcio: io mi sono candidato e ho sviluppato questo tipo di didattica con una ricerca durata oltre un anno sul tema delle migrazioni. Sono partito dall’analisi del numero di calciatori migranti che hanno giocato i mondiali dal 1930 al 2018».

Che significato dai alla parola “migrante” in questo libro?

«Sono tutti coloro che hanno giocato per una Nazionale che rappresenta un Paese diverso da quello in cui erano nati, quindi non figli di migranti o abitanti delle colonie. Guarda la rosa dell’Italia del ’34, che vince i Mondiali: sette non sono nati in Italia, uno in Brasile, quattro in Argentina, uno in Francia e uno nell’allora Impero austro-ungarico. Da qui, le domande sul fenomeno storico degli oriundi e delle migrazioni transatlantiche dei primi del ‘900».

Un modo accattivante per insegnare la storia?

«Sì, ma un altro scopo è rendere la migrazione un fenomeno slegato dagli stereotipi consueti, perché un migrante può anche riuscire a diventare l’idolo di qualcuno e farti vincere un Mondiale, ma diventa anche un fattore di normalità, un fenomeno che c’è da tempo».

Perché il calcio?

«È uno strumento di analisi della società. Partendo da determinati periodi storici vedi lo spostamento delle persone, ad esempio con i processi di indipendenza delle colonie che partono dagli anni ’60. Se nel mondo ci sono flussi migratori più estesi in particolari momenti, lo vedi anche dall’analisi delle rose calcistiche».

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