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12. 05. 2021 19:49

Cicatrici che non hanno età: storie dalle Rsa troppo spesso dimenticate

Un anno fa piangevamo focolai senza fine nelle residenze sanitarie per anziani, oggi i familiari dei pazienti cercano ancora un contatto che non c’è. Breve viaggio fra solitudini, paure e racconti di una generazione falcidiata dal Covid

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È tristemente noto – e ancora oggetto d’inchiesta da parte della magistratura – come le Rsa a Milano e in Lombardia siano state focolai impressionanti di Covid all’inizio della pandemia. A un anno di distanza, con strutture praticamente Covid free grazie alla massiccia campagna vaccinale degli ospiti e degli operatori sanitari, resta scioccante osservare nero su bianco i numeri di quei contagi e soprattutto dei decessi che ne sono conseguiti.

Il report diffuso dall’ATS Città Metropolitana di Milano – aggiornato al 24 marzo – è stato redatto con l’obiettivo di monitorare la situazione sanitaria rispetto alla diffusione del coronavirus nelle residenze socio sanitarie (Rsa, Rsd, Css e Ci) sul proprio territorio: è stato ricavato da un modello di file contenente alcuni campi che i gestori delle strutture presenti sul territorio sono obbligati a compilare dal 1° aprile 2020, con cadenza settimanale, prima di inviarlo all’Agenzia di Tutela della Salute.

Contagi e decessi

Il primo dato che emerge è il sensibile calo degli ospiti: il 1° aprile dello scorso anno erano 16.358, scesi a 13.413 il 24 marzo 2021; il secondo dato da mettere in luce è l’incidenza del contagio da Covid, che ha avuto il suo picco tra la metà di aprile e la metà di maggio 2020, quando la percentuale degli ospiti sospetti (o accertati) dichiarati sul totale era in media del 30%, scesa drasticamente nei mesi estivi e poi risalita fino al 10% a novembre e dicembre, per assestarsi allo 0,29% del 24 marzo 2021.

Impressionante la percentuale delle morti accertate o sospette Covid sul totale dei decessi avvenuti nelle strutture: dal 1° aprile fino al 12 agosto 2020 variano tra il 50% e il 61%, ma si tratta di percentuali che anche in seguito non sono mai scese sotto il 40% fino agli inizi di marzo 2021, per arrivare al 39,12% dell’ultimo dato utile. Quello aggiornato a meno di un mese fa.

La battaglia del Comitato Anchise: «Quattrocento giorni senza diritti per pazienti e familiari»

Anchise è un comitato di famiglie presente in tutto il territorio nazionale, nato dall’incontro dei famigliari di pazienti ospiti nelle Rsa, Rsd e Cra, che si sono cercate in rete per far fronte comune sulle problematiche emerse nella gestione delle strutture pubbliche e private. Gestione da tempo nota per le sue criticità, ma che in tempi di pandemia sono emerse in tutta la loro drammaticità.

Oggi quello che chiedono le famiglie di Anchise è un protocollo operativo per consentire gli incontri in presenza tra ospiti delle Rsa e i familiari: «Dopo 400 giorni di isolamento e a due mesi dal completamento delle vaccinazioni, è tempo che il Governo e le Regioni programmino un piano per le visite agli anziani e ai disabili che vivono in queste strutture».

Un diritto per loro, come per i parenti: «Solo in rari casi si possono effettuare visite in presenza, a volte si possono fare degli incontri tutti mascherati con tuta e visiera, a volte ci si vede attraverso il plexiglass, ma a contatto ancora no – spiega Antonio Burattini, presidente del comitato –: le stanze degli abbracci sono una bella idea, ma spesso sono stati solo uno spot. In realtà sono pochissime. In ogni caso il contatto diretto è un’altra cosa. Per una persona affetta da demenza è già è un problema distinguere a prima vista qualcuno da vicino: è importante che ti riconoscano dall’odore, dalla voce, da un contatto. Il nostro obiettivo è rivedersi di persona, questa è la cura migliore».

Come conciliare le visite in presenza con le esigenze di tutela degli anziani? «La stragrande maggioranza degli ospiti e degli operatori sanitari delle Rsa è vaccinata, quindi dovrebbero avere la copertura – prosegue Burattini –. Se noi indossiamo guanti e mascherina, incontriamo i nostri cari in una stanza isolata almeno per una mezz’ora, non vedo dove sia il problema. Dobbiamo continuare a farci sentire».

Venti storie dalla città invisibile

«Io sono Franca Re Dionigi e io sono Maria. Abbiamo 91 e 88 anni. Siamo nate a Milano. Viviamo in questo quartiere, in questa casa dal 1939. Da sempre vendiamo materiale elettrico, ma negli anni la richiesta è diminuita sempre più. Dall’arrivo dei centri commerciali ci sono rimasti da vendere solo piccoli materiali e pile. Prima lavoravamo di più, ora siamo in perdita, siamo anziane, ma per noi venire in negozio è rimanere vive, anche se viene una persona ogni ora, anche se compra una sola lampadina. Si tratta di un colloquio, una relazione da scambiare con la gente».

Da invisibili a modelle per un giorno. Franca e Maria sono due dei venti protagonisti del progetto Io c’entro, realizzato da Fondazione Somaschi Onlus nell’ambito degli interventi di Custodia Sociale finanziati dal Comune di Milano.

Sommersi. L’iniziativa, parte di un piano di azioni più ampio pensato insieme all’Unità Servizio Sociale Professionale Territoriale del Municipio per favorire il senso di vicinanza e l’integrazione sociale nel quartiere, nasce per dar voce a una popolazione “sommersa”, che ha fatto la storia della città e che da circa un anno è bloccata in casa per colpa del Covid-19.

Si tratta di venti ritratti accompagnati da brevi racconti di vita, narrati dagli stessi protagonisti. Gli scatti sono del fotografo Luca Meola, che nei mesi scorsi ha affiancato gli operatori della Fondazione Somaschi Onlus durante le loro visite alle persone bisognose di aiuto che vivono nei caseggiati popolari del Municipio 1, una sorta di periferia nel centro della città.

Chi sono. Oltre alle sorelle Franca e Maria, ci sono Giuseppe e Veronica: «Io ho 85 anni, lei ne ha 70. Mi piace da morire questo quartiere, è il più bello della zona. C’è gente di una certa categoria, istruita, per bene. Il Coronavirus ha fatto diventare una schifezza la nostra vita, siamo costretti a indossare la mascherina, non puoi uscire quando vuoi, hai molta paura. La nostra vita è cambiata tantissimo, io vedevo molte persone, facevo molti chilometri ogni giorno. Ora siamo chiusi in casa».

E poi c’è Lina: «Sono nata il 2 agosto del 1946 a Collecorvino, in provincia di Pescara, sono abruzzese. Vivo in questa casa dal giorno del mio compleanno del 1981. Amo Milano, ci sono cresciuta e sto invecchiando qui. Il Covid ha reso tutto incredibile: cerco di proteggermi tantissimo, ma ho paura di ammalarmi, che si ammalino le mie figlie, la mia vicina di casa. Sembra di essere in guerra, come i racconti che mi faceva papà da piccola».

Mutuo aiuto. Dal 2015 Fondazione Somaschi, con un’equipe di sette operatori, si prende cura del bacino di residenti del Municipio 1, assistendo circa 350 persone. Vanno a trovarli a casa, li accompagnano dal dottore, in farmacia, a fare la spesa, sbrigano per loro pratiche burocratiche per pensione e invalidità, ma soprattutto “ci sono”.

«Di norma riceviamo circa cento telefonate al giorno – spiega Elena Varini, che coordina l’equipe – per diverse richieste di aiuto o, più semplicemente, per dare conforto e rassicurazioni. Prima della pandemia organizzavamo attività e laboratori di quartiere, per favorire la socializzazione e sviluppare reti di mutuo aiuto. Ora che gli incontri in presenza sono sospesi, ci siamo riorganizzati creando occasioni diverse per mantenere in rete i cittadini e far sì che si prendano il più possibile cura di loro stessi e dei loro vicini. Così abbiamo digitalizzato ultraottantenni, messo in circolo piantine ed erbe aromatiche da curare, giornali e cruciverba, mascherine cucite per proteggere gli altri, poesie e ricette da cucinare insieme, a distanza. Perché la solitudine è uno dei problemi più gravi per le persone che assistiamo».

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