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21. 01. 2022 19:10

Dal Milano Latin Festival alla cittadinanza italiana. La storia di Eradis Josende Oberto: «Grazie Milano»

Una storia d’integrazione a lieto fine: è quella di Eradis Josende Oberto, celebre volto del Milano Latin Festival, che dopo quindici anni d’Italia ha giurato (solo) pochi giorni fa sulla nostra Costituzione

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Attrice di cinema e teatro, presentatrice, speaker radiofonica. Eradis Josende Oberto, cubana d’origine, è in Italia dal 2006. E da questo mese è una cittadina italiana. Ma soprattutto è un fiume in piena: ha trascorso l’intero lockdown a far conoscere i risvolti della musica e degli artisti latini agli italiani attraverso due programmi su M2O – Latin Chart e Domenica Latina – e l’estate scorsa è stata premiata al Midance & F.I.P.I., evento del music business, per essere stata la prima donna latina a portare questo genere su una radio nazionale.

Eradis racconta la sua storia d’integrazione

«Mi hanno chiesto di fare un’intervista a Daddy Yankee e, dato che si stava rilanciando M2O sotto la direzione di Albertino, mi è stato proposto di portare la musica latina in una radio italiana», racconta Eradis a Mi-Tomorrow.

Un bel “rischio”, insomma.
«Direi di sì, ma mi sentivo pronta visti i numeri stratosferici che fa la musica latina a livello internazionale: fra reggaeton, trap e latin pop, è il genere più ascoltato al mondo. Ma anche in Italia l’artista più ascoltato in assoluto è Ozuna, mentre il secondo è J Balvin».

Prima della pandemia ti abbiamo vista anche al Milano Latin Festival di Assago, ormai la vera casa milanese del latinoamericano. Dove ti sei formata?
«Alla scuola per ballerini di varietà e cabaret del Tropicana, tra i più famosi club al mondo, fondato dall’impresario di origini italiane Vittorio Costa Correa nel 1939. Prima ancora mi sono diplomata alla scuola superiore, ho un post diploma come animatrice turistica. E dai 14 anni ho cominciato a lavorare come ballerina professionista».

E al Tropicana?
«A 17 anni, perché bisognava essere maggiorenni e a Cuba la maggiore età si conquista a 16 anni. Mia madre non voleva che ballassi, temendo che avrei trascurato la scuola, ma io ero bravissima negli studi e molto portata anche in tutte le attività fisiche, al punto che sono diventata campionessa nazionale di aerobica sportiva».

Come mai hai scelto l’Italia?
«Avevo ricevuto diverse proposte di lavoro come ballerina, giravo con il mio visto turistico perché era molto difficile ottenere il visto lavorativo».

Poi cos’è cambiato?
«Ho avuto il primo contratto per lavorare nel corpo di ballo de Le Iene, a Mediaset. A quel punto ho potuto trasformare il mio permesso di soggiorno in un permesso di lavoro permanente. Ho aperto la partita Iva e ottenuto un permesso come lungo soggiornante».

Hai sempre lavorato senza problemi?
«Sì, ma sapendo che la mia professione può subire fasi alterne ho mantenuto il lavoro come trainer in palestra grazie ai trascorsi con l’aerobica. Non ho mai smesso e anche oggi continuo a farlo, per avere la sicurezza di un’entrata fissa».

Nel frattempo?
«Ho lavorato sia per la tv che per la pubblicità, ho ballato anche al Festival di Sanremo. E un videoclip con Max Pezzali mi ha aperto le porte del cinema dove ho debuttato in Acab, film di Stefano Sollima con Pierfrancesco Favino».

A Milano come ci sei arrivata?
«Grazie al teatro».

Anche il teatro?
«Il Nuovo in piazza San Babila, quando mi hanno voluta come protagonista nel musical King of Mambo».

E così che hai scoperto la città?
«Diciamo che da tempo facevo avanti e indietro, ma dopo quell’esperienza ho capito che Milano era la città che mi poteva offrire di più dal punto di vista lavorativo. Così, nel 2013, mi sono trasferita».

È stata la scelta giusta?
«Posso dire che non mi sono più fermata. Prima del Milano Latin Festival sono tornata in radio e anche al cinema con Zeta di Cosimo Alemà, una storia hip-hop dedicata alla memoria del rapper Primo Brown».

Ti abbiamo vista anche in tv, tra Un medico in famiglia e Che Dio ci aiuti. Adesso l’agognata svolta: la cittadinanza italiana.
«Si può chiedere dopo dieci anni di permanenza in Italia, ma ho avviato l’iter tre anni dopo perché vivevo dentro di me un contrasto: mi sembrava che chiedere la cittadinanza italiana tradisse il mio essere cubana».

Lo pensi ancora?
«Col tempo ho capito di non essere più solo cubana: lo capisco quando torno a l’Havana. Penso di essere diventata italiana e milanese anche nel mio modo di essere, di vivere le problematiche di questo Paese. Così l’11 novembre ho giurato sulla Costituzione. Un’emozione unica».

 

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