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01. 10. 2022 02:53

Milano si merita i trapper violenti?

La cosa peggiore è che per molti giovani sono dei modelli da seguire 

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L’ultimo episodio è accaduto in Brianza, con due trapper violenti arrestati per rapina e minacce di stampo razzista nei confronti di un ragazzo nigeriano. E la domanda, dunque, non può che sorgere spontanea: ma Milano e il suo hinterland, si meritano davvero questi trapper violenti?

Trapper violenti, l’esempio che non vorresti dare a tuo figlio

Gente da nomi strampalati, spesso senza senso, conosciuta più per le sue attività extra musicali che per le composizioni artistiche. Gente che, ovviamente, nessuno di noi si prenderebbe la briga di mostrare come modello ai propri figli. Ma perché Milano? Perché la sua periferia? Perché no, ad esempio, in altre città del nord, del centro o del sud del paese? Ma soprattutto, sono davvero considerabili degli artisti?

Il rifiuto di uno status quo, ma quale?

Spesso dietro a questi comportamenti malsani si cela il rifiuto a voler accettare uno status quo. Si, ma quale? Perché non si riesce a comprendere quale sia il motivo nel voler dare fastidio ad un ragazzo che aspetta il treno sulla banchina. Questo è quanto accaduto a Carnate, in Brianza, con protagonisti tali Jordan e Traffik, due trapper violenti tra i tanti. I quali, poi, non contenti del fatto, hanno anche deciso di postare sui social network la loro impresa: un po’ come se un ladro decidesse di pubblicare la foto con la propria refurtiva. Qui non si parla di giovani disadattati, con problemi sociali o altro, qui si parla di stupidi (lasciatemelo dire).

Jodan e Traffik figli di un’intera generazione 

Ma questi ultimi due sono solo gli ultimi figli di un’intera generazione di trapper violenti. Che poi il trapper sarebbe il rapper che canta canzoni tristi, ma qui di canzoni non se ne vede traccia… sta di fatto che i due hanno dato fastidio ad un nigeriano dicendogli che lo facevano “perché sei nero”. Bella motivazione, nel 2022… 

Il rifiuto di Amir Issaa 

Tra i tanti è arrivato anche il rifiuto di Amir Issaa, primo rapper italiano di seconda generazione ad aver avuto successo nel nostro Paese. Cresciuto a Roma, padre egiziano e mamma italiana: «Il gangsta rap non è una cosa nuova – le sue parole a Repubblica – quando nasce nelle periferie degradate il rap è figlio del disagio giovanile e familiare e diventa una valvola di sfogo. Oggi in Italia il rap è esattamente la stessa cosa che c’è negli Usa, in Francia e in Inghilterra. Non si tratta più di rapper che giocano a fare i criminali, qualcuno di loro è proprio un delinquente, a vedere la loro fedina penale ci si troverebbe davanti a una lunga lista di reati. I ragazzini di 13 o 14 anni sono affascinati. Per evitare il rischio dell’emulazione ci vuole una nuova educazione all’ascolto, anche in famiglia oltre che a scuola».

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