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17. 05. 2022 02:13

Gli studenti di Milano: «Noi la città la cambieremmo così». Dieci problemi, dieci risposte

Problemi e soluzioni per il capoluogo lombardo secondo il parere dei ragazzi del Donatelli Pascal

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Continua la collaborazione con la 4ª C del Liceo Scientifico Statale “Donatelli-Pascal” di viale Campania e la professoressa Alessandra Dell’Orto: Mi-Tomorrow ha chiesto a dieci ragazzi di selezionare un problema della città – o nazionale, ma con ricadute territoriali – a testa, argomentandolo con il proprio punto di vista e con possibili soluzioni da mettere in pratica.

Come gli studenti vorrebbero Milano

Confrontarsi con questi ragazzi è un arricchimento difficilmente quantificabile. A cavallo della (loro) maggiore età, stanno facendo parte di un momento storico tanto delicato quanto ricco di spunti. Un momento dove il focus è sempre più legato all’io, ma dove ci si rende anche conto che senza il “noi” non si può andare davvero da nessuna parte. Eppure le opinioni dei singoli contano, eccome. Qualche studente della 4ª C del “Donatelli-Pascal” di viale Campania è addirittura un fiume in piena e trova il coraggio per formulare un opinione pressoché su tutto.

Un rischio? Un po’ una mania di protagonismo? Forse. Ma solo se si è curiosi si può cambiare il mondo. Loro lo sanno. Per questo hanno selezionato in autonomia dieci macrotemi – alcuni fin sovrapponibili – che riguardano da vicino presente e futuro di Milano. Quindi anche dell’Italia. E quando pensi di aver letto qualche banalità, ecco farsi largo quella frase che dà la svolta a un concetto, a un ragionamento. A un articolo.

Studenti di Milano, le opinioni dei ragazzi del Donatelli Pascal

milanoBaby gang di Milano: l’appartenenza per trovare rifugio

Gabriele Dalbuono

Le baby gang sono gruppi di ragazzi minorenni tra i 7 e i 16 anni che si aggregano allo scopo di commettere reati, dallo spaccio alle violenze, fino agli atti vandalici. Il fenomeno trova spesso spazio nelle aree urbane maggiormente degradate delle città, nelle quali persiste un sentimento forte di disagio che accomuna poi tutti i membri della gang, creando un senso di identificazione nel gruppo più forte che nella società stessa. Esiste un vero e proprio ordine gerarchico: un leader e un gruppo elitario che sono superiori a tutti gli altri membri, che detengono il controllo di un’intera area e si omologano con comuni modi di fare.

Fin dall’età infantile il nostro cervello elabora la realtà che ci circonda secondo un meccanismo di introiezione, ovvero assimilazione della realtà circostante, identificazione e ricapitolazione. Spesso la deviazione che porta ad un desiderio così forte di ribellione deriva da una forte mancanza di affetto da parte delle figure genitoriali. Tuttavia ciò può anche essere causato da una famiglia troppo accondiscendente e protettiva che suscita allo stesso modo un desiderio di ribellione.

La presenza di un branco di appartenenza dona sicurezze e un’identità a coloro che non l’hanno e quindi un senso di onnipotenza che a sua volta alimenta solamente un circolo vizioso di odio contro le istituzioni e la società stessa. Il senso di aggregazione diventa col tempo una patologica necessità di compiere reati.

Se la famiglia è chiamata a dare la giusta educazione ai propri figli, la scuola, quale primo luogo di aggregazione, dovrebbe promuovere attività di socializzazione, essere un posto in cui poter dare sfogo ai propri interessi, così che chi sta vivendo un disagio possa comunque sentirsi compreso e non cercare riparo in un falso senso di potere.

milanoTasse ingiuste: via definitivamente la tampon tax su un bene non di lusso

Beatrice Lunghi

La tampon tax è un’imposta sul valore aggiunto, da tutti comunemente conosciuta con l’acronimo di IVA, che si applica su assorbenti, tamponi e coppette mestruali, che vengono considerati come beni di lusso. In Italia un bene di lusso viene tassato del 22% rispetto al suo prezzo originale. In tutti i Paesi, Italia compresa, esiste un elenco di prodotti che vengono considerati quali generi di prima necessità e sono quei beni indispensabili nella vita quotidiana.

Su questi prodotti viene applicata una tassazione a percentuale ridotta con la conseguenza che essendo più economici, diventando accessibili a tutti. Attualmente nel nostro paese il costo dei prodotti igienici femminili, inclusi i pannolini per i neonati, viene maggiorato dell’aliquota del 22 % perché non sono considerati beni di prima necessità.

Paradossalmente, se si pensa che i tartufi sono tassati al 5% come bene di prima necessità, viene spontaneo chiedersi come mai un assorbente non abbia lo stesso regime di tassazione. Proprio per questo motivo la tampon tax è considerata da una parte della popolazione un’imposta ingiusta.

Nel 2019, ovvero 46 anni dopo l’entrata in vigore della tampon tax, la Camera dei deputati ha approvato un emendamento al decreto fiscale che abbassa l’IVA, ma solo per gli assorbenti biodegradabili e compostabili, dal 22% al 5%. Molti Paesi europei hanno deciso di abbassare l’IVA, da applicare su questi beni, al 10% o poco più. In Italia si è riusciti a portare la percentuale dell’imposta al 10% solo nel novembre del 2021.

Per questo motivo, al momento, molte farmacie hanno azzerato l’IVA almeno fino al 31 marzo, nell’intento di smuovere il Parlamento. A livello globale sono pochi gli Stati che non impongono tasse aggiunte ai prodotti sanitari destinati alle donne. Tra questi troviamo il Canada e l’Australia, mentre il Kenya è stato il primo paese al mondo a diminuire la tassazione nel 2004 e a distribuire gratuitamente, dal 2011, gli assorbenti all’interno delle scuole.-

milanoSenso civico: non dimentichiamo di ragionare come una comunità

Luca Coloma

Il senso civico è uno dei pilastri portanti di un sistema civile e democratico. È un sentimento innato interiore riguardante il rispetto delle regole per il bene comune e, quindi, per il vivere bene insieme. Secondo l’Istat, si può definire come «l’insieme di comportamenti e atteggiamenti che attengono al rispetto degli altri e delle regole di vita in una comunità». Negli ultimi anni, con la comparsa del Covid-19, abbiamo sentito ripetere molte volte queste parole, dicendoci di fare appello al nostro senso civico per rispettare le regole.

In Italia il rapporto con le regole può essere definito “elastico”, soprattutto quando pensiamo a semplici gesti ormai tollerati nonostante non dovrebbero esserlo: gettare carte per terra o mozziconi di sigarette, passare con il rosso, ma anche parcheggiare in seconda fila o nel posto riservato ai disabili. Molti tendono ad accettare questi comportamenti a causa di un sistema che non tutela la persona e di una bassa qualità dei servizi. Dal particolare al generale, ogni tolleranza al senso civico finisce per allargare a macchia d’olio i comportamenti illeciti.

Il senso civico appartiene a ognuno di noi. Per questo, anche se molte volte pensiamo che se buttiamo un mozzicone o una carta per terra non si crea nessun danno, occorre ragionare sempre in chiave comunitaria. Spesso, con l’emergenza sanitaria, questa sensibilità è venuta meno facendo prevalere l’individualismo. Dobbiamo ricordarci che non esistiamo solo noi. Insomma, non costa niente fare qualche passo in più per buttare i rifiuti nel cestino.

Tutti noi abitiamo su questa terra, viviamo in una società in cui ognuno è responsabile solo se ci mette impegno. Dobbiamo pensare che anche quello che non ci appartiene sia in verità nostro, imparando a trattarlo come se lo fosse. Questo, sì, è il fuoco che deve muoverci in nome di un senso civico credibile e duraturo.

milanoDonne e sicurezza: Milano sia più consapevole con una vasta rete di solidarietà

Matilde Berutti

Nel 2021 sono state 62 le donne vittime di femminicidio in Italia. Nel 2020 furono 69. L’anno prima 68. E quello ancora prima 72. In Italia una donna su tre ha subito violenza fisica o sessuale, una donna su 20, più di un milione di donne, è stata vittima di stupro o tentato stupro. Milano non si salva da queste statistiche, frutto di indagini Istat. Eppure, come mostra il confronto tra i dati del 2006 e del 2014, se si escludono stupri e tentati stupri, violenze fisiche, sessuali, verbali ed economiche sono in diminuzione.

Questo è dato principalmente dalla diffusione della sensibilità sull’argomento: anni e anni di sensibilizzazione, informazione, campagne e progetti contro la violenza sulle donne hanno probabilmente cominciato a sortire i primi effetti. Certo, i numeri sono sempre alti. Questo perché, per poter davvero sradicare certe mentalità, servono tempi e operazioni ancora più capillari. Si tratta comunque di statistiche incoraggianti poiché mostrano come la parola, la denuncia, il racconto siano le armi più importanti per non far cadere certi appelli nel vuoto. E nel buio.

Milano, lo sappiamo, è uno dei luoghi in cui i movimenti contro la violenza sulle donne sono tra i più forti: pensiamo a interventi diretti sulla città come le panchine dipinte di rosso e le maxi affissioni dedicate a campagne come quella del numero di telefono gratuito 1522, antiviolenza e anti-stalking. Sempre qui continuano a nascere onlus che hanno come scopo il proteggere donne che hanno subito violenza. E sono sempre di più le case-rifugio allestite dal Comune. Ma all’ombra della Madonnina è fortissima anche la cittadinanza attiva: donne forti che non hanno più paura, che denunciano, che non accettano più che la violenza resti un crimine impunito.

milanoSull’occupazione: il lavoro regolare è ancora troppo “sommerso”, anche qui

Julia Henatigaala

All’apparenza, la mancanza di un contratto di lavoro può sembrare un problema secondario rispetto alla criminalità, alla pandemia, all’ambiente, al costo della vita. Non lo è quando lo si vive di persona. Ed è un problema, diffuso a Milano, che si traduce spesso nel lavoro in nero. Ma il lavoro in nero trova risalto nelle cronache solo se coinvolge la criminalità organizzata. Meno interessante se riguarda badanti, colf, infermieri, operai. Sono lavoratori, questi, che non possono contare su giorni di malattia, di ferie, sull’accantonamento della pensione. Sono lavoratori, però, che devono essere pronti a una qualsiasi chiamata, a sorbirsi promesse poi non mantenute.

Il lockdown più duro, a inizio 2020, è stato forse il più problematico a livello fisico, psicologico, ma soprattutto economico. Difficile immaginare come sia “sopravvissuto” chi ha scelto di non abbandonare Milano. Perché alla fine Milano è cara. Molte persone che lavoravano in nero non sono stati più richiamate e son pochi i datori di lavoro che hanno deciso di offrire contratti durante la più stretta situazione d’emergenza.

E poi c’è chi è costretto a vivere in affitto (in nero) perché non riesce più a ottenere e onorare un mutuo. C’è chi mi ha raccontato che non riesce più a garantire il sostentamento per moglie e figli che abitano al Paese d’origine. Chi, prima della pandemia, si era trasferito in Italia cercando fortuna a Milano, si è ritrovato sul lastrico, costretto a fare ritorno a casa. Certo non con prospettive migliori. Chissà quei datori di lavori, se si trovassero loro stessi nella condizione di essere sfruttati senza garanzie, come si sentirebbero.

milanoUna scuola migliore: il futuro della formazione è una priorità solo a parole

Lorenzo De Vecchi

Fra non molto compirò diciotto anni. In Italia implica l’ingresso nella maggiore età. Oltre ai diritti che acquisterò da adulto, ci saranno nuovi doveri cui far fronte, a partire dalla responsabilità del mio futuro e della mia formazione. Nella vita di tutti i giorni siamo messi davanti a scadenze da rispettare, esami da preparare e in generale a una serie di improrogabili impegni di indiscutibile importanza e, se non impariamo a organizzare le priorità in maniera corretta, non saremo mai in grado di portare avanti ciò che per noi è davvero importante.

Chiedete a chiunque dove l’istruzione dovrebbe trovarsi per uno Stato e un governo in una scala di priorità e tutti concorderanno nel metterla fra i primi posti. Eppure, anche da prima della pandemia, la scuola, l’istruzione e la cultura sono sempre state “sacrificate” a favore di emergenze e altre impellenti necessità.

Gli Italiani sono fra gli ultimi in Europa per livello di istruzione secondo il report dell’Istat del 2019 e, ancora, l’Italia è ben al di sotto della media europea per fondi stanziati alla scuola. Come possiamo lamentarci dei professori, che svolgono uno dei mestieri più difficili e importanti, se continuano a essere i meno retribuiti in assoluto?

Perché dovremmo aspettarci che persone qualificate e con una vocazione per l’insegnamento intraprendano questa carriera senza un adeguato sostegno economico? Sono sempre di più i giovani laureati che migrano all’estero, sopravvissuti a loro stessi, al caro prezzo di diventare individualisti. E come una società di individualisti potrà mai occuparsi dello sviluppo di un Paese? Che esempio può darci uno Stato che sceglie di non investire sul proprio futuro?

milanoMinoranze moderne: ancora troppi pregiudizi, ma Milano è da esempio

Gabriele Ibrahim

Le minoranze presenti nella nostra società stanno finalmente trovando il loro posto al sole. Certo, viviamo ancora di discriminazioni quotidiane, ma non si può dire che non siano stati compiuti numerosi passi in avanti.

In Europa, in Italia, a Milano, minoranze etniche, religiose, sociali e di genere sono ormai parte integrante della società. Pensiamo semplicemente agli immigrati che sbarcano ogni anno sulle coste del Mediterraneo, ma anche a chi è affetto da disabilità motorie o psichiche. Insieme, le minoranze rappresentano un’alta percentuale della popolazione. Di quella popolazione che, in tanti casi, sta ancora combattendo per ottenere maggiori diritti. Già, i diritti. Quanto si è fatto, ad esempio, per far approvare il ddl Zan. Poi, dopo tante discussioni e tantissimi ostacoli, è bastato un voto per affossarlo.

È stata una delle pagine più brutte della nostra storia recente. Uno di quei momenti in cui sarebbe servita anche in Parlamento una mentalità “alla milanese” per non leccarci ora le ferite. Milano, sì, è aperta e favorevole ad ogni unicità. In molte piazze, nei quartieri e, in generale, nei luoghi di ritrovo, i cittadini si sono abituati ad una vita sociale aperta agli altri culti, alle altre preferenze sessuali, ad ogni forma di disabilità. In una parola: alla libertà. Ognuno è libero di essere e di costruirsi il proprio avvenire in base alle possibilità del singolo. E Milano, in questo senso, dev’essere sempre più un esempio per tutti.

milanoCriminalità, tra agilità e furbizia: i furti schizzano soprattutto da noi

Azza Elbeltagy

Mio padre sta tornando a casa in bici. Scende per aprire il portone di casa con in mano un sacchetto pesante e un uomo sui 30 anni gli si avvicina per chiedere una sigaretta. Mio padre non fuma. L’uomo continua ad insistere, lo spinge e se ne va. Solo dopo essere salito si accorge di non avere più il telefono in tasca.

Un breve racconto per introdurre al tema della criminalità, che detiene il suo tasso più alto in Italia proprio a Milano. Qui siamo al vertice per le denunce di furti, specialmente quelli effettuati con un’agilità e velocità tali da fare in modo che la vittima non se ne accorga. Nell’ultimo periodo è sempre più in vista un gruppetto di borseggiatrici che colpisce abitualmente nelle stazioni centrali della metropolitana.

Come se non bastasse, viviamo anche una forte crescita di aggressioni – praticamente giornaliera – in luoghi molto affollati. Non è un buon momento, insomma, per vivere la cosiddetta “movida”: in zone come le colonne di San Lorenzo, Garibaldi, i Navigli, è ormai consuetudine registrare episodi di risse, anche armate.

E non finisce qui. Recentemente è stata coinvolta addirittura una scuola primaria: durante la ricreazione in giardino, i bambini sono stati vittime di insulti e lanci di bottiglie di vetro da parte di un gruppo di giovani. Le ricette per trovare una soluzione al problema si limitano spesso a suggerire una presenza maggiorata di agenti fra Polizia di Stato, Carabinieri e Polizia Locale. Può bastare ingaggiare nuove unità? O conta più la qualità della quantità?

milanoCosto della vita: una città ancora poco a misura di studente

Antonio Caso

Cara Milano, sei tanto grande quanto non alla portata di tutti: la bella vita che offri si paga, pure parecchio. Ogni tanto mi piace sognare il futuro e immaginare di avere uno spazio tutto mio. Sono sogni che, però, fanno dietrofront al cospetto della consapevolezza acquisita ascoltando le esperienze di amici universitari fuori sede “trapiantati” qui da te.

Alcuni vengono da Napoli, una delle città Italiane con il più basso costo della vita. Uno di loro è anche benestante, ma questo non gli ha risparmiato problemi economici nell’affittare una casa a Milano. Oltre alla spesa del canone mensile, si aggiungono quelli della vita quotidiana e dell’università: libri, dispense, mensa, retta. La spesa alimentare a Milano – un dato provato – è doppia rispetto a Napoli e la nostra vita sociale, tutt’ora messa a dura prova dalle conseguenze del Covid, impallidisce di fronte alle batoste economiche per una semplice serata in compagnia.

Pensiamo a un normale sabato sera: c’è il costo del biglietto per prendere il tram o l’autobus, poi il cinema, quindi l’aperitivo oppure la cena ed eventualmente un drink. Non arrivi a spendere mai meno di 40/50 euro. Se spostiamo lo sguardo, poi, sulle spese per l’abbigliamento e per la cura di sé, la situazione certo non migliora e il costo della vita impenna.

Il futuro passa dal giusto valore per i prodotti a chilometro zero, carissimi a Milano, ma anche dall’aumento degli stipendi dei lavoratori. Che devono essere necessariamente adeguati al costo della vita. Un’alternativa? Premiare con degli incentivi (tessere per gli autobus, bonus per la spesa, altri servizi…) i cittadini più meritevoli e operosi.

Individualismo: basta alzare la testa dal cellulare per sentirsi più “noi”

Francesco Santoro

Milano è una città di 1.398.765 individui. Sono giovani, vecchi, bambini, cattolici, musulmani, israeliti, gitani. La maggior parte sono nati a Milano, altri vengono dall’Egitto, dal Marocco, dalla Croazia, dalla Turchia, dalla Nigeria, dagli Stati Uniti, dalla Cina. Sono tutti milanesi, che si incrociano, si incontrano, entrano in relazione. E per lo più si ignorano.

Una leggenda metropolitana narra la storia di un uomo di 66 anni. Un uomo che aveva smarrito la sua voglia di vivere e che si stava arrendendo al volere del fato. Nulla lo tratteneva più su questa terra, non una singola persona, un animale, un lavoro. La moglie era fuggita, il cane era morto, abitava in un condominio della periferia sud, pieno di persone che a malapena sapevano della sua esistenza.

Camminava per le strade come un fantasma errante, alla ricerca di un sorriso, una stretta di mano, uno scambio di battute con un passante. Nessuno si accorgeva dello stato in cui si trovava, veniva ignorato, si sentiva trasparente, le persone erano troppo concentrate su loro stesse per poter dar retta a un uomo morente. E così aveva deciso che si sarebbe tolto la vita. Ma mentre si dirigeva verso la metropolitana, il non luogo per eccellenza, l’ultima postazione dei suicidi della città dove le persone vengono dimenticate, fu in quel momento, quando stava per lasciarsi andare, che la città lo richiamò.

Furono lo sferragliare del tram, le luci del Castello, lo scintillio della Madonnina a mezzogiorno, il profumo delle castagne in piazza Duomo, l’aroma del pollo arrosto di Giannasi, il colore dello spritz sui navigli il sabato sera, il sorriso di una bambina. Così semplice, così pieno di vita. La città aveva riaccolto l’uomo tra le sue braccia, lui si senti di nuovo un essere umano.

Le persone a Milano hanno mille solitudini, ma anche mille possibili appartenenze: Milano ti divora con la sua frenesia, con i ritmi accelerati, con la competizione, ma è anche capace di accoglierti e di offrirti sempre una nuova opportunità. A Milano serve un “noi”, serve alzare lo sguardo dal proprio cellulare e fare un saluto, un piccolo gesto di solidarietà che ci unisca in una comunità.

In breve

Milano, al Giambellino arrivano i lampioni smart contro rifiuti e soste irregolari

Una nuova ed impensabile nuova arma per contrastare i furbetti dei rifiuti: a Milano, per la precisione al Giambellino,...