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03. 03. 2021 08:47

Dove stiamo andando? Un anno di emergenza Covid senza ancora una via d’uscita

Dentro le pieghe di un'emergenza scattata ormai un anno fa, tra polemiche politiche e sofferenze

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Sono almeno tre i fronti aperti a quasi un anno dallo scoppio dell’emergenza Covid-19 in Lombardia. Il primo riguarda sempre e comunque il contenimento del numero dei contagi e delle ospedalizzazioni. Se, infatti, in questo mese di gennaio (complici le restrizioni del periodo delle feste di fine anno) il tasso di positività scende e poco a poco si svuotano le terapie intensive, gli esperti concordano che non sia il tempo di abbassare la guardia.

«Dobbiamo stare ancora molto attenti – spiega il professor Massimo Galli, direttore di Malattie Infettive del Sacco di Milano -. In altre parole, siamo in una fase in cui l’epidemia è lì, affannosamente i metodi di contenimento in qualche modo l’hanno mitigata, ma non fino in fondo. Ci sono stati dei ripensamenti e il tira e molla cromatico tra una regione e l’altra, le rivendicazioni. Il risultato è che rischiamo di “congelare” ancora la popolazione».

In questo contesto la Lombardia intravede la possibilità di passare in zona gialla già da domenica 7 febbraio, il che significherebbe riaprire almeno a pranzo i ristoranti, consentire il servizio al tavolo nei bar fino alle 18.00 e pure un via libera per musei e sedi espositive.

Vaccini. Il secondo fronte delicatissimo è la campagna vaccinale che risente ovviamente di tutti i ritardi e dei “capricci” delle case farmaceutiche. Nelle strutture sanitarie della Lombardia, negli ultimi giorni, sono si viaggia al ritmo di circa diecimila somministrazioni al giorno, per un totale che viaggia ormai oltre le 250mila dosi. Molte meno, invece, sono le persone che hanno ricevuto già la protezione totale con le dosi del vaccino Pfizer.

Politica. Esiste poi il terzo fronte, quantomai infiammato. Ed è quello politico. Il “pasticcio” dei numeri sulla zona rossa che ha chiuso la Lombardia in una sorta di “soft lockdown” dal 17 al 23 gennaio, ha innescato una marea di polemiche anche tra istituzioni. C’è, ad esempio, il fronte dei sindaci di centrosinistra (con in testa il primo cittadino di Milano, Giuseppe Sala) che rivendica chiarezza anche sui metodi di calcolo dello scorso autunno, quando tutto il territorio fu inserito in zona rossa nel mese di novembre.

E c’è una Regione compattata intorno al governatore Attilio Fontana e alla sua vice Letizia Moratti che prova a stemperare. E, intanto, l’ex assessore Giulio Gallera si immortala sulle montagne innevate a ciaspolare. L’unica testa caduta, finora.

La scuola rialza la testa: autunno caldo, inverno caldissimo

Dopo settimane trascorse a suon di picchetti davanti ai palazzi delle istituzioni e occupazioni di protesta negli istituti, la scuola milanese ha rimesso la testa fuori dall’acqua. Con il ritorno in zona arancione la didattica in presenza è ripartita in tutto il ciclo delle medie e, almeno al 50%, nelle superiori. Eppure oggi la preoccupazione non può che essere rivolta ancora alla politica affinché non si torni più indietro.

«La scuola non ha colore» è il messaggio lanciato, ad esempio, dai genitori del comitato A Scuola!, che anche nel corso di quest’ultima settimana hanno organizzato presidi mattutini presso le scuole medie Ciresola di Viale Brianza e Vivaio a Milano e Paolo Sarpi a Settimo Milanese.

«Siamo contenti che finalmente la scuola riapra, ma chiediamo che non sia a singhiozzo. A prescindere dal colore della Regione, deve passare il messaggio che la scuola è un bene primario, indispensabile come andare a prendere il pane». Insomma, ora serve che l’apertura sia duratura.

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